Basta ricorrere a una retorica dura contro Mosca. L’altolà è arrivato da Washington nel corso delle ultime settimane, e rappresenta un segnale evidente di come stiano mutando drasticamente le logiche che regolano i rapporti nel triangolo Stati Uniti-Europa-Russia. Secondo la Reuters, che ha ottenuto la notizia da funzionari statunitensi ed europei con una conoscenza diretta della questione, la richiesta sarebbe stata avanzata da Washington in una serie di colloqui bilaterali con diversi Paesi europei. Tra questi, le fonti menzionano con certezza Estonia, Lettonia e Lituania, ma non escludono che un simile messaggio sia stato convogliato anche ad altri Paesi.E oltre al cosa, è interessante soffermarsi anche sul chi, poiché a trasmettere questo messaggio agli alleati del Vecchio Continente nel corso dei suddetti colloqui bilaterali sarebbe stato il sottosegretario alla Difesa con delega alla policy Elbridge Colby, figura di un certo rilievo nell’amministrazione Trump già nota per essere un fervente sostenitore del disengagement statunitense dall’Europa.Alcuni dettagli contribuiscono a stemperare la tensione. Queste richieste, come sottolineano le stesse fonti, non sarebbero state trasmesse con aggressività e “in modo conflittuale”, e da parte statunitense il riferimento non sarebbe stato alla retorica generale, ma all’uso di specifiche espressioni impiegate dalle figure istituzionali europee, come ad esempio quella del “topo costretto all’angolo” impiegata poche settimane fa dal primo ministro estone Kristen Michal in riferimento al leader russo Vladimir Putin, espressione usata per contestualizzare il crescente ricorso ad azioni di sabotaggio in Europa come diretta conseguenza dello stallo registrato sul campo di battaglia ucraino. Inoltre, uno dei funzionari europei a conoscenza dei fatti ha riportato anche altre espressioni impiegate dai partner statunitensi nel corso dei colloqui: “Vi stiamo aiutando. Gli americani sono lì. Basta che non facciate troppo rumore. Non date nell’occhio”.Ma a rendere particolarmente rilevante la faccenda è la tempistica. Le pressioni del Pentagono sono infatti arrivate nelle stesse settimane in cui tra Washington e Mosca si è registrato un riavvicinamento sempre più concreto. A inizio ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un’intesa con Putin per riportare sul mercato il gasolio russo e ha allentato le sanzioni sui carburanti, mentre in contemporanea i rapporti con Kyiv toccavano il punto più basso degli ultimi mesi. Poche settimane dopo, l’inviato speciale Steve Witkoff è stato ricevuto da Putin a San Pietroburgo, con il quale avrebbe portato avanti una discussione su possibili cooperazioni in ambito economico tra Stati Uniti e Russia, da joint venture energetiche al Nord Stream, e dall’affaire Lukoil alla gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dossier che toccano direttamente gli interessi europei, ma che non sono stati discussi con questi ultimi. In questa cornice, l’invito a non “fare rumore” assume un valore completamente diverso. Che potrebbe causare malumori, se non spingere a qualcosa di più.