Stretto di Hormuz, 3 petroliere esplodono sulle mine lungo la rotta che Trump aveva dichiarato sgombra

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WASHINGTON — Una nave in fiamme, un secondo mercantile in difficoltà, la sorte dell’equipaggio ignota: così l’ufficio della Marina britannica che vigila sul traffico commerciale (UKMTO) ha descritto giovedì mattina la situazione nello Stretto di Hormuz. Poche ore dopo i Pasdaran, le Guardie rivoluzionarie iraniane, hanno dato la loro versione: tre petroliere sono esplose nelle ultime 24 ore dopo aver urtato mine navali e sono rimaste incagliate lungo la costa meridionale dello stretto.Nel comunicato i Pasdaran scrivono che le navi «avevano spento tutti i radar e i sistemi di navigazione» e, «ignorando gli avvertimenti», «tentavano di uscire attraverso la rotta meridionale non autorizzata»; la colpa, per Teheran, è di armatori ed equipaggi. Quella rotta è la stessa che Donald Trump aveva dichiarato sgombra da mine a fine agosto e che Washington chiede agli armatori di usare, mentre l’Iran ammette il transito solo a nord, sotto il controllo delle proprie autorità. Succede al giorno 244 della guerra cominciata il 28 febbraio, mentre il Pentagono aggiorna il conto a 47,1 miliardi di dollari e avverte gli alleati del Golfo di una possibile campagna dopo il voto del 3 novembre.Mercoledì a Washington il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha rimosso il tenente generale Brett Sylvia, direttore del J5, l’ufficio dello Stato maggiore congiunto che prepara i piani di guerra per il capo di Stato maggiore e per il presidente. Un funzionario del Pentagono, coperto dall’anonimato, lo accusa di aver fatto trapelare informazioni riservate sulla guerra con l’Iran e su quella in Ucraina e di aver fallito tre test al poligrafo; il fascicolo è passato al Dipartimento di Giustizia. Il Pentagono non ha spiegato pubblicamente la decisione né nominato un sostituto, e Sylvia, 32 anni di servizio ed ex comandante della 101ª Divisione aviotrasportata, non ha commentato.È il secondo responsabile del J5 che Hegseth allontana in un anno, dopo Joseph McGee nell’ottobre 2025, e il caso si aggiunge a una ventina fra generali e ammiragli licenziati o spinti alle dimissioni, quasi sempre senza spiegazioni. Il segretario ha ordinato un taglio del 20% degli ufficiali di vertice entro il 1° gennaio 2027.Sul fronte opposto si muove il vicepresidente JD Vance. Secondo il Wall Street Journal e il New York Times, su indicazione di Trump ha scritto a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ed ex comandante dei Pasdaran, offrendosi di guidare la delegazione americana a un incontro ravvicinato; la lettera, approvata dal presidente, è stata consegnata domenica dai mediatori del Qatar e i dirigenti iraniani l’hanno accolta bene. Trump ha minimizzato: «Ho detto: se volete farlo, va bene», e ha parlato di forniture mediche per l’Iran.Il conto sale a 47,1 miliardiLa stima dei costi trasmessa dal Pentagono al Congresso, ottenuta da Reuters, fissa la spesa al 16 ottobre in 47,1 miliardi di dollari: 3,5 in più rispetto a settembre e oltre un quarto in più dei 37,5 miliardi indicati da Hegseth a luglio. Le voci maggiori, 29 miliardi per rimpiazzare le munizioni consumate e 6,1 miliardi per equipaggiamenti e piattaforme perdute, fra cui molti droni, non hanno copertura finanziaria; restano fuori il carburante e i danni alle basi colpite dagli attacchi iraniani. Il Dipartimento chiede 67 miliardi di fondi supplementari e non ha risposto alle richieste di commento.La lettera e i bombardieri corrono sullo stesso calendario, quello elettorale. Washington ha avvertito diversi Paesi arabi del Golfo di prepararsi a una campagna militare «breve e intensa» dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre e al rischio di ritorsioni iraniane su impianti energetici: una batteria Patriot è in trasferimento dal Texas, un ulteriore gruppo portaerei e un’unità dei Marines si aggiungeranno il mese prossimo alle circa 20 navi da guerra già nella regione. Trump ha promesso di «finire il lavoro»; a un comizio in Texas ha detto «vedrete l’Iran tra un paio di settimane», e la guerra finirà quando «voglio io».Teheran ha respinto la nuova proposta dei mediatori del Qatar, che prevede la riapertura di Hormuz entro quattro giorni dalla revoca delle sanzioni, contro i sette del piano iraniano. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha scritto su X che l’Iran «continua a dare una possibilità alla diplomazia» e resta «in contatto stretto e continuo con gli intermediari» sul proprio piano dei sette giorni; la risposta formale è attesa entro il fine settimana.La Casa Bianca ha rifiutato di commentare i piani militari, limitandosi a dire che il presidente tiene aperte tutte le opzioni perché l’Iran non abbia mai l’arma nucleare; secondo due diplomatici sentiti dall’Associated Press, Trump non ha preso una decisione finale. Dal Golfo il ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ha invitato le parti a «esercitare saggezza e perseguire soluzioni politiche». Sulla costa meridionale di Hormuz le tre petroliere restano incagliate e dell’equipaggio della nave in fiamme non si hanno notizie.