Due vescovi cinesi sono arrivati a Roma nei giorni scorsi per partecipare alle celebrazioni del decimo anniversario dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, ma non hanno potuto incontrare né il Papa né i responsabili della Segreteria di Stato che seguono i rapporti con Pechino. Un episodio apparentemente marginale, che restituisce però la complessità delle relazioni tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, otto anni dopo la firma dell’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi.La presenza dei presuli a un appuntamento internazionale della Chiesa cattolica non si è dunque tradotta nella possibilità di stabilire contatti diretti con le autorità vaticane, mostrando una limitazione che riflette il controllo esercitato dalle autorità cinesi sulle attività religiose, anche quando queste si svolgono fuori dai confini nazionali.Il paradosso è che il dialogo diplomatico continua a produrre risultati. Dall’entrata in vigore dell’accordo nel 2018, diciannove vescovi sono stati consacrati con il consenso del governo cinese e la nomina di Roma. Il meccanismo ha conosciuto difficoltà e ritardi, ma ha consentito di mantenere aperto un canale istituzionale su una delle questioni più delicate nei rapporti tra la Chiesa cattolica e lo Stato cinese.Come osserva Lorenzo Prezzi in un’analisi pubblicata dall’Appia Institute, il processo sta anche favorendo l’emergere di una nuova generazione episcopale. Quattro dei cinque vescovi nominati nel 2026 sono nati dopo il 1980 e si sono formati interamente nella Cina contemporanea, attraverso istituzioni educative e seminari sottoposti alla supervisione delle autorità. Una circostanza che solleva interrogativi sull’equilibrio tra appartenenza ecclesiale e fedeltà politica.Sotto la leadership di Xi Jinping, messa negli stessi giorni alla prova del Quinto Plenum, la politica di sinizzazione delle religioni ha rafforzato la subordinazione delle organizzazioni religiose alle direttive del Partito comunista. Le restrizioni riguardano anche la partecipazione dei minori alle attività di culto, la formazione religiosa e gli spostamenti del personale ecclesiastico. Dal 2025, secondo quanto riportato da Prezzi, vescovi, sacerdoti e religiosi devono consegnare i propri passaporti, che vengono restituiti soltanto in occasione di viaggi autorizzati.Per la Santa Sede, il problema è mantenere un’interlocuzione con Pechino senza rinunciare alla difesa della libertà religiosa. La diplomazia vaticana sembra privilegiare una prospettiva di lungo periodo, nella convinzione che la continuità del dialogo possa prevenire fratture ecclesiali difficili da ricomporre. Una strategia i cui risultati, tuttavia, non possono essere misurati soltanto attraverso il numero delle nomine episcopali.Nella sua analisi, Prezzi richiama anche la dimensione meno visibile di questa diplomazia, riportando le parole di un interlocutore secondo cui saranno gli archivi, un giorno, a documentare quanto la Santa Sede abbia fatto nei colloqui con le autorità cinesi. È una lettura che mette in evidenza la distanza tra la discrezione del negoziato e la visibilità delle restrizioni.L’episodio dei vescovi arrivati a Roma riassume questa asimmetria. Il canale diplomatico resta aperto e l’accordo continua a funzionare, ma Pechino conserva la capacità di stabilire fin dove possa spingersi il rapporto tra la Chiesa cinese e la Santa Sede. Per il Vaticano, la sfida rimane trasformare una cooperazione circoscritta sulle nomine in uno spazio di autonomia ecclesiale più ampio. Un risultato che, per ora, resta lontano.