L’Iran accusa gli Usa dopo il vertice con sauditi, turchi e pakistani: «Washington non è seria sui negoziati»

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TEHERAN — Il giorno dopo aver seduto allo stesso tavolo il ministro della Difesa saudita, il capo dell’esercito pakistano e il capo dei servizi turchi, l’Iran ha puntato il dito su Washington. «La parte americana non è seria sui negoziati», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei nella conferenza stampa settimanale, parole riprese dall’agenzia di Stato Irna. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, confondono la diplomazia con l’imposizione di richieste.Il vertice ospitato lunedì a Teheran da Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, si è chiuso con un comunicato congiunto: i quattro Paesi «hanno concordato di proseguire il dialogo per rafforzare la cooperazione, anche per la pace e la sicurezza nella regione». È il primo contatto di alto livello tra Teheran e Riad da quando gli houthi yemeniti, alleati dell’Iran, hanno intensificato gli attacchi sul Regno. Rezaei ha parlato di «atmosfera nuova e positiva» e ha detto che le minacce americane «hanno poco impatto sui Paesi del mondo».Al tavolo sedevano il principe Khalid bin Salman, ministro della Difesa saudita, il feldmaresciallo Asim Munir, capo dell’esercito pakistano, e Ibrahim Kalin, capo dell’intelligence turca: i tre Paesi legati dal patto di difesa di Mecca, l’accordo che impegna ciascuno a considerare un attacco a uno come un attacco a tutti. Per la tv di Stato iraniana è il primo incontro congiunto dei quattro. Nelle foto diffuse da Teheran compaiono anche il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.Riad ha dato al viaggio del principe un’etichetta precisa. Il ministero degli Esteri saudita, in una nota citata dalla CNN, lo inserisce negli sforzi di de-escalation e nel sostegno alla mediazione di Qatar e Pakistan: «Il Regno sottolinea l’importanza di aprire canali di negoziato per prevenire una ripresa dell’escalation militare». Islamabad fa da intermediaria tra Washington e Teheran da febbraio, da quando gli attacchi americani e israeliani del 28 febbraio hanno aperto la guerra. Domenica, mediatori del Qatar erano a Teheran in coordinamento con Washington, secondo un funzionario informato.I missili sull’oleodottoMentre il principe Khalid era a Teheran, il suo Paese era sotto tiro. Nel weekend gli houthi hanno rivendicato colpi sulle stazioni di pompaggio dell’oleodotto Est-Ovest, che porta il greggio saudita dal Golfo al Mar Rosso, e sull’aeroporto di Riad; il Regno ha annunciato nuove intercettazioni di missili e droni. La coalizione a guida saudita ha risposto in Yemen: distrutti cinque tunnel per lo stoccaggio di missili balistici, quattro lanciatori e un deposito, secondo il suo portavoce.Lunedì, nelle stesse ore del vertice, il Parlamento egiziano ha autorizzato, su richiesta del presidente Abdel Fattah al-Sisi, l’invio di sostegno militare all’Arabia Saudita contro gli attacchi houthi. Riad chiede soldati al Cairo contro gli alleati dell’Iran lo stesso giorno in cui manda il suo ministro della Difesa a Teheran: la diplomazia del patto di Mecca corre sullo stesso binario della guerra che vorrebbe fermare.La Casa Bianca non ha replicato alle parole di Baqaei. Donald Trump, intervistato domenica da Fox News, ha detto di essere vicino a decidere se fare un accordo con l’Iran o intensificare le operazioni militari, e che nuovi attacchi restano un’opzione. A settembre aveva respinto la proposta iraniana di una tregua di sette giorni; il 22 ottobre aveva accusato Teheran di inventare attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz per far salire il prezzo del petrolio prima delle elezioni di metà mandato, in programma la prossima settimana.Munir era già passato da Teheran la settimana scorsa e, secondo i media iraniani, si era sentito dire che non ci saranno colloqui con gli Stati Uniti finché le richieste di Teheran non saranno soddisfatte. Baqaei ha negato che l’Iran abbia mai avuto o cercato armi nucleari, ha definito le accuse sul nucleare un pretesto per l’azione militare e ha criticato Londra, Parigi e Berlino, da cui dice di non aver ricevuto proposte oltre a una dichiarazione politica.L’analista Azizi, sentito dalla stessa CNN, dà al vertice una misura: Teheran cerca garanzie credibili che un accordo impedisca un nuovo attacco, «ed è difficile vedere come Arabia Saudita, Turchia o Pakistan possano fornire tali garanzie». «Per ora sembra più un tentativo dell’ultimo minuto di impedire la ripresa della guerra che l’inizio di un nuovo processo diplomatico». In Iran, l’ex ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif legge invece l’apertura regionale come l’occasione per un quadro di sicurezza meno dipendente da Washington.Lunedì, sulle attese di de-escalation, il petrolio era sceso. Stamattina il Brent per consegna a dicembre è risalito a 116,07 dollari al barile, poco sotto i massimi da sei mesi, e il Wti a 102,29. Nello stesso giorno Israele vota per il rinnovo del Parlamento.