Tumore prostata e vescica, i risultati della terapia mirata prima della chirurgia

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Arrivare all’intervento dopo un trattamento farmacologico mirato può cambiare il destino dei pazienti con alcuni tumori urologici. Nel tumore della vescica la sopravvivenza raddoppia, mentre in quello della prostata il rischio di metastasi si dimezza. È il messaggio che arriva da due studi presentati all’Esmo 2026 di Madrid e pubblicati su due riviste scientifiche a cui ha contribuito l’Urologia dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, diretta da Giuseppe Simone. Lo studio Volga “è un passo verso l’ottimizzazione del trattamento, con la massima attenzione alla riduzione del profilo di tossicità”, chiarisce Simone. Proteus “è il primo studio a introdurre il trattamento medico a supporto della chirurgia del carcinoma prostatico. È un ulteriore passo verso la necessaria multidisciplinarietà che merita ogni nostro paziente”.Lo studio sul tumore alla vescicaIl lavoro sul tumore alla vescica ha coinvolto quasi 700 pazienti candidati all’intervento chirurgico. Una combinazione di due farmaci somministrata prima dell’intervento – un anticorpo coniugato di nuova generazione, enfortumab vedotin, e un immunoterapico, durvalumab – ha raddoppiato sia la sopravvivenza libera da recidiva che la sopravvivenza globale. Lo studio “dimostra anche che intensificare il trattamento non sempre è utile: l’aggiunta di un terzo farmaco, tremelimumab, non ha offerto alcun beneficio”, dicono dal Regina Elena. Inoltre limitare l’anticorpo coniugato alla sola fase che precede l’intervento ha permesso di ridurre la tossicità dell’intero percorso terapeutico. Il lavoro sul tumore alla prostataI nuovi dati dello studio Proteus rispondono a una domanda che l’urologo si sente rivolgere spesso: ‘Non è meglio operare il prima possibile?’. Lo studio ha confrontato due gruppi di pazienti con carcinoma prostatico ad alto rischio: chi è stato operato subito e chi ha ricevuto una terapia ormonale intensificata. La terapia è durata sei mesi prima e sei mesi dopo l’intervento e associava gli analoghi LHRH (ormonoterapia) a un inibitore del recettore degli androgeni, una combinazione già in uso per la malattia metastatica. Con questa strategia il rischio di evoluzione metastatica della malattia si può dimezzare.Un risultato che, dicono dal Regina Elena, potrebbe incidere sull’aspettativa di vita di questi pazienti.“Essere tra i centri che hanno contribuito di più a due studi internazionali di questo rilievo conferma la vocazione del Regina Elena come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. Partecipare alla ricerca clinica significa offrire ai nostri pazienti un accesso tempestivo alle terapie più innovative e contribuire, insieme alla rete internazionale, a definire i percorsi di cura di domani”, commenta Giovanni Blandino, direttore scientifico dell’Irccs Regina Elena. Per Livio De Angelis, Dg Ifo, i risultati “dimostrano che una struttura pubblica può essere protagonista della ricerca internazionale, non spettatrice. Quando i nostri professionisti sono tra i primi al mondo ad arruolare pazienti negli studi che cambiano la pratica clinica, significa che i cittadini che si rivolgono al Regina Elena ricevono oggi le cure che altrove arriveranno domani”.Questo articolo Tumore prostata e vescica, i risultati della terapia mirata prima della chirurgia proviene da LaPresse