Christine Lagarde, che lascerà la guida della Bce il prossimo 7 febbraio, lo aveva detto lo scorso giugno: la sottovalutazione dello yuan cinese è un aspetto degli attuali squilibri economici globali e deve essere discussa dai leader mondiali. Come a dire, alla base dello scompenso commerciale tra Europa e Dragone c’è il fatto che Pechino frenando artificialmente l’apprezzamento dello Yuan sulle altre divise (spesso mantenendolo sottovalutato rispetto al dollaro o all’euro), fa in modo che le sue merci rimangano molto economiche e competitive per l’esportazione globale. E che i consumatori europei percepiscano i prodotti cinesi come molto più convenienti rispetto a quelli domestici.Adesso, dalle parole si sta per passare ai fatti e proprio. Dopo aver convinto la Cina ad accettare un limite alle esportazioni di auto ibride, nei prossimi mesi una serie di alti funzionari europei, guidati con ogni probabilità dal presidente uscente della Bce, si recheranno nella capitale cinese con una missione precisa: persuadere Pechino a smettere di trattenere la propria valuta. Nel dettaglio, nella settimana del 23 novembre, i massimi dirigenti economici dell’Unione Europea si riuniranno a Pechino per un dialogo macroeconomico con le loro controparti cinesi. Ma l’obiettivo è chiaro, dare un altro giro di manovella per porre fine agli squilibri commerciali a danno del Vecchio continente. E, a stretto giro da quella data, è previsto un altro affondo. Entro fine anno, rappresentanti della Banca centrale europea, dell’Eurogruppo e della Commissione europea voleranno a loro volta in Cina per puntellare la strategia messa a terra fin qui da Bruxelles per arginare il Dragone.La questione è seria. Lo yuan non fluttua liberamente e i partner commerciali occidentali della Cina sospettano da tempo Pechino sottovaluti la valuta per sostenere le esportazioni. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha suggerito quest’anno che lo yuan potrebbe essere sottovalutato fino al 21% mentre altri ricercatori stimano una sottovalutazione più vicina al 30%. Di sicuro, all’Europa converrebbe portare a casa un altro accordo, facsimile a quello sulle auto ibride, anche se è difficile pensare che Pechino possa ribaltare su due piedi la propria politica monetaria. L’intesa sulle auto, va detto, ha avuto una sua consistenza di fondo. Tanto che, secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo.