BEIRUT — Tredici nomi su un fascicolo, e cinque sono soltanto nomi di battaglia: «Abu Turab», «al-Sayyed», «Abu Haidar». Due uomini in cella dall’8 ottobre, undici ricercati, fra loro una cittadina russa. Il commissario del governo presso il tribunale militare libanese, il giudice Claude Ghanem, ha firmato venerdì l’incriminazione per il camion fermato all’inizio del mese con 780 chili di esplosivo diretti alla periferia sud di Beirut.Dodici dei tredici imputati sono membri di Hezbollah, ha detto all’AFP una fonte giudiziaria; la tredicesima è la moglie di uno di loro. I capi d’accusa elencati dall’agenzia di Stato libanese National News Agency sono reati contro la sicurezza interna dello Stato, detenzione di armi ed esplosivi e costituzione di associazioni illegali per minare l’autorità dello Stato. Il partito, che a metà ottobre aveva rivendicato il carico, parla di accuse «ingiuste e inique».Il camion era stato fermato a un posto di blocco delle Forze di sicurezza interna a Dahr al-Baydar, il valico di montagna sulla strada Beirut-Damasco che collega la capitale alla valle della Bekaa. Era partito da Baalbek, città della Bekaa e roccaforte di Hezbollah, dove era stato caricato in un deposito. A bordo, secondo le fonti giudiziarie riprese dall’Associated Press, c’erano 250 chili di tritolo e altrettanti di C-4, il plastico militare, oltre ad altro materiale esplosivo.I due detenuti sono Haitham Ahmad Amhaz, nato nel 1981, e Ali Shawqi al-Kurdi. Fra i ricercati, incriminati in contumacia, figura Yelena Krishinova, cittadina russa e moglie di Amhaz. L’indagine preliminare è stata condotta dall’intelligence dell’esercito. Le accuse parlano di «appartenenza a fazioni armate senza autorizzazione dello Stato» e di «trasporto di grandi quantità di esplosivo da Baalbek a Beirut».La rivendicazione del partitoHezbollah non ha negato che il camion fosse suo. A metà ottobre il deputato Hassan Fadlallah aveva ammesso in conferenza stampa che mezzo e carico «appartengono alla resistenza» ed erano destinati a colpire le forze israeliane nel sud del Paese, chiedendo la restituzione dell’esplosivo e il rilascio dei due arrestati. Venerdì un altro deputato del partito, Hussein Hajj Hassan, ha risposto all’incriminazione: «Queste accuse sono ingiuste e inique». Gli imputati, ha aggiunto, «non hanno minato la sicurezza o l’integrità dello Stato, ma hanno affrontato il nemico israeliano che minaccia l’esistenza del Libano». Per il partito il procedimento è politicamente motivato.Gli avversari politici di Hezbollah temono che l’esplosivo contrabbandato potesse servire contro di loro, ma gli investigatori non hanno stabilito che il carico fosse destinato a un attacco interno. Il premier Nawaf Salam ha promesso che lo Stato tratterà «le armi fuori dal quadro legale con la necessaria fermezza».Il caso cade nel pieno del braccio di ferro sul disarmo. Il 26 giugno a Washington, con la mediazione americana annunciata dal segretario di Stato Marco Rubio, Libano e Israele hanno firmato un accordo quadro: ritiro israeliano graduale dal sud in parallelo al disarmo di Hezbollah e al dispiegamento dell’esercito libanese. Il partito non ne è parte e il suo leader, Naim Qassem, lo ha definito «nullo e non avvenuto». Il presidente Joseph Aoun ha legato il disarmo a tre condizioni: fine dell’occupazione, controllo pieno dell’esercito, ricostruzione gestita solo dallo Stato.Con l’incriminazione lo Stato sposta sul terreno giudiziario una partita che finora si giocava solo nelle capitali. Tra il 20 e il 22 ottobre delegazioni militari libanese e israeliana si sono incontrate con gli americani al comando centrale Usa di Tampa, in Florida: un alto funzionario libanese ha definito quel round «il più costruttivo finora». Hezbollah, pur avendo respinto l’accordo, si è astenuto dal combattere le truppe israeliane, mentre Israele continua raid e demolizioni nel sud. Il mandato dei caschi blu dell’Onu scade il 31 dicembre.Il ministro della Giustizia ha chiesto in Consiglio dei ministri di trasferire il fascicolo al Consiglio giudiziario, la massima istanza penale del Paese: a fine ottobre il governo non aveva ancora deciso. Nella zona del posto di blocco, secondo una fonte di sicurezza, dopo il sequestro le telecamere di sorveglianza sono risultate disattivate.