Un’Italia da ripulire insieme. La lezione di Keep America Beautiful

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Negli ultimi due weekend di manifestazioni, nuove scritte si sono aggiunte a quelle che da anni deturpano molte nostre città: facciate private, edifici pubblici, chiese e monumenti. Molte di queste, in realtà, non hanno alcun legame con la piazza. E, non ogni segno su un muro è vandalismo. In proposito, qualcuno potrebbe rilevare che si tratti di una pratica risalente nel tempo, nei secoli, meglio nei millenni, e che in alcuni casi esse rappresentino interessanti fonti per un racconto storico o siano vere e proprie espressioni artistiche. Ad ogni modo, nel 2024 il Legislatore ha inasprito le sanzioni per chi deturpa beni culturali e paesaggistici. Molte amministrazioni comunali, così come singoli cittadini, sanno bene quanto sia salato il costo per il recupero e il ripristino delle superfici.Dall’altra parte dell’Atlantico c’è chi da settant’anni prova a fare del decoro un impegno condiviso. Si tratta di Keep America Beautiful che nasce nel dicembre 1953 a Stamford, in Connecticut, per iniziativa di chi produceva lattine e bottiglie. La risposta dell’organizzazione al crescere dei rifiuti ai bordi delle strade e delle highway è un’idea destinata a durare: il degrado è un problema di comportamento individuale, da affrontare con l’educazione civica e il volontariato. Negli anni Settanta la sua campagna più celebre fu uno spot con un nativo americano in lacrime davanti a un paesaggio inquinato: l’attore, Iron Eyes Cody. Oggi conta milioni di volontari: solo nel 2025 sono stati oltre 2,3 milioni, con più di 60.000 eventi.Nel 2026 l’organizzazione è stata nominata non profit dell’anno. I risultati si vedono: secondo il suo ultimo studio nazionale, pubblicato nel maggio 2026, i rifiuti dispersi lungo strade e corsi d’acqua americani sono calati del 34% rispetto al 2020. E, in occasione dei 250 anni dell’Indipendenza ha rilanciato in grande la mission: il “Greatest American Cleanup”, con l’obiettivo di rimuovere 25 miliardi di rifiuti entro il 4 luglio 2026.Ora, per quanto qui di interesse, Keep America Beautiful, ormai trent’anni fa (1996), ha promosso “Graffiti Hurts”, un progetto contro il vandalismo grafico finanziato, paradossalmente, proprio da un gruppo che produce vernici spray. Il metodo di lavoro è quello del volontariato civico. Piccole borse in denaro vanno a gruppi di quartiere che organizzano rimozioni rapide, linee telefoniche per le segnalazioni e programmi di adozione di un muro o di un angolo di strada. Sullo sfondo c’è la teoria delle “finestre rotte”, secondo la quale il degrado visibile, se tollerato, alimenta altro degrado. In Europa c’è chi ha scelto la via della manutenzione pubblica: a Parigi la rimozione di tag e graffiti è gratuita, ed è il municipio di arrondissement a decidere che cosa sia un’opera artistica da preservare e che cosa, invece, vada tolto.Questa esperienza statunitense ha già i suoi interpreti anche da noi. A partire da Firenze, dove è attiva dal 2010, i volontari della Fondazione Angeli del Bello ETS rimuovono le scritte dai muri, curano il verde, sistemano gli angoli abbandonati e organizzano i “CamminPulendo”, passeggiate di raccolta dei rifiuti. È la prova che il modello funziona anche in Italia: quello che manca è la scala nazionale. Da qui si potrebbe partire, pianificando e progettando una grande campagna nazionale per il decoro urbano sul modello del Greatest American Cleanup.Un obiettivo misurabile, una data simbolica come gli ottant’anni della Costituzione, il 1° gennaio 2028, e due fronti tenuti insieme come fa Keep America Beautiful: i rifiuti abbandonati e le scritte sui muri. Strade, parchi, spiagge e argini liberati dai rifiuti; facciate, monumenti e chiese restituiti al loro aspetto; piazze e giardini curati in ciascuno dei quasi ottomila comuni. La regia potrebbe spettare alle diverse articolazioni territoriali della Repubblica insieme alle forze vive della società italiana, incluso il sistema economico (come partner e sponsor), valorizzando chi già è impegnato sul campo, anche per assicurare l’adeguata formazione dei volontari e garantire la dovuta professionalità degli interventi di pulizia. Due condizioni, però, sono richieste.La prima è misurare: senza una sorta di censimento o mappatura dei rifiuti dispersi e dei muri imbrattati, con i relativi costi di pulizia, come quello che Keep America Beautiful aggiorna periodicamente con il suo National Litter Study, la campagna resterebbe uno slogan. La seconda è tenerla fuori dalla contesa: niente bandiere di partito sugli spazzoloni, e accanto al volontariato la responsabilità di chi imbratta, chiamato a riparare. Naturalmente, laddove siano coinvolti beni storici o vincolati si dovrà tener conto delle autorizzazioni e/o delle procedure amministrative necessarie, come nel caso di quelle in capo alle Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio.Se l’articolo 9 della Costituzione affida alla Repubblica la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione, una mobilitazione per il decoro, come quella qui avanzata, potrebbe essere il modo più concreto di prenderlo sul serio.