E se questo studente col PDP fosse il chirurgo che domani ci opererà? Le subdole discriminazioni che violano la legge e l’etica

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La scorsa estate, dopo un esame, una studentessa con DSA, frequentante il corso universitario di Scienze dell’Educazione in cui insegno, mi raccontò commossa il motivo per cui si era iscritta da noi anziché a Medicina, come pure aveva sempre desiderato. L’anno precedente, al Liceo, una sua professoressa, alla fine di un’interrogazione che aveva sostenuto – come suo diritto – con le mappe concettuali, le chiese cosa avrebbe voluto fare “da grande”. La studentessa rispose che il suo sogno era fin da piccola diventare medico. La docente affermò allora: “E quando dovrai operare che cosa farai, userai le mappe concettuali per ricordarti se il fegato è a destra o a sinistra?”.La ragazza fu molto ferita da quella frase, che non era peraltro la prima, di analogo tenore, ad avere ricevuto negli anni. Qualche mese dopo scelse convintamente di iscriversi a Scienze dell’Educazione, per potere in futuro insegnare e così supportare meglio, nella propria vita, gli studenti.Nel periodo seguente sono venuto a conoscenza che sui social network, in gruppi che raccolgono migliaia di docenti, viene talvolta utilizzato, per criticare l’uso ritenuto eccessivo dei Piani didattici personalizzati (PDP) per gli studenti con DSA, proprio questo argomento: “Sareste contenti se il chirurgo che domani vi opererà dovesse usare le mappe concettuali durante il vostro intervento”? La posizione sottostante ad affermazioni come questa, di forte impatto emotivo, è che gli studenti con DSA i quali si diplomano anche grazie a un PDP – ma direi, a fortiori, pure gli studenti con disabilità che si diplomano anche grazie a un Piano educativo individualizzato (PEI) –, secondo tali docenti, possono essere pericolosi nel mondo del lavoro. Essi ottengono infatti, a loro avviso, il proprio titolo di studio senza adeguato merito, ovvero principalmente a causa della fruizione di questi “aiuti” legislativi.Per i fautori dell’inclusione scolastica, tesi come quelle poc’anzi riportate, oltre a qualificare negativamente sul piano educativo coloro che le esprimono, dato il carico discriminatorio che portano con sé, risultano per varie ragioni errate. Da studioso di filosofia antica, abituato all’utilizzo del metodo dialettico, ritengo sempre sbagliato – fermo restando che anche l’etica gioca un ruolo in queste cose – screditare chi sostiene opinioni discutibili. Sul piano teorico, il quale ricade necessariamente pure sul piano pratico, è infatti utile affrontare gli argomenti, non svalutare le persone. Se questi contenuti del resto, nel corpo docente italiano, sono così diffusi, vanno analizzati e non demonizzati. Si potrà solo in tal modo capire se gli stessi siano validi o, al contrario, se essi contengano aporie. Svolta tale analisi, io ho personalmente riscontrato soprattutto criticità in queste tesi, che cercherò ora di esporre al fine di favorire una riflessione in merito.La prima criticità che rilevo è che contrastare le normative inclusive significa oggi opporsi a numerose leggi dello Stato, tentando indirettamente di renderne più accettabile, nell’operatività didattica, la disapplicazione. Tali norme stabiliscono tuttavia le misure compensative e gli strumenti dispensativi che i docenti devono obbligatoriamente attuare per questi studenti, al fine di evitare che siano ingiustamente discriminati a causa delle loro specificità. Le leggi si possono certo discutere ma, salvo casi eccezionali, in cui si rivelino palesemente ingiuste, vanno rispettate, in particolare da chi esercita una funzione pubblica. Nella fattispecie, esse vanno applicate in maniera completa, senza farsi influenzare dalle opinioni.La seconda criticità riguarda il carattere retoricamente iperbolico della tesi espressa. Quanti sono i diplomati con DSA che diventano poi chirurghi, o comunque che ottengono incarichi professionali con rilevanti responsabilità? Purtroppo non molti, soprattutto in quanto la scuola italiana non sa ancora supportare in modo adeguato la loro condizione. In ogni caso, anche se fossero molti, i chirurghi con DSA, in linea di principio, non sono soggetti ad errori più degli altri, contrariamente a quanto le tesi di questi docenti lasciano intendere. Un chirurgo infatti, per diventare tale, deve sostenere un lungo percorso di studi universitari. Se uno studente con diagnosi riesce ad abilitarsi a questa professione, è perché le sue difficoltà sono state ben compensate. Gli studenti con DSA, del resto, hanno mediamente le stesse capacità intellettive di quelli senza DSA. Nel caso divengano chirurghi, quindi, lo diventano meritatamente, supportati da valutazioni positive di decine di docenti accademici. L’immagine retorica utilizzata, alterando la realtà – le mappe servono per fissare i concetti, ossia per formarsi, non per operare, azione che si può compiere solo quando si è già formati –, segnala in ogni caso la debolezza della tesi espressa. Quando, in effetti, si ha bisogno di ricorrere ad artifici, anziché ad argomenti solidi, per sostenere una tesi, significa di solito che essa, di per sé, è debole. La distorsione della realtà serve infatti, in genere, a mascherare la mancanza di contenuti a sostegno di una tesi.La terza criticità, che discende dalle prime due, riguarda gli effetti negativi che simili posizioni capziose, diffuse in ambito scolastico, determinano. Tali esiti sono quelli di produrre una crescente diffidenza nei confronti degli studenti con DSA. Essa genera, in queste giovani persone, scarsa autostima, la quale a sua volta causa spesso abbandoni scolastici anticipati, con tutto ciò che ne consegue per la loro vita. Senza un diploma, infatti – non dimentichiamoci che, sebbene le normative inclusive valgano anche in Università, si sta parlando in questo caso soprattutto di studenti minorenni –, non solo non si diventa chirurghi, ma non si ha accesso, ormai, nemmeno a lavori esecutivi modesti. Per tale ragione occorre avere molta cura delle specificità di apprendimento di questi allievi.La quarta criticità è che la tesi secondo cui gli alunni con DSA sarebbero favoriti nell’ottenimento del diploma, dato che fruiscono di “aiuti”, è gravata proprio dall’errore di considerare gli strumenti compensativi previsti dalle attuali norme come “aiuti”. Sostenere che tali studenti, senza queste forme perequative, forse non raggiungerebbero il diploma, è facile. Meno facile, ma più educativo, sarebbe al contrario – nonostante le carenze del sistema formativo italiano – agevolare l’uso di questi strumenti didattici, soprattutto di quelli digitali, sin dalla scuola primaria, per aiutare meglio i propri allievi. Per fare questo occorrerebbe però essere dei veri educatori, consapevoli del fatto che il fine dell’attività di insegnamento è porsi al servizio degli studenti, principalmente di quelli con maggiori difficoltà. Dire che, se uno studente “non sa fare”, la colpa è della sua neurodivergenza, sgrava apparentemente dalle responsabilità. Mostrare che, se il docente sapesse svolgere in maniera competente la propria funzione, anche lo studente con bisogni specifici potrebbe imparare meglio, incrementa invece le responsabilità. Forse per questo alcuni docenti tendono a svalutare gli studenti con DSA, in maniera però eticamente, nonché giuridicamente, discriminatoria.La quinta ed ultima criticità che riscontro – mi fermo a cinque solo per ragioni di spazio – è che la tesi qui esposta ripete, in maniera più o meno consapevole, i pregiudizi presenti nel modo di produzione in cui viviamo. Nel capitalismo infatti, come noto, chiunque non sia abbastanza performante viene marginalizzato, nel lavoro, nella società e prima ancora, appunto, nella scuola. Affinché ciò sia accettato senza troppe proteste, l’attuale sistema economico plasma in maniera diffusa strutture della personalità di tipo conformista, sostanzialmente indifferenti sul piano etico, quando non addirittura irrispettose delle altrui debolezze, quindi pronte, per quieto vivere, anche a fare il male (il quale è sempre, in primo luogo, mancanza di rispetto verso persone o esseri viventi). Per tale motivo la diffusione di tesi non inclusive, oggi, risulta sistemicamente funzionale. Vorrei tuttavia far notare, a quei docenti che le sostengono, che gli studenti con DSA non necessariamente desiderano occupare, anche se ne avrebbero pieno diritto, posizioni professionali di vertice, abituati come sono ad essere sottovalutati. Questi studenti vorrebbero spesso soltanto, nei loro anni di scuola, essere supportati a realizzare, con competenza, le proprie migliori potenzialità.Per queste ed altre ragioni, la frequente denigrazione degli strumenti compensativi per i DSA operata da alcuni insegnanti della scuola dell’obbligo, anche se realizzata nel relativo anonimato dei social network, appare in netto contrasto con la funzione costituzionale del docente. Chi sceglie di insegnare in scuole pubbliche o paritarie ha il dovere di attuare l’inclusione, che è legge dello Stato. Il dissenso legittimo sulle modalità applicative non deve, infatti, mai tradursi in una delegittimazione dei diritti dei più vulnerabili. Il vero rischio per il sistema educativo non deriva in effetti dall’applicazione di queste norme, ma dalla mancanza di rispetto e di cura in chi avrebbe invece il compito istituzionale di attuarle.luca.grecchi@unimib.it