C’è stato un tempo in cui il divano italiano sembrava destinato a conquistare il mondo. Un imprenditore partito dalla Puglia era riuscito a trasformare un prodotto relativamente semplice in un successo internazionale, fino a portare la propria azienda a Wall Street nel 1993. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, il sogno di Pasquale Natuzzi rischia di infrangersi sotto il peso di un mercato globale che non perdona chi fatica a conciliare qualità, prezzi e costi di produzione.Il gruppo ha chiuso il 2025 con una perdita di 30,6 milioni di euro, più del doppio dei 15,4 milioni del 2024. Nel primo semestre del 2026 il rosso è arrivato a 19 milioni, mentre i ricavi sono scesi da 156,4 a 119,5 milioni. La società ha avviato una ristrutturazione che prevede la riduzione degli stabilimenti italiani da cinque a due, il trasferimento in Romania di parte della produzione destinata al Nord America e una riorganizzazione degli organici. Il piano industriale 2026-2028 contempla 479 esuberi su 1.755 lavoratori.Da oggi la guida operativa passa ad Aldo Uva, mentre il fondatore resta presidente. Sullo sfondo c’è il rischio del delisting dal New York Stock Exchange, con un’udienza di revisione prevista per il 17 dicembre. Non è soltanto una vicenda finanziaria: è il simbolo di un modello industriale che ha dato lavoro e ricchezza a un territorio, ma oggi deve trovare nuove ragioni per competere.Il distretto nato dal vantaggio dei costiPer capire la crisi bisogna tornare agli anni Settanta e Ottanta, quando il triangolo tra Bari, Santeramo in Colle, Altamura e Matera cominciò a diventare un polo del mobile imbottito. La Murgia disponeva già di competenze artigianali nella falegnameria e nella tappezzeria. Alcuni imprenditori seppero trasformarle in un’organizzazione industriale capace di produrre divani in serie, contenendo tempi e costi.La disponibilità di manodopera e un costo del lavoro inferiore rispetto a quello di alcune aree settentrionali favorirono lo sviluppo di lavorazioni meno convenienti per i produttori del Nord. La Murgia costruì così una propria filiera di fornitori, laboratori e aziende specializzate. La scommessa di Natuzzi fu industrializzare quel patrimonio e portarlo sui mercati internazionali.Il boom arrivò soprattutto negli anni Novanta. La formula era semplice ed efficace: un prodotto di fascia media, prezzi accessibili e grandi volumi. Il divano non doveva essere un pezzo unico di design, ma un bene per la casa acquistabile da un pubblico vasto.Era un modello razionale per il mercato di allora, ma conteneva un limite: quando il vantaggio competitivo dipende soprattutto dal prezzo, prima o poi arriva qualcuno in grado di produrre a costi ancora inferiori.La globalizzazione presenta il contoLa crisi del comparto era già visibile nei primi anni Duemila. La frammentazione produttiva, le difficoltà di accesso al credito, il rincaro delle materie prime e la concorrenza asiatica hanno progressivamente eroso la competitività del distretto. L’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 accelerò l’integrazione del Paese nei mercati internazionali, aumentando la pressione sui produttori europei di beni standardizzati.Anche Natuzzi ha utilizzato impianti cinesi per servire il mercato americano. In seguito, alcune produzioni sono rientrate in Italia, ma ora una parte delle lavorazioni destinate al Nord America torna in Romania. È il segno della difficoltà di mantenere sul territorio nazionale attività che competono soprattutto sul prezzo.La globalizzazione ha aperto enormi opportunità commerciali, ma ha anche spostato la produzione verso i Paesi con costi inferiori. Quando il capofila del distretto delocalizza, ne risentono fornitori, subfornitori e competenze locali. E ricostruire una filiera produttiva può essere molto più difficile che trasferire uno stabilimento.La crisi, dunque, non si spiega soltanto con l’arrivo dei concorrenti asiatici. Contano anche le scelte industriali, gli investimenti, l’organizzazione e la capacità di intercettare la domanda. Ma sarebbe altrettanto semplicistico ignorare quanto sia cambiata la competizione internazionale.Il Made in Italy che resisteIl mobile italiano non è destinato a scomparire. La filiera del legno-arredo conserva dimensioni importanti e una presenza internazionale significativa. Secondo FederlegnoArredo, nel 2025 il fatturato alla produzione ha superato i 52 miliardi di euro. La differenza sta nei segmenti di mercato. Nel mobile di alta gamma contano il design, la qualità dei materiali, le finiture, la reputazione del marchio e la capacità di progettare ambienti. Sono elementi che permettono alle aziende italiane di distinguersi e di difendere margini meno dipendenti dal costo del lavoro.Nella produzione standardizzata, invece, il consumatore tende spesso a confrontare prodotti simili e a scegliere quello meno caro. Un produttore italiano con costi superiori deve quindi recuperare il divario attraverso l’efficienza oppure offrire caratteristiche che giustifichino un prezzo più elevato.Non basta apporre un marchio italiano su un articolo per assicurarsi un vantaggio competitivo. Servono investimenti, automazione, ricerca e una strategia commerciale coerente. Il Made in Italy è una risorsa, non una garanzia automatica di successo.Questo non significa che si debba rinunciare alla fascia media. Significa piuttosto che competere soltanto sul prezzo è una strategia fragile, soprattutto quando altri Paesi possono contare su strutture di costo differenti.Aprirsi ai mercati senza rinunciare a una strategia industrialeLa lezione della crisi Natuzzi non è che l’Italia avrebbe dovuto chiudere i confini alla concorrenza straniera. Il protezionismo generalizzato avrebbe penalizzato anche le imprese esportatrici. Ma l’apertura dei mercati non produce automaticamente benefici per tutti: quando un Paese si specializza in lavorazioni facilmente replicabili e non investe abbastanza nella differenziazione, rischia di perdere rapidamente il proprio vantaggio.Prima di aprirsi completamente alla globalizzazione sarebbe stato opportuno valutare con maggiore attenzione quali attività fossero in grado di reggere la concorrenza internazionale. Non per proteggerle indefinitamente, ma per accompagnare la trasformazione dei distretti, favorire gli investimenti e ridurre la dipendenza dal basso costo del lavoro.Una politica industriale liberale non dovrebbe mantenere artificialmente in vita ogni stabilimento né coprire senza limiti le perdite delle imprese. Dovrebbe invece ridurre il peso fiscale e burocratico, migliorare infrastrutture e formazione e favorire gli investimenti produttivi. Gli eventuali aiuti pubblici devono essere temporanei, verificabili e collegati a un progetto industriale credibile.Anche le imprese hanno le proprie responsabilità. Ma non si può ignorare l’effetto di un sistema in cui costi energetici, burocrazia e pressione fiscale possono rendere ancora più difficile competere con produzioni realizzate in condizioni differenti.Il futuro della manifattura italianaIl nuovo amministratore delegato dovrà dimostrare che la ristrutturazione può andare oltre la riduzione dei costi. Tagliare gli stabilimenti e spostare le produzioni può alleggerire i conti, ma non garantisce il ritorno alla redditività. Servono prodotti competitivi, una strategia commerciale convincente e la capacità di valorizzare i marchi del gruppo.Per il territorio la posta in gioco è enorme: la perdita di attività produttive coinvolge anche le aziende dell’indotto e le competenze accumulate in decenni. Il confronto tra impresa, lavoratori e istituzioni dovrebbe concentrarsi su investimenti e prospettive industriali concrete, non soltanto sulla gestione degli esuberi.La vicenda di Natuzzi segna la fine di un sogno, ma non necessariamente quella del distretto. È il tramonto di un modello che aveva fatto della produzione in serie e dei prezzi accessibili la propria forza, in un mondo in cui il vantaggio di costo non è più sufficiente.Il sogno di Pasquale Natuzzi era dimostrare che anche dal Mezzogiorno si poteva conquistare il mondo. Per anni quella scommessa è stata vinta. Oggi la sfida è reinventarsi: non si può competere soltanto sul prezzo, ma non si può nemmeno rinunciare con leggerezza alla manifattura. Il mercato non garantisce la sopravvivenza di ogni impresa e lo Stato non può sostituirsi agli imprenditori. Può però creare le condizioni perché chi investe, innova e produce valore abbia maggiori possibilità di restare competitivo.Enrico Foscarini, 26 ottobre 2026L'articolo Natuzzi, finisce il sogno dei divani meridionali proviene da Nicolaporro.it.