TEHERAN — In 48 ore la capitale iraniana ha ricevuto l’ambasciatore degli houthi e, il giorno prima, i mediatori di Arabia Saudita, Turchia e Pakistan; a New York il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha visto il collega britannico. Dai pezzi esce un piano in più fasi, riferisce il Guardian: la riapertura dello stretto di Hormuz entro quattro giorni dalla revoca delle sanzioni americane e il ritiro di «forze sostanziali» degli houthi all’interno dello Yemen. Ali Bagheri, vicesegretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, ha detto che Teheran è pronta a scendere da sette a quattro giorni.Sul tavolo corre però un secondo calendario. Washington ha avvisato diversi Paesi del Golfo, per canali diplomatici e militari, di prepararsi a una campagna «breve e intensa» dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, ha scritto martedì il Wall Street Journal; Donald Trump non ha deciso, ma propende per un attacco su larga scala a infrastrutture e siti nucleari. «Vedrete l’Iran fra un paio di settimane», ha detto il presidente a un comizio a Lubbock, in Texas. «Finirà molto presto».Gli Stati Uniti sono al corrente dei progressi, ma chiedono una concessione in più. Per i diplomatici europei il requisito minimo è il rientro degli ispettori delle Nazioni Unite nei siti nucleari bombardati. Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband lo ha chiesto ad Araghchi a New York e si è sentito rispondere di no: sul nucleare Teheran accetta colloqui «solo di principio» e ha tenuto il dossier fuori dal piano, spingendo invece su un patto di non aggressione regionale e sulla riduzione della presenza militare americana. «Otto Paesi in pace con il resto del mondo», lo ha descritto il ministro degli Esteri dell’Oman Badr Albusaidi. Gli houthi, dal canto loro, pretendono la fine del blocco navale e aereo saudita sullo Yemen.Due giorni a TeheranMohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha ricevuto martedì l’ambasciatore houthi Ibrahim al-Dulaimi, 24 ore dopo la delegazione dei tre Paesi del patto della Mecca firmato in agosto. La tv di Stato iraniana ha parlato di colloqui «molto buoni». La stampa degli Emirati racconta un esito diverso: nessun accordo, solo l’impegno a continuare. Gli iraniani avrebbero ammesso di non avere leva sufficiente sugli houthi e avrebbero chiesto ai mediatori di strappare a Washington una tregua regionale di due settimane in cambio di una riapertura graduale dello stretto, con la trattativa finale da tenere a Sanaa. Poche ore dopo la coalizione a guida saudita ha intercettato tre missili balistici e quattro droni lanciati dallo Yemen verso il Regno.Il governo yemenita riconosciuto non accetta Teheran al tavolo. La ministra degli Esteri Afrah Alzouba ha respinto l’offerta di mediazione: «Teheran si è fatta parte in causa nella guerra contro gli yemeniti».Da Teheran la lettura è rovesciata. «La parte americana non è seria sui negoziati», ha detto lunedì il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baqaei, accusando Washington di confondere il negoziato con la «dettatura» e addebitando al blocco navale americano l’insicurezza dello stretto. Rezaei ha fissato le condizioni per qualunque riapertura: sospensione delle sanzioni, sblocco dei beni, fine del blocco dei porti e garanzie di non essere attaccati.Il dispositivo americano si allarga nel frattempo. Un sistema Patriot è stato spostato dal Texas, le truppe ritirate dalle basi più esposte, le scorte di munizioni ricostituite; un gruppo portaerei e un’unità da sbarco dei marines si aggiungeranno il mese prossimo alle circa 20 navi già nel Golfo. La Casa Bianca non commenta «piani militari sensibili che potrebbero esistere o no» e ripete che il presidente «tiene tutte le opzioni sul tavolo perché l’Iran non abbia mai un’arma nucleare».La guerra aperta il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele è all’ottavo mese; un memorandum mediato da Pakistan e Qatar in giugno è saltato in luglio. Prima del conflitto da Hormuz passava un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiali. Il Brent ha chiuso lunedì a quasi 114 dollari, dopo aver superato i 117 il 23 ottobre. Le due agende corrono in parallelo, e il 3 novembre è la data su cui si regolano entrambe.Per Negar Mortazavi, analista di The Iran Podcast, la priorità di Teheran è «porre fine alla guerra in modo permanente», non un’altra tregua; Sina Toossi, del Center for International Policy, parla di «garanzie più tangibili e durature». Pechino ha annunciato martedì che invierà presto un inviato nella regione. Domenica, ai cronisti, Trump aveva riassunto così il bivio: «La mia domanda è: faccio un accordo con loro o li finisco?».