La diplomazia prova a scongiurare una nuova guerra, ma gli Stati Uniti tengono il dito sul grilletto. Il braccio di ferro tra Washington e Teheran entra in una fase decisiva, con Donald Trump pronto a valutare una nuova offensiva militare contro la Repubblica islamica subito dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre. Sul tavolo c’è la possibilità di ripetere, seppure su scala ridotta, l’operazione “Epic Fury”, la campagna di bombardamenti condotta in primavera da Stati Uniti e Israele. Ma mentre il Pentagono prepara uomini e mezzi per un eventuale intervento, dalla mediazione condotta da Qatar e Pakistan arrivano segnali incoraggianti. Tanto che una delegazione americana sarebbe attesa a Doha per partecipare a colloqui diretti con i rappresentanti iraniani. Una possibile svolta, ancora tutta da verificare, in una crisi che rischia di incendiare nuovamente il Medio Oriente.A riferire dei progressi è il quotidiano qatariota Al-Araby Al-Jadeed, che cita fonti vicine alla mediazione. Stati Uniti e Iran avrebbero raggiunto un’intesa su alcune misure preliminari riguardanti il programma nucleare di Teheran, la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz e una serie di incentivi finanziari destinati alla Repubblica islamica. Cina e Russia potrebbero inoltre assumere il ruolo di garanti di un eventuale accordo. Uno scenario che, se confermato, rappresenterebbe un importante passo avanti rispetto alle tensioni delle ultime settimane.La svolta sarebbe maturata al termine di una vera e propria maratona diplomatica. I mediatori qatarioti hanno trascorso oltre dodici ore a Teheran, confrontandosi con i funzionari iraniani e mantenendo un contatto costante con la Casa Bianca. Al termine degli incontri, la delegazione negoziale della Repubblica islamica avrebbe accompagnato gli emissari del Qatar a Doha, dove sono attesi nuovi colloqui. “Ci sono stati progressi positivi. I colloqui sono ancora in corso nel tentativo di sbloccare un accordo tra Stati Uniti e Iran”, ha spiegato una fonte ad Axios. Ma le distanze tra le parti restano significative. Washington pretende concessioni sul programma nucleare prima di riprendere il dialogo, mentre Teheran chiede la revoca del blocco navale americano, lo sblocco dei fondi congelati e la possibilità di tornare a esportare petrolio. Sul tavolo anche un possibile compromesso che consentirebbe agli ispettori delle Nazioni Unite di accedere ai siti nucleari bombardati in cambio di un alleggerimento delle sanzioni statunitensi.A muovere le pedine della diplomazia americana è soprattutto il vicepresidente JD Vance, protagonista di un’iniziativa che potrebbe rivelarsi determinante per evitare una nuova escalation. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Vance avrebbe inviato – su richiesta di Trump – una lettera a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex comandante dei Pasdaran. Un interlocutore tutt’altro che moderato, considerato uno degli esponenti più influenti dell’ala dura del regime. Teheran ha confermato di aver ricevuto la missiva, senza tuttavia annunciare una risposta ufficiale. Rezaei, nel frattempo, ha incontrato nella capitale iraniana i vertici della sicurezza di Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, in un tentativo di costruire le condizioni per una de-escalation regionale.Trump ha confermato di aver dato il proprio via libera all’iniziativa del vicepresidente, facendo riferimento anche alle difficoltà umanitarie iraniane: “Hanno bisogno di aiuto per forniture mediche e altre cose. Mi ha chiesto cosa ne pensassi e io ho risposto: “Se vuoi farlo, va bene””. Il presidente americano, però, continua a tenere aperta l’opzione militare. “Potremmo dare vita a un altro piccolo ‘Epic Fury’“, ha avvertito durante un comizio, aggiungendo: “Oppure accetteranno un accordo”. Un messaggio inequivocabile: la trattativa è possibile, ma Washington non intende rinunciare alla pressione esercitata attraverso la minaccia di un nuovo intervento armato.Del resto, all’interno dell’amministrazione americana convivono posizioni differenti. Secondo Axios, il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il segretario di Stato Marco Rubio sarebbero favorevoli a nuove operazioni militari per indebolire ulteriormente il regime iraniano. Di parere diverso Vance, affiancato dagli emissari Steve Witkoff e Jared Kushner, che punta sulla ripresa dei negoziati. Il segretario al Tesoro Scott Bessent preferirebbe invece concedere più tempo alla pressione economica. Lo stesso Vance, pur avendo sostenuto pubblicamente la guerra contro l’Iran, avrebbe espresso in privato alcune riserve sull’eventualità di prolungare il conflitto. Una posizione che assume un peso particolare anche alla luce delle sue ambizioni politiche, essendo considerato il favorito per la nomination repubblicana alle presidenziali del 2028.Il fattore tempo è decisivo. L’attenzione è concentrata sulle elezioni di Midterm del 3 novembre, dopo le quali Trump potrebbe ordinare una nuova campagna di bombardamenti. Secondo il Wall Street Journal, l’amministrazione americana avrebbe già invitato i Paesi arabi del Golfo a prepararsi a un’offensiva breve ma intensa. Una fonte americana citata da Axios sostiene che una pesante sconfitta repubblicana potrebbe aumentare la propensione del presidente a ricorrere alla forza, ma la Casa Bianca ha smentito qualsiasi collegamento tra l’esito elettorale e le decisioni militari. Sullo sfondo resta la posizione di Benjamin Netanyahu, che starebbe sollecitando un’operazione congiunta contro Teheran. Una prospettiva alla quale guardano con preoccupazione Arabia Saudita, Turchia e altri Paesi della regione, impegnati a favorire una soluzione negoziale.E i preparativi militari americani confermano che l’ipotesi di un nuovo attacco viene presa estremamente sul serio. L’ammiraglio Brad Cooper, massimo comandante statunitense in Medio Oriente, ha illustrato personalmente a Trump le opzioni operative contro l’Iran, alla presenza di Hegseth e del capo dello Stato Maggiore congiunto, il generale Dan Caine. Un incontro significativo, considerando che Cooper raramente riferisce direttamente al presidente. Nelle ultime settimane il Pentagono ha inoltre rafforzato la presenza nella regione, inviando sistemi di difesa aerea, munizioni e rifornimenti, mentre alcune unità sono state trasferite da basi considerate particolarmente vulnerabili. Gli Stati Uniti stanno anche provvedendo all’invio di un’ulteriore batteria Patriot in Israele, nel tentativo di consolidarne le difese missilistiche e compensare la carenza di intercettori.Teheran, dal canto suo, non resta a guardare. La Repubblica islamica avrebbe ripreso la produzione di missili balistici utilizzando componenti conservati in strutture sotterranee. Ma soprattutto sono le parole della Guida suprema Mojtaba Khamenei a testimoniare la gravità della situazione. Durante un incontro con gli alti comandanti militari, l’ayatollah ha ordinato che “qualsiasi livello e tipo di minaccia deve ricevere una risposta immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche”. Un avvertimento che allarga il perimetro di un eventuale conflitto ben oltre i confini iraniani. Khamenei ha inoltre chiarito che “se i nemici dovessero nuovamente lanciare attacchi militari o terroristici, saranno le forze armate della Repubblica islamica e la nazione iraniana a determinare il momento e le condizioni della loro conclusione”.La Guida suprema ha chiesto di aggiornare l’elenco degli obiettivi militari affinché “ogni tipo di risorsa materiale e immateriale del nemico americano-sionista sia alla portata delle forze armate”, ordinando contemporaneamente il rafforzamento dell’intelligence, delle capacità difensive e dell’impiego di nuove tecnologie. Sulla stessa linea il portavoce dell’esercito iraniano, Mohammad Akraminia: “Se il presidente americano dovesse lanciarsi nuovamente in un’avventura regionale, sotto la pressione dei sionisti e con l’obiettivo di compiacerli, le fiamme della guerra si estenderebbero senza dubbio a un’area geografica molto più vasta”. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, pur ribadendo la disponibilità al dialogo, ha assicurato che le forze armate iraniane sono pronte a reagire a qualsiasi aggressione.Ad alimentare ulteriormente la tensione arriva infine la notizia di un presunto attacco con droni contro due pescherecci al largo dell’isola iraniana di Qeshm. Secondo l’agenzia Fars, il bilancio sarebbe di due pescatori feriti e due dispersi. Le autorità locali hanno riferito che l’episodio si sarebbe verificato a circa 18 miglia dal villaggio di Musan, ma al momento non è stata chiarita la responsabilità dell’attacco, attribuito genericamente dai media iraniani a droni “nemici”.La partita, insomma, si gioca su due tavoli paralleli. Da una parte i negoziatori cercano una formula capace di soddisfare le richieste americane senza costringere Teheran a una capitolazione politica. Dall’altra gli apparati militari si preparano a uno scontro che potrebbe coinvolgere l’intera regione, con conseguenze anche sulla sicurezza delle rotte energetiche e commerciali. I colloqui di Doha potrebbero rappresentare l’ultima occasione per trovare un’intesa prima delle elezioni americane. In caso contrario, il Medio Oriente rischia di ritrovarsi ancora una volta sull’orlo di una guerra aperta.Massimo Balsamo, 31 ottobre 2026L'articolo “Un’altra Epic Fury”. Trump avvisa l’Iran: cosa può succedere dopo il 3 novembre proviene da Nicolaporro.it.