ONU, l’ipotesi Orbán e il potere di veto: chi sceglie davvero il segretario generale?

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Viktor Orbán potrebbe entrare nella corsa alla successione di António Guterres alla guida delle Nazioni Unite. Secondo un’indiscrezione pubblicata il 25 ottobre dal Wall Street Journal, l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump avrebbe incoraggiato l’ex primo ministro ungherese a valutare una candidatura, sondando contemporaneamente la disponibilità di Russia e Cina. L’ipotesi, attribuita dal quotidiano americano a fonti di tre Paesi, non corrisponde tuttavia a una candidatura ufficiale né dimostra l’esistenza di un accordo tra le grandi potenze.La notizia riapre una questione che accompagna l’ONU fin dalla sua fondazione: chi rappresenta realmente la comunità internazionale quando la scelta della massima autorità amministrativa dell’organizzazione dipende, in ultima analisi, dal consenso delle cinque potenze dotate del diritto di veto?Il mandato di Guterres terminerà il 31 dicembre 2026 e la procedura per individuare il suo successore è disciplinata dall’articolo 97 della Carta delle Nazioni Unite. Il segretario generale viene nominato dall’Assemblea generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza.Per approvare la raccomandazione occorrono almeno nove voti favorevoli tra i quindici membri del Consiglio e l’assenza di un veto da parte dei cinque membri permanenti: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito.La procedura coinvolge dunque l’intera organizzazione, ma attribuisce alle maggiori potenze la possibilità di impedire la nomina di un candidato non gradito.Ne deriva una contraddizione strutturale. Il segretario generale è chiamato a servire tutti gli Stati membri, ma per accedere all’incarico deve superare un filtro politico fondato sugli equilibri internazionali stabiliti nel 1945.Al 28 ottobre, secondo la ricostruzione disponibile, Orbán non figura nell’elenco ufficiale dei candidati pubblicato dalle Nazioni Unite. Tra i nomi presentati compaiono Rafael Grossi, Rebeca Grynspan e Olara Otunnu.La procedura consente comunque la presentazione di candidature anche nelle fasi successive, purché sostenute formalmente da uno o più Stati.Le consultazioni e le votazioni esplorative del Consiglio di Sicurezza si svolgono inoltre attraverso procedure riservate. Per questo eventuali indiscrezioni sui consensi raccolti dai singoli candidati devono essere valutate con prudenza, soprattutto in assenza di documentazione ufficiale.Anche la collocazione della notizia del Wall Street Journal nella sezione dedicata alle opinioni rende necessario distinguere le informazioni attribuite alle fonti diplomatiche dalle valutazioni politiche che accompagnano il resoconto.L’interesse per Orbán deriverebbe dalla sua particolare posizione nelle relazioni internazionali.L’ex capo del governo ungherese ha costruito negli anni un rapporto politico con Donald Trump, mantenendo contemporaneamente canali di dialogo con Mosca e Pechino.Secondo i sostenitori dell’ipotesi, questa capacità di interlocuzione con capitali spesso contrapposte potrebbe rappresentare una risorsa per un’organizzazione chiamata a operare in un contesto di crescente frammentazione geopolitica.I critici richiamano invece i contrasti che hanno caratterizzato i rapporti di Orbán con le istituzioni europee e le sue posizioni nei confronti della Russia, sollevando interrogativi sull’indipendenza che potrebbe garantire alla guida del Segretariato.Si tratta di valutazioni politiche differenti, che non consentono di anticipare quale sarebbe il comportamento di Orbán qualora venisse effettivamente nominato.La questione assume un significato ancora più ampio se si considera che un eventuale accordo tra Washington, Mosca e Pechino non sarebbe sufficiente a garantirne la designazione.Francia e Regno Unito dispongono infatti dello stesso diritto di veto degli altri tre membri permanenti.Un candidato sostenuto da alcune grandi potenze dovrebbe quindi risultare accettabile anche alle altre, comprese quelle che potrebbero considerare la sua nomina contraria ai propri interessi diplomatici.Il confronto investirebbe inevitabilmente il ruolo dell’Europa, ma anche la credibilità delle Nazioni Unite nella gestione dei principali dossier internazionali, dalla guerra in Ucraina alle crisi mediorientali e africane.Il problema della rappresentanza emerge con particolare evidenza osservando il peso dell’Africa all’interno dell’organizzazione.I 54 Stati africani costituiscono una componente rilevante dell’Assemblea generale, ma nessuno di essi dispone di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza.È una delle ragioni per cui la riforma dell’organo continua a rappresentare una questione non soltanto di efficienza istituzionale, ma anche di equilibrio geografico e politico.Tra i candidati ufficialmente presentati figura anche l’ugandese Olara Otunnu, la cui presenza richiama l’attenzione sulla rappresentanza africana ai vertici delle istituzioni internazionali.La discussione sulla successione di Guterres non riguarda quindi soltanto le caratteristiche personali del futuro segretario generale, ma anche la distanza tra la distribuzione del potere decisionale nell’ONU e la geografia delle crisi nelle quali l’organizzazione è chiamata a intervenire.Il segretario generale, del resto, non dispone di un esercito autonomo attraverso il quale imporre la pace o garantire l’esecuzione delle proprie iniziative diplomatiche.Può richiamare l’attenzione del Consiglio di Sicurezza sulle minacce alla pace internazionale, promuovere mediazioni, dirigere il Segretariato e contribuire a orientare il dibattito pubblico mondiale.La sua autorità dipende quindi in larga misura dalla credibilità personale, dall’indipendenza di giudizio e dalla capacità di mantenere aperti canali di dialogo anche tra governi contrapposti.Una figura che goda della fiducia di alcune grandi potenze potrebbe facilitare determinate iniziative negoziali. Al tempo stesso, una vicinanza politica particolarmente marcata potrebbe suscitare interrogativi sulla sua imparzialità presso altri Stati membri.Il problema non può essere risolto sulla base delle simpatie personali o delle appartenenze politiche attribuite a un candidato, ma deve essere valutato considerando le sue decisioni, le sue iniziative e il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.La possibile candidatura di Orbán mette così in evidenza un limite che precede di molti decenni l’attuale confronto geopolitico.Nel 1945, la concentrazione del potere decisionale nel Consiglio di Sicurezza rappresentò il compromesso politico necessario per assicurare la partecipazione delle principali potenze alla nuova organizzazione internazionale.Il diritto di veto costituiva uno degli strumenti attraverso i quali i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano evitare che decisioni fondamentali venissero adottate contro la volontà di uno di loro.A oltre ottant’anni di distanza, quel compromesso continua però a determinare non soltanto la capacità del Consiglio di intervenire nelle crisi internazionali, ma anche la scelta della persona chiamata a guidare il Segretariato.Le trasformazioni degli equilibri mondiali, l’emergere di nuove potenze economiche e il crescente peso politico del Sud globale non hanno modificato questa struttura fondamentale.La possibile candidatura di Orbán, anche qualora non dovesse mai formalizzarsi, riporta dunque al centro una contraddizione irrisolta: le Nazioni Unite sono un’organizzazione universale per composizione, ma non lo sono nella distribuzione del potere necessario a scegliere il proprio segretario generale.La questione non consiste soltanto nello stabilire se l’ex primo ministro ungherese possa ottenere il sostegno delle grandi potenze, ma nel comprendere quale autonomia sia realisticamente possibile per una figura la cui nomina richiede di non incontrare l’opposizione di nessuno dei cinque membri permanenti.Il futuro segretario generale dovrà inevitabilmente confrontarsi con gli interessi di Washington, Mosca, Pechino, Parigi e Londra. Ma il suo mandato, secondo la Carta, non sarà quello di rappresentare queste capitali, bensì di esercitare le proprie funzioni nell’interesse dell’intera organizzazione.È qui che si misura la credibilità delle Nazioni Unite.Perché il problema non è soltanto chi riuscirà a ottenere l’incarico, ma a chi dovrà rispondere una volta entrato nel Palazzo di Vetro: alle potenze che ne avranno consentito la nomina oppure alla comunità internazionale che sarà chiamato a servire?