“Quelle frasi non sono così gravi”. La prof difende Siher: l’intervista che fa discutere

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Se questi sono i maestri, forse non c’è nemmeno troppo da meravigliarsi. Perché a sentire Elisa Giunchi, docente dell’Università Statale di Milano e relatrice della tesi di laurea di Youssef Siher, il problema non sarebbero tanto i messaggi finiti al centro dell’inchiesta della procura milanese, quanto i giornalisti che ne hanno raccontato il contenuto. La professoressa è intervenuta davanti alle telecamere del Tg4 per difendere il trentenne accusato di essere la mente del Movimento 17 ottobre. E le sue parole lasciano quantomeno perplessi.“È stato sottoposto a una gogna mediatica vergognosa e già da alcune testate giornalistiche condannato. Lui non è assolutamente violento”, sostiene Giunchi. Il ritratto del suo ex studente è quello di un giovane “molto educato, riservato, timido, non certo l’agitatore di piazza che viene rappresentato sui media e un idealista, come sono idealisti quasi tutti i giovani che scendono in piazza”. Insomma, un ragazzo lontanissimo dall’immagine emersa dalle indagini.Naturalmente, conoscere personalmente qualcuno significa poter offrire una testimonianza sul suo carattere. Ed è altrettanto legittimo ricordare che le responsabilità penali spettano ai magistrati, non ai giornali. Il problema arriva quando questa difesa si trasforma in una sostanziale minimizzazione delle parole contestate all’indagato. “Può darsi che lui sia molto arrabbiato, ma credo che qualsiasi giovane con un senso di giustizia guardando il mondo com’è oggi sia molto arrabbiato”, osserva la docente, aggiungendo che “quelle frasi che gli vengono imputate non mi sembrano così gravi“.E qui non è tanto che la procura milanese sembra pensarla diversamente. Nella richiesta di convalida del fermo, infatti, i magistrati hanno descritto i messaggi diffusi online da Siher come una “dichiarazione di guerra continua”, che sarebbe stata finalizzata a destabilizzare la vita civile. Al trentenne vengono contestate, tra le altre ipotesi di reato, l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Prendiamo per buona l’ipotesi che le toghe stiano esagerando. C’è però una cosa che non riguarda l’indagine in corso e che appare oggettiva: Siher esultava ed elogiava la strage del 7 ottobre. E questo, idealismi o meno, ci sia permesso di ritenerlo inaccettabile visto che in quel brutale attacco terroristico sono morti tanti giovani “idealisti” come lo stesso Youssef.Giunchi però insiste: “C’è chi quando si sfoga lo fa sopra le righe e in questo senso i social media tirano fuori il peggio di noi”. Poi l’affondo contro la stampa: “La sua vita adesso è stata rovinata e vorrei che in futuro ci fossero delle cause di diffamazione contro tutti i giornalisti che lo hanno accusato di essere la mente dietro le violenze di Milano”. E alla domanda su cosa direbbe al suo ex studente risponde che lo inviterebbe a essere meno ingenuo, perché a suo giudizio avrebbe peccato proprio di “una grande ingenuità”.Leggi anche: La sinistra teme i Parà, non Youssef Siher“Allahu Akbar” il 7 ottobre: ecco chi è (davvero) Youssef SiherSiher, arrestato il rivoluzionario: parte il festival del complottoUna posizione che si inserisce in un fronte di solidarietà sempre più ampio. Come racconta Il Giorno, anche Amir Abdaljawwad, rappresentante milanese dell’Associazione Palestinesi in Italia, ha preso le difese di Siher, definendolo un “prigioniero politico” e un “capro espiatorio”. Abdaljawwad sostiene di conoscerlo da tre anni e di aver partecipato con lui a manifestazioni sempre pacifiche. L’associazione è presieduta da Mohammad Hannoun, detenuto nell’ambito di una distinta inchiesta della procura di Genova su presunti finanziamenti ad Hamas.Resta una questione di fondo, che va ben oltre il singolo caso giudiziario. Nessuno chiede a un’insegnante di condannare preventivamente un proprio studente, né di rinunciare a difenderlo. Ma da chi ha il compito di formare le nuove generazioni sarebbe lecito aspettarsi anche una riflessione sul confine tra protesta legittima e linguaggio violento, tra indignazione e istigazione. Perché liquidare certe espressioni come uno sfogo, o come il frutto dell’ingenuità, rischia di trasmettere un messaggio discutibile. E se persino i maestri faticano a riconoscere questo confine, non possiamo poi stupirci troppo di quello che accade nelle piazze.Massimo Balsamo, 27 ottobre 2026L'articolo “Quelle frasi non sono così gravi”. La prof difende Siher: l’intervista che fa discutere proviene da Nicolaporro.it.