DOHA — I ministri del commercio di Uganda, Zimbabwe e Repubblica del Congo hanno lasciato ieri il World Investment Forum di Doha, la fiera degli investimenti delle Nazioni Unite, con una domanda che nessuno in sala ha saputo sciogliere: quanto cibo produrrà l’Africa nel 2027, se i contadini seminano senza concime? La guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, al sesto mese, ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz e con esso la rotta da cui passa fino a un terzo dei fertilizzanti scambiati nel mondo.Il conto lo ha fatto Luz Maria de la Mora, direttrice della divisione commercio internazionale e materie prime dell’Unctad, l’agenzia Onu per il commercio e lo sviluppo, parlando ad Al Jazeera a margine del forum. «I prezzi dei fertilizzanti sono saliti drammaticamente, molti Paesi hanno deciso di ridurne l’uso, e questo avrà un effetto l’anno prossimo sui raccolti», ha detto. La crisi di Hormuz, ha aggiunto, va risolta «prima piuttosto che poi».I numeri li mette la Banca Mondiale: l’urea, il concime azotato più diffuso, ha superato in aprile gli 850 dollari la tonnellata, il massimo dall’ottobre 2022, e per il 2026 è atteso un rincaro vicino al 60 per cento. Dallo Stretto passa circa un quarto dell’export mondiale di urea. Secondo la Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione, i fertilizzanti in transito da Hormuz valgono 16 milioni di tonnellate l’anno; dopo la chiusura di fine febbraio il prezzo dell’urea era raddoppiato in poche settimane.Quanto a lungo l’Africa possa reggere il caro-carburante è la seconda domanda. In Uganda, ha raccontato il ministro del Commercio Sanjay Tanna, il prezzo del carburante è più che raddoppiato e lo scellino ha perso il 10 per cento sul dollaro da metà anno; l’agricoltura di sussistenza, ha detto, ha attutito il colpo. Per lo Zimbabwe, dove oltre il 70 per cento della popolazione vive di agricoltura, la ministra Monica Mutsvangwa ha definito i prezzi di carburante e concimi una preoccupazione critica.Il blocco e le petroliereLa terza domanda è quando riaprirà lo Stretto. Gli Stati Uniti hanno imposto il 13 aprile un blocco navale alle navi dirette ai porti iraniani, dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del comando Usa per il Medio Oriente, ha detto il 16 ottobre che il blocco ha fermato 25 miliardi di dollari di export di greggio iraniano. Il blocco pensato per prosciugare le entrate petrolifere di Teheran si paga così anche nei campi dell’Uganda. Il presidente Donald Trump ha ripetuto che un accordo per riaprire Hormuz «potrebbe arrivare» a giorni; lo dice da agosto.Le navi, però, continuano a essere colpite. Il 21 ottobre una petroliera è stata centrata da «un proiettile non identificato» al largo dell’Oman, con un incendio a bordo, secondo l’agenzia marittima britannica; le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno riferito di sette navi colpite, tre su mine. Secondo la società di analisi Kpler, l’export di petrolio del Medio Oriente ha superato i livelli prebellici grazie alle rotte alternative, ma dallo Stretto passano ancora 14 milioni di barili al giorno, l’82 per cento di prima della guerra, con noli rimasti alti.Teheran ha la sua proposta: una bozza d’intesa con l’Oman sul transito commerciale, data «in fase finale» già ad agosto, che le darebbe un controllo maggiore sulle navi in passaggio. Ieri il portavoce della diplomazia iraniana Esmaeil Baghaei ha annunciato una riunione a Teheran con i Paesi del patto di difesa saudita, con in agenda i colloqui con Washington e lo Stretto. Alle denunce dei ministri africani, però, né la Casa Bianca né il governo iraniano hanno risposto.Il ministro congolese Bouya ha portato in sala una domanda più vecchia della guerra: perché l’Africa debba ricomprare a caro prezzo ciò che esporta grezzo. «L’Africa non può più essere un serbatoio di materie prime, un posto dove le materie prime vengono estratte, portate altrove, lavorate e poi rivendute a noi a un prezzo molto più alto», ha detto. «Non possiamo andare avanti così».La conseguenza, per de la Mora, è già scritta nei magazzini vuoti di concime: «Può avere un effetto sulla disponibilità di cibo e sui prezzi del cibo». E sulle catene di fornitura scosse dal caro-petrolio ha aggiunto: «Gli effetti durano più a lungo di quanto ci saremmo aspettati o avremmo voluto».