WASHINGTON — Stasera chiudono gli sportelli del voto anticipato in 20 Stati, dal Michigan alla Georgia, e il Texas ha già abbassato la saracinesca venerdì con 7,4 milioni di schede nelle urne. Le code davanti ai seggi di Atlanta e Houston, le buste del voto postale impilate negli uffici di contea, i 27 Stati che segnano sul registro il partito di chi vota: è il quadro che accompagna gli Stati Uniti verso le elezioni di metà mandato di martedì 3 novembre.Il conto nazionale aggiornato sabato, nel rilevamento di CNN e Associated Press su 47 Stati più la capitale, dice che oltre 50 milioni di americani hanno già votato. Mai così tanti prima di un voto di metà mandato: a cinque giorni dall’apertura dei seggi erano quasi 10 milioni in più rispetto allo stesso momento del 2022. In Texas l’aumento è del 50 per cento, in South Carolina dell’83.Dove gli Stati registrano l’affiliazione, i democratici sono il 43 per cento dei votanti anticipati, i repubblicani il 32, gli indipendenti il 25. Bloomberg calcola un vantaggio democratico di 12 punti, «vicino ai margini che precedettero la vittoria di Biden nel 2020». Le schede non dicono per chi si è votato: dicono chi si è mosso.I sondaggi vanno nella stessa direzione. La media di RealClearPolling sul voto nazionale per la Camera dà i democratici al 51,4 per cento contro il 43,2 dei repubblicani. «Un vantaggio così ampio indica che la Camera quasi certamente passerà ai democratici, ma non significa che passi anche il Senato: è molto più incerto», dice Kyle Kondik, analista del Center for Politics dell’Università della Virginia.Donald Trump ha cambiato idea in 24 ore. Giovedì la Casa Bianca aveva cancellato i comizi di sabato in Kansas e di domenica in Iowa, sostituendoli con una ventina di comizi telefonici; venerdì ha confermato che si terranno entrambi domenica. Il presidente ha negato che la cancellazione c’entrasse con le prospettive dei candidati o con la sua salute e ha rimproverato il cronista che gliel’ha chiesto. Il senatore texano Ted Cruz, dal suo podcast, ha avvertito la base: «Potremmo perdere il Texas», e con esso otto o dieci corse per il Senato se i conservatori restano a casa.Il caso AlaskaA tre giorni dal voto la partita si è spostata dalle urne ai tribunali che dovranno contarle. Venerdì il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a un giudice federale di ordinare agli uffici elettorali dell’Alaska di conservare e tenere separate tutte le schede che classificano Daniel J. Sullivan, con una decisione entro lunedì. È un maestro di musica in pensione di Petersburg, villaggio di 3.000 abitanti raggiungibile solo per aria o per mare, candidato indipendente al Senato. Si chiama quasi come il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan, sfidato dalla democratica Mary Peltola in un voto a preferenza classificata.Il procuratore federale di Anchorage ha detto che l’indagine penale è aperta «da diversi mesi» e che nessuno è stato incriminato. Il governo sostiene che la candidatura rischia di «ingannare gli elettori» dopo che il New York Times ha scritto che la campagna Peltola aveva contribuito a reclutare l’omonimo. Una causa civile parallela chiede di bloccare la certificazione del risultato se il senatore uscente perde. Trump ha detto di aver chiesto lui la causa: davanti ai cronisti si è rivolto al procuratore generale Todd Blanche, «Todd, per favore prendi tu la tua decisione», e poi: «Ok, ha detto sì».Peltola replica di non aver saputo nulla: «Non sono interessata a ingannare gli elettori». Il comitato democratico per il Senato nega ogni trucco, e Daniel J. Sullivan ripete di correre sul serio. Gli avvocati dello Stato dell’Alaska, governato dal repubblicano Mike Dunleavy, rispondono al Dipartimento che i due nomi sono già distinti sulla scheda e che il sistema a preferenze consente di classificarli entrambi. Sulla tempistica delle mosse giudiziarie, che AP definisce «insolita», il Dipartimento non ha dato risposte.Negli spot finali i democratici hanno puntato su Jeffrey Epstein: oltre 160 spot e 35 milioni di dollari di spazi, per il 90 per cento democratici, che accusano i repubblicani di aver votato contro la pubblicazione dei file. I repubblicani ribattono che quasi tutti hanno poi approvato la legge sulla trasparenza, passaggio che gli spot omettono. «Certo che ho votato per pubblicare i file di Epstein», dice in camera fissa la deputata dell’Iowa Ashley Hinson.A Petersburg, intanto, un agente dell’Fbi si è presentato da un concessionario di barche che aveva donato alla campagna di Daniel J. Sullivan per chiedergli se fosse stato tratto in inganno. «No», ha risposto, «tutti sanno chi è il senatore in carica».