Somalia, il Guardian accusa i droni Usa di intrappolare i civili sul fiume in piena: Washington nega

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CHISIMAIO — Cayni Ali ha 27 anni, sei figli e una casa a cinque metri dal Giuba, il fiume che attraversa il sud della Somalia e che in questi giorni le porta l’acqua già all’altezza della vita. Vive a Jilib, nella regione del Medio Giuba, la città che al Shabaab, la formazione islamista legata ad al Qaeda, usa come capitale di fatto. «I droni arrivano continuamente, li sentiamo sempre», ha raccontato al Guardian. «Uccidono animali, civili. La città è grande ma la distruzione è ovunque».La sua testimonianza apre un’inchiesta pubblicata lunedì dal quotidiano britannico, che accusa le forze americane di «usare come arma» le alluvioni somale: i raid aerei ripetuti su Jilib e dintorni, secondo i residenti e una fonte che monitora la piana del Giuba, inchiodano donne e bambini sulle rive di un fiume in piena, proprio mentre El Niño porta le piogge più abbondanti degli ultimi anni. Il comando Usa per l’Africa nega.Asho Omar, del villaggio di Malenda, vicino a Jilib, descrive attacchi «costanti» che spingono la gente verso il fiume. «Gli attacchi aerei sono ovunque, è difficile muoversi. Moltissime persone sono state uccise». Altri residenti parlano di cadaveri rimasti nelle strade.Una fonte che segue l’andamento delle inondazioni lungo il Giuba va oltre: «È un’offensiva estremamente aggressiva, che sfrutta El Niño come arma di guerra per spingere la popolazione nelle aree a rischio inondazione». Riconosce che la linea ufficiale parla di postazioni militari, «ma poiché al Shabaab è radicato nella comunità è difficile evitare danni collaterali», e teme morti su larga scala nei prossimi mesi.Jethro Norman, ricercatore dell’Istituto danese per gli studi internazionali di Copenaghen, legge nella vicenda un’inversione: i dati di mappatura delle aree alluvionali, nati per ridurre i danni ai civili, verrebbero usati «per infliggere vittime invece che per mitigare i danni». Il risultato, dice, è «l’impatto cumulativo di una campagna aerea sostenuta» durante un’alluvione da El Niño.La replica del comando americanoIl comando Usa per l’Africa, che ha sede a Stoccarda, respinge tutto. «Non prendiamo di mira i civili, non conduciamo operazioni allo scopo di sfollare popolazioni civili e non usiamo il meteo o le alluvioni come metodo di guerra», ha detto un portavoce. «Colpiamo obiettivi militari legittimi e adottiamo misure praticabili per mitigare i danni ai civili». Il comando ha rifiutato di dare dettagli sulla campagna per ragioni di sicurezza operativa e nega di tenere un conteggio riservato: tutti gli attacchi condotti in Somalia, sostiene, vengono resi pubblici.I numeri ufficiali, però, non coincidono con i racconti da Jilib. Secondo i comunicati americani la città è stata colpita una sola volta in agosto e sei a settembre, per un totale di 11 raid dall’inizio di agosto. Da qui il sospetto, sollevato dall’inchiesta, di attacchi non dichiarati. Gli ultimi raid annunciati risalgono al 21 e al 23 ottobre, nel Basso Giuba e nel Basso Scebeli; dall’anno scorso il comando non diffonde più stime sulle vittime. Nel 2026 i raid in Somalia sono già 90, dopo i 124 del 2025, il massimo mai registrato.Né il governo federale somalo né al Shabaab hanno commentato l’inchiesta.Il fiume, intanto, continua a salire. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni, agenzia Onu, stima fino a 874.000 sfollati tra ottobre e dicembre, nove su dieci a causa delle alluvioni. Il Giuba a Dolow è vicino al livello di piena, lo Scebeli a Jowhar sale verso la sommità degli argini, a Baidoa le piogge hanno già danneggiato case. «Stiamo guardando alla possibilità che centinaia di migliaia di persone perdano la casa nel giro di poche settimane», ha detto il capo missione dell’agenzia in Somalia, Manuel Marques Pereira. «C’è ancora tempo per ridurre l’impatto, ma la finestra si sta chiudendo». Del piano d’emergenza da 16,6 milioni di dollari l’agenzia ha raccolto finora il 14%.Il precedente è vicino: El Niño del 2023 portò in Somalia le peggiori alluvioni del secolo, con oltre 1,2 milioni di sfollati. Sul fronte dei raid, lo scorso 15 novembre un attacco su alcune case nel distretto di Jamame, nel Basso Giuba, uccise almeno 12 civili, otto dei quali bambini.A Jilib la casa di Cayni Ali è ancora a cinque metri dal fiume. L’acqua, dice, è già alla vita.