Sicurezza, identità e contraddizioni della strategia iraniana: analisi geopolitica comparata

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L’Occidente, in particolare l’Italia, ha un’informazione geopolitica parziale sui media più diffusi, che, spesso non serve ad approfondire e a capire, quanto a tifare. Senza conoscere bene come stanno le questioni, si fanno autogol o si finisce nella curva sbagliata, anche in perfetta buona fede. Questa analisi, perciò, vuole raccontare, senza filtri, cosa sia l’Iran, a seguito della selezione e consultazione di 163 fonti, occidentali e iraniane.Evidentemente, una delle fonti principali è il prof. Vali Nasr, all’anagrafe Seyyed Vali Reza Nasr, politologo, accademico e saggista iraniano-americano, considerato uno dei massimi esperti mondiali di Medio Oriente, politica estera statunitense e dinamiche interne al mondo islamico.Attualmente ricopre la cattedra di Majid Khadduri Professor di Affari Internazionali e Studi sul Medio Oriente presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies (SAIS) di Washington, istituto di cui è stato anche il preside dal 2012 al 2019. Spesso viene interpellato come esperto di crisi geopolitiche mediorientali dal Corriere della Sera e dai più prestigiosi giornali del mondo.La politica iraniana va capita soprattutto come ricerca di indipendenza, protezione e rango internazionale, non come semplice applicazione del programma religioso del 1979. La conseguenza interpretativa è importante, perché contraddice la narrativa dominante: occorre ricostruire le minacce percepite da Teheran, senza per questo considerare giustificate le sue risposte.Monarchia e Repubblica Islamica condividono aspirazioni di sicurezza e grandezza; divergono profondamente sul rapporto con l’Occidente. Il passaggio decisivo riguarda il mezzo attraverso cui conseguire la potenza: integrazione e modernizzazione oppure resistenza?La religione è vista come una resistenza politica: lo sciismo contribuisce alla mobilitazione interna, alla memoria della guerra e alle solidarietà transnazionali; non basta, tuttavia, a spiegare alleanze e scelte operative. Le reti regionali servono a tenere lontane le minacce, ma espongono l’Iran alle iniziative dei propri partner e alle reazioni degli avversari. Il problema non è soltanto quanto potere esse generino, ma quanto Teheran riesca a controllarne l’impiego.Il Nucleare è considerato anche politica interna. Negoziare significa modificare il rapporto fra apertura economica, ostilità verso Washington e legittimazione degli apparati della resistenza. L’accordo nucleare mette, quindi, in discussione equilibri interni, oltre a trattare capacità tecnologiche e sanzioni.Nasr sostiene che il merito non elimini il problema della coerenza: c’è una grande profondità storica nelle decisioni iraniane. Resta discutibile quanto esse costituiscano un’unica grande strategia, anziché il risultato mutevole di conflitti, apprendimenti e competizione istituzionale. È una delle obiezioni più precise della recensione accademica di James Denselow.1. La tesi: la resistenza come progetto di potenzaPer Nasr, l’Iran contemporaneo non diventa comprensibile se si pensa che ogni sua decisione discenda direttamente dalla rivoluzione islamica. Religione e linguaggio rivoluzionario restano importanti, ma l’azione dello Stato risponde anche a una concezione della sicurezza, maturata attraverso interferenze straniere, perdita di sovranità, guerra e confronto con gli Stati Uniti. L’ambizione non è soltanto sopravvivere: è acquisire autonomia e una posizione preminente nel proprio spazio regionale.La resistenza costituisce il collegamento fra questi obiettivi. Non indica soltanto il rifiuto di una pressione esterna, ma un orientamento che organizza politica nucleare, proiezione regionale e costruzione interna dello Stato. Tale orientamento ha contribuito a modellare anche economia, istituzioni sociali e rapporti con l’Occidente.La formulazione più interessante si trova nell’ultimo libro di Nasr, non ancora uscito in italiano, disponibile in estratto inglese (per il momento) “Iran’s Grand Strategy – A Political History” (2025). In esso l’autore non oppone semplicemente un Iran religioso a un Iran pragmatico. Nasr mostra, piuttosto, come una leadership religiosa possa perseguire obiettivi di potenza, attraverso categorie storiche e nazionali, impiegando contemporaneamente risorse ideologiche.Christopher de Bellaigue, recensendo l’estratto su Foreign Affairs, individua proprio qui il correttivo principale della nostra ottica analitica: le rivalità regionali, la sicurezza e l’eredità anticoloniale spiegano più di una lettura esclusivamente missionaria della Repubblica Islamica.Khamenei e la resistenza seguono il conflitto fra riforma e resistenza, la difesa avanzata, l’espansione regionale, il nucleare e i costi del progetto. Questa struttura, verificabile nell’indice, è composta da due parti principali, precedute dall’apertura storica: non è una successione di crisi diplomatiche indipendenti. Il movimento va dalla formazione delle percezioni, alla costruzione degli strumenti, fino alle contraddizioni del loro impiego.Il vantaggio di questa impostazione è trasformare la domanda: non soltanto che cosa vogliano i dirigenti iraniani, ma come abbiano imparato a riconoscere minacce e opportunità. La cautela necessaria è non confondere una condotta storicamente intelligibile con una condotta necessariamente efficace o inevitabile.2. Sciismo, nazione e impero: continuità e rotture con i PahlaviLa storia precedente alla Repubblica Islamica non è un semplice antefatto. La memoria dell’ingerenza straniera contribuisce a definire che cosa significhi indipendenza. La rivoluzione costituzionale del 1905-1906 e il colpo di Stato del 1953 sono come parte fondante della coscienza storica nazionale. Mentre: occupazione, guerre e interventi esterni costituiscono il retroterra attraverso cui la leadership interpreta il presente.Il confronto con i Pahlavi rivela una continuità negli obiettivi, ma una rottura nella via scelta per realizzarli. La monarchia associa sviluppo, modernizzazione e alleanza occidentale alla costruzione della potenza. La Repubblica Islamica ricerca forza e prestigio, attraverso la resistenza all’Occidente, accettando costi economici che un progetto centrato sull’integrazione internazionale tenderebbe a considerare controproducenti.Nella ricostruzione del libro offerta da Global Policy, la paura della ripetizione di un intervento angloamericano contribuisce a rendere la crisi degli ostaggi del 1979-1981 una questione di sicurezza oltre che ideologica. Il passato non impone automaticamente la scelta degli ostaggi: fornisce però una cornice attraverso cui essa può essere presentata come protezione della rivoluzione e dell’indipendenza.Occorre quindi distinguere più elementi, senza separarli artificialmente: lo Sciismo alimenta sacrificio, memoria, mobilitazione e solidarietà oltreconfine. La religione partecipa alla produzione della capacità strategica. Il nazionalismo iraniano collega difesa del territorio, indipendenza e aspirazione alla grandezza. L’interesse nazionale non nasce nel 1979 e non coincide integralmente con il consenso al regime. L’ antimperialismo unisce l’eredità rivoluzionaria al rifiuto dell’egemonia americana.La resistenza cerca un pubblico più ampio della sola comunità sciita. La distinzione si fonda sull’introduzione e sulla ricostruzione delle componenti religiose, patriottiche e anticoloniali nelle recensioni. Non implica che questi elementi siano sempre armonici e infatti, molto spesso, non lo sono.Sul nazionalismo una precisazione evita un equivoco: non è opportuno usare automaticamente “persiano” e “iraniano” come sinonimi. L’argomento ricostruibile dalle fonti riguarda soprattutto lo Stato, la sovranità e una memoria nazionale. L’estratto e le altre fonti consultate non offrono una trattazione sistematica certamente obiettiva del rapporto fra identità persiana e pluralità etnolinguistica del paese.La continuità fra monarchia e Repubblica Islamica è convincente se riguarda vulnerabilità e aspirazioni, meno se viene trasformata nell’idea di un interesse nazionale immutabile. Il vero problema analitico è capire chi definisca quell’interesse e perché l’autonomia debba essere perseguita mediante una specifica combinazione di confronto, sviluppo e alleanze.3. Iran-Iraq: la guerra che costruisce la Repubblica IslamicaLa guerra del 1980-1988 è il centro causale, non un episodio fra gli altri. Nella lettura di Nasr, essa trasforma un regime rivoluzionario ancora conteso in un ordine politico che organizza sicurezza, autorità e appartenenza attorno alla capacità di resistere. Denselow considera particolarmente persuasiva la ricostruzione di come il conflitto radicalizzi lo Stato e faccia emergere le istituzioni, soprattutto i Guardiani della rivoluzione, destinate a dominare il pensiero della sicurezza nazionale.La sopravvivenza viene interpretata come risultato dell’autosufficienza, della disponibilità al sacrificio e della coesione ideologica. La memoria dei combattenti e dei caduti permette di saldare patriottismo e sciismo; scuola e comunicazione pubblica mantengono poi questa esperienza come fondamento della legittimità statale.Durante una presentazione del volume, Nasr ha spiegato che la lettura di memorie, dibattiti storici e riviste iraniane lo ha portato a interpretare la prosecuzione della guerra soprattutto come dimostrazione della volontà di difendersi, anziché come semplice esportazione della rivoluzione. (fonte: sais.jhu.edu)La recensione di Global Policy ricorda anche l’obiettivo di rovesciare Saddam Hussein e interpreta la prosecuzione della guerra sul territorio iracheno come un precedente espansivo. Le due letture possono coesistere, ma non sono equivalenti. Una leadership può considerare necessario per la propria sicurezza un obiettivo che gli altri giudicano offensivo. Se l’eliminazione del regime avversario viene inclusa nella difesa, la categoria di sicurezza rischia di spiegare troppo. Occorre distinguere la motivazione dichiarata, la valutazione delle alternative e le conseguenze effettive della decisione.Comunque è riduttivo ritenere la guerra solo una mobilitazione confessionale: Khomeini autorizza una cooperazione militare segreta con Israele. Il dato mostra la possibilità di subordinare l’ostilità pubblica a necessità operative immediate, non dimostra che quell’ostilità fosse irrilevante. La lezione interpretativa è quindi duplice: la guerra spiega sia la capacità di adattamento sia la rigidità successiva. Un’esperienza che insegna a sopravvivere può anche rendere politicamente sospetta la rinuncia agli strumenti associati alla sopravvivenza.4. Stati Uniti, Israele e mondo arabo: dalla vulnerabilità alla difesa avanzataWashington è sì l’ avversario strutturante, ma non c’è incompatibilità assoluta. Gli Stati Uniti non sono soltanto un interlocutore diplomatico, ma la potenza rispetto alla quale viene definita l’indipendenza. Lo sviluppo dell’orientamento iraniano alla guerra con l’Iraq, il successivo contenimento americano e l’invasione dell’Iraq del 2003 alimentano una lettura persistente delle intenzioni statunitensi come minaccia.Nasr non descrive un’incompatibilità operativa assoluta. Denselow sottolinea che il libro aiuta a comprendere la coesistenza fra ostilità antiamericana e convergenze contro i talebani e, successivamente, contro lo Stato islamico. Questo contrasto è importante: il riconoscimento di una minaccia comune può consentire la cooperazione senza trasformare la rappresentazione generale dell’avversario.Israele: dall’utilità contingente al conflitto per l’ordine regionale.Il rapporto con Israele mette alla prova ogni spiegazione monocausale. La cooperazione segreta durante la guerra con l’Iraq mostra flessibilità. L’evoluzione successiva, secondo la lettura del libro del Prof. Nasr proposta da J. Dana Stuster, assegna invece alla rivalità una dimensione crescente di equilibrio regionale. Israele diventa un ostacolo centrale all’ascesa iraniana, non soltanto un oggetto di condanna ideologica.La dimensione strategica chiarisce perché il conflitto persista e si estenda attraverso reti e strumenti indiretti. Non elimina però la domanda su quanto ideologia e identità contribuiscano a rendere Israele un avversario non sostituibile. La cooperazione occasionale prova la possibilità del pragmatismo, non l’assenza di convinzioni durevoli.Il mondo arabo e l’asse: profondità strategica senza pieno controllo.La difesa avanzata consiste nel contrastare le minacce prima che raggiungano il territorio iraniano. La rete sviluppata in Iraq, Siria, Libano e Yemen offre profondità, capacità di pressione e strumenti asimmetrici contro Stati Uniti e Israele. È questa la funzione strategica dell’asse della resistenza. La componente sciita facilita alcuni collegamenti. Global Policy richiama l’uso della devozione ai santuari e del pellegrinaggio di Arbaeen nella costruzione di una comunità transnazionale favorevole alla presenza iraniana. Ma l’inclusione di Hamas nella rete ricordata dalle recensioni mostra che la sua logica non può essere spiegata soltanto come solidarietà confessionale.Il mondo arabo non va trattato come un blocco. Esso è contemporaneamente spazio di rivalità, sede di alleati statali e non statali, e ambiente entro cui l’Iran cerca di modificare il rapporto di forze. Il limite della formula dell’asse emerge quando essa suggerisce una direzione unitaria più forte di quanto consentano gli interessi locali.Stuster formula qui un’ osservazione precisa, attraverso il problema principale-agente: sostenere un partner non significa controllare tutte le sue decisioni. A questo si aggiunge il dilemma della sicurezza: ciò che Teheran considera un dispositivo difensivo può indurre gli avversari a sentirsi più minacciati e a reagire.La difesa avanzata non è né semplice espansionismo senza logica né una protezione priva di effetti offensivi. Il suo rendimento dipende dal controllo dei partner, dalla percezione degli avversari e dai costi imposti alle società in cui opera.5. Nucleare, Russia e Cina: autonomia cercata e dipendenze possibiliIl nucleare appartiene alla stessa storia della sicurezza, ma non nasce con la Repubblica Islamica. La recensione di Global Policy ne ricorda l’origine sotto la monarchia e la rinnovata importanza dopo la guerra con l’Iraq come strumento contro minacce esterne. Il programma mostra quindi una continuità statale, pur entrando in una strategia internazionale profondamente diversa.Nella ricostruzione di Global Policy, gli avversari interni dell’accordo non temono soltanto concessioni sul programma: temono che la distensione rafforzi i moderati, riduca la vigilanza antiamericana e indebolisca la legittimazione fondata sulla resistenza. Il negoziato coinvolge quindi la distribuzione del potere all’interno della Repubblica Islamica.Da qui deriva una conseguenza: una proposta può risultare conveniente in termini di risorse nazionali e risultare minacciosa per attori che associano la propria autorità alla prosecuzione del confronto. L’efficacia diplomatica non dipende soltanto dall’entità delle concessioni reciproche, ma anche da chi guadagna o perde capacità di definire la sicurezza.La svolta verso Oriente estende questa ricerca di margini di manovra. Global Policy attribuisce al libro la lettura dei legami con Russia e Cina come tentativo di creare profondità strategica e aggirare l’isolamento occidentale. La documentazione accessibile è però meno dettagliata su questi due rapporti, che sul confronto con Washington.Dunque il programma nucleare è lo strumento inserito nella ricerca di sicurezza e nella strategia di resistenza. Quando aumenta la protezione e quando accresce l’esposizione alla coercizione? La Russia: uno dei poli dell’orientamento verso Est e della ricerca di profondità. La convergenza contro la pressione occidentale non implica automaticamente identità diinteressi. La Cina: un altro polo della diversificazione rispetto all’Occidente. La diversificazione riduce necessariamente la dipendenza, oppure può cambiarne la direzione?Per Mosca, il punto verificabile è dunque l’inserimento nella strategia di resistenza; non è possibile ricostruire qui, come contenuto direttamente controllato del libro, tutti i termini della cooperazione. Per Pechino, è verificabile la funzione di alternativa all’isolamento occidentale, non un impegno incondizionato alla protezione dell’Iran. Il criterio interpretativo più utile resta chiedere quanta autonomia effettiva queste relazioni producano, non quanto prestigio simbolico conferiscono.Denselow rileva che il libro accompagna la tensione fra riformisti e conservatori con la crescita di un nucleo di potere radicato nelle istituzioni della sicurezza, che restringe progressivamente le scelte praticabili. È una precisazione essenziale rispetto a un ritratto dell’Iran come attore monolitico: esiste competizione, ma non tutti i concorrenti dispongono degli stessi mezzi per determinarne l’esito. Anche il rapporto fra Stato e società entra nel bilancio. Global Policy ricorda che le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini contestano sia vincoli religiosi sia giustificazioni degli interventi esterni; Patrick Clawson sottolinea la diagnosi sul crescente rifiuto popolare dei costi della resistenza.La domanda decisiva non è se l’Iran persegua la sicurezza, ma quale coalizione abbia il potere di definirla. Sicurezza del paese, sopravvivenza del regime e riproduzione degli apparati possono sovrapporsi; non vanno considerate identiche per definizione.Serve comprendere la sicurezza senza naturalizzare il conflitto. Il contributo più utile di “Iran’s Grand Strategy” è mostrare che la politica estera iraniana non è separabile dalla formazione dello Stato post rivoluzionario. La guerra produce istituzioni; quelle istituzioni custodiscono una particolare memoria della vulnerabilità; quella memoria contribuisce a legittimare strumenti che, a loro volta, modificano l’ambiente regionale. È questo collegamento, più della semplice contrapposizione fra religione e pragmatismo, a dare forza alla realtà dei fatti.L’approccio di Nasr invita quindi a leggere insieme minacce percepite, memoria storica e interessi degli attori che definiscono la sicurezza. La correzione critica necessaria consiste nel non assumere che tale definizione coincida sempre con il benessere della popolazione o con l’unica risposta possibile all’ambiente internazionale. Infine, comprendere perché i dirigenti iraniani abbiano scelto questa strada non significa concludere che fosse l’unica, la migliore o una strada ancora sostenibile.