O sposa jihadista, adolescente adescata, femmina prima di smettere i panni della bambina o combattente velata, fucile spianato, perfetta per il borbottio occidentale del femminismo da copertina. In mezzo, migliaia di vite che non entravano in nessuna delle due cornici e che, proprio per questo, sono rimaste fuori fuoco.È lì che punta Limbo, il nuovo progetto dell’università di Pisa coordinato da Renata Pepicelli, docente di Storia dei paesi islamici, e finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca attraverso il fondo italiano per la scienza. L’obiettivo? Ricostruire le ragioni che spinsero migliaia di donne ad aderire allo Stato islamico, il ruolo che ebbero nella costruzione del Califfato e le loro vite dopo la sua caduta nel 2019, insieme al destino dei minori coinvolti. Il programma parte con il convegno Donne che agiscono violenza politica. Una prospettiva comparata su agency, pratiche e rappresentazioni, oltre il paradigma Isis.Le domande di ricercaUn nome che è tutto un programma. Il «limbo» – l’orlo, il margine, il primo cerchio infernale sospeso e malinconico dei desideri inappagati – è il luogo di chi non è né assolto né condannato, e descrive con precisione crudele la condizione di molte di queste donne: troppo compromesse per tornare, troppo marginali per un processo, sospese in campi di detenzione, in programmi di deradicalizzazione o in un silenzio burocratico che dura da anni. I numeriSecondo le stime citate dal progetto, gli stranieri affiliati allo Stato islamico in Iraq e Siria furono tra i 44 e i 53mila, arrivati da oltre sessanta Paesi. Circa il 14% erano donne, il 13% minori. Tradotto in persone, oltre seimila donne partite da altrove per abitare un’utopia armata.La ricerca attraverserà sei Paesi, scelti con attenzione goniometrica alla storia e alla geopolitica: Siria e Iraq, dove il Califfato è nato e schiattato; Giordania e Tunisia, tra i bacini di partenza più consistenti del mondo arabo; Francia e Regno Unito, dove la radicalizzazione ha parlato la lingua delle periferie europee. Il lavoro sul campo passerà dai programmi di deradicalizzazione e dalla collaborazione con ong e operatori attivi fuori dall’Europa, che dovrebbero aprire un canale con chi è ancora nei campi.Il cuore teorico del progetto sta nell’ «agency», la capacità di agire e di scegliere. «Molte delle donne che raggiunsero lo Stato Islamico non presentano loro stesse in ruoli passivi o come vittime, ma si descrivono come attiviste, sostenitrici, migranti», spiega Pepicelli. Il che, precisa, non significa negare coercizione, violenza o vulnerabilità, ma tenere insieme la pluralità delle motivazioni, delle scelte e delle esperienze che segnarono il coinvolgimento femminile nell’Isis.Oltre il paradigma IsisÈ un passaggio delicato, ed è anche il più interessante. Riconoscere che una donna ha scelto non vuol dire assolverla, ma prenderla sul serio. La narrazione della vittima, per quanto rassicurante, ha un costo: sottrae responsabilità, e con la responsabilità sottrae anche la comprensione. Se tutte furono ingannate, non c’è nulla da capire su ciò che le attrasse. Se invece alcune partirono convinte, inseguendo un’idea di riscatto, di appartenenza o di purezza, allora la questione acquisisce un’orditura interessante.Il titolo del convegno, del resto, allarga il campo fin dall’inizio: «Oltre il paradigma Isis». La violenza politica agita dalle donne ha una storia lunga, che attraversa movimenti armati di segno diversissimo, e l’Isis ne è un capitolo, non l’eccezione. Limbo prova a leggerlo in questa chiave comparata, sottraendolo alla categoria del mostruoso, che spiega poco e consola molto.Resta l’ultima domanda, quella che il progetto porta già nel nome: che cosa fare di chi è rimasto sospeso. Il Califfato è caduto da sette anni, le sue donne e i suoi bambini no. Sono ancora lì, in attesa che qualcuno decida se sono un pericolo, un rimorso o semplicemente persone da ascoltare.