La relazione tra Stati Uniti e India attraversa una fase di ridefinizione che va oltre le controversie commerciali e diplomatiche degli ultimi mesi. Le iniziative dell’amministrazione Trump per ricomporre le tensioni con Nuova Delhi indicano un cambiamento di approccio, non una vera svolta strategica: è un aggiustamento pragmatico, dettato dal peso crescente dell’India e dai limiti degli strumenti coercitivi. Il punto investe una questione più ampia, la difficoltà degli Stati Uniti di adattarsi a un sistema internazionale in cui emergono potenze che non intendono collocarsi in schieramenti contrapposti. L’India ne è il caso più significativo: la sua cooperazione con Washington è destinata ad approfondirsi, ma non implica un allineamento automatico.Dal 17 al 22 ottobre il segretario di Stato Marco Rubio è stato in India per la seconda volta quest’anno, dopo la missione di maggio legata alla riunione ministeriale del Quad. Le tappe, Mumbai e Jamnagar, dove sorge la più grande raffineria del mondo, e l’incontro con il ministro degli Esteri Jaishankar, senza un colloquio con Modi, raccontano un’agenda più economica ed energetica che politica. Rubio ha definito l’accordo commerciale «molto vicino», atteso in settimane e non in mesi. Dopo una fase di tensioni sui dazi, sugli acquisti indiani di petrolio russo e sulla politica americana verso il Pakistan, Washington ha cercato di rilanciare il dialogo economico e strategico, dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto ampio ricorso alla pressione commerciale per ottenere concessioni.I dazi e il loro limiteLa pressione commerciale si è scontrata con una realtà che gli Stati Uniti non possono ignorare. L’India non è un’economia marginale dipendente dall’accesso al mercato americano, ma un mercato interno di oltre 1,4 miliardi di persone, con una crescente capacità industriale e tecnologica e un ruolo sempre più importante negli equilibri dell’Indo-Pacifico. Le sue vulnerabilità economiche e sociali restano rilevanti, ma non le impediscono di difendere con determinazione i propri interessi strategici.La guerra commerciale lanciata da Trump nell’aprile 2025 ha pesato sui settori indiani più esposti all’export verso gli Stati Uniti, ma non ha modificato l’orientamento internazionale di Nuova Delhi, che ha continuato a diversificare le proprie partnership senza subordinare le scelte energetiche e diplomatiche alle richieste americane. A febbraio le due capitali hanno raggiunto un’intesa per ridurre i dazi americani; pochi giorni dopo la Corte Suprema ha annullato i dazi generalizzati dell’amministrazione, lasciando incerta la sua entrata in vigore.Il petrolio russoIl petrolio russo è il dossier che mostra meglio i limiti della coercizione. Dopo l’invasione dell’Ucraina l’India ha aumentato considerevolmente gli acquisti di greggio da Mosca, per ragioni di costo e di sicurezza energetica: importa oltre l’85% del greggio che consuma e deve contenere i costi per imprese e famiglie. Una legge firmata in settembre autorizza dazi fino al 100% sui primi cinque importatori di petrolio russo, tra cui l’India, seconda dopo la Cina. Pochi giorni prima della visita di Rubio, però, Trump ha sospeso quella possibilità, collegandola al negoziato commerciale, mentre Washington firmava a sua volta un accordo con Mosca per importare diesel in vista delle elezioni di metà mandato.La posizione indiana non deriva dalla volontà di preservare un rapporto privilegiato con Mosca, ma da una concezione della sicurezza economica in cui l’accesso alle risorse energetiche è condizione dello sviluppo. Questo non significa che la pressione sia terminata: lo strumento punitivo è sospeso, non abolito, e può tornare come leva negoziale. Ma la lezione è chiara. Le sanzioni operano su mercati globali nei quali le conseguenze ricadono anche su chi le promuove, e l’India ha saputo usare questa interdipendenza per difendere i propri margini di autonomia.Cina, Quad e tecnologiaGli Stati Uniti considerano l’India un partner fondamentale per gli equilibri dell’Indo-Pacifico, soprattutto in relazione alla crescente potenza cinese, e la collaborazione bilaterale comprende esercitazioni militari, cooperazione marittima, sistemi di difesa e tecnologie avanzate. Ma leggere la relazione solo attraverso Pechino significa sottovalutare le ambizioni indiane. Nuova Delhi condivide la preoccupazione per l’influenza cinese, nell’Oceano Indiano come lungo i confini himalayani, senza trasformarla in un vincolo permanente per la propria politica estera.L’India mantiene con la Cina rivalità strategica, competizione economica e significative interdipendenze commerciali; partecipa ai Brics e alla Shanghai Cooperation Organisation oltre che al Quad. Non è equidistanza, ma la volontà di conservare capacità di iniziativa e libertà di scelta. Il Quad, per Washington strumento di bilanciamento, per Nuova Delhi è una piattaforma di cooperazione che non deve assumere le caratteristiche di un’alleanza militare tradizionale: l’India può contribuire alla sicurezza marittima e alla diversificazione delle catene produttive senza assumere gli obblighi politici e militari delle alleanze occidentali.Lo stesso vale per la tecnologia. Washington ha interesse a sviluppare collaborazioni nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nello spazio e nella difesa; Nuova Delhi, però, non considera sufficiente attrarre investimenti o acquistare tecnologie straniere. Vuole acquisire competenze, sviluppare capacità produttive nazionali e partecipare alla progettazione delle tecnologie strategiche, e il programma di autosufficienza industriale, pur con risultati disomogenei, risponde a questa esigenza: l’obiettivo non è l’isolamento, ma la riduzione delle dipendenze vulnerabili.È su questo terreno che si misurerà la profondità del partenariato. Esercitazioni militari e accordi commerciali non bastano a determinare un’integrazione strategica duratura: conta la disponibilità americana a favorire trasferimenti tecnologici, ricerca congiunta e integrazione delle filiere. L’India vuole essere riconosciuta come partner industriale e tecnologico, non soltanto come mercato di sbocco o contrappeso geopolitico alla Cina.Le divergenze che restanoIl riavvicinamento americano al Pakistan, migliorato negli ultimi mesi, continua a preoccupare Nuova Delhi, che considera la sicurezza nei confronti di Islamabad una questione nazionale sulla quale difficilmente accetterà interferenze. La volontà americana di mantenere rapporti con entrambi i Paesi conferma che la convergenza strategica non elimina il conflitto tra interessi nazionali.C’è poi una contraddizione interna agli Stati Uniti: si chiede più cooperazione tecnologica, ma le restrizioni sui visti per i lavoratori specializzati rischiano di ostacolare proprio la circolazione di competenze che ha sostenuto i rapporti economici e scientifici tra i due Paesi. Emerge la difficoltà di conciliare le priorità della politica interna americana con le esigenze di una partnership tecnologica globale.Oltre l’Indo-Pacifico: IMEC, Europa e ItaliaLa proiezione indiana va oltre l’Indo-Pacifico: Nuova Delhi consolida le relazioni con i Paesi del Golfo, l’Africa e l’Europa, cercando una maggiore centralità nelle reti commerciali e infrastrutturali internazionali. Il corridoio India-Middle East-Europe, annunciato nel 2023, ne è l’espressione più ambiziosa e non va letto soltanto come alternativa occidentale alla Belt and Road: per l’India è lo strumento per connettersi ai mercati europei, rafforzare i legami con il Golfo e guadagnare posizioni nelle catene globali del valore.La sua realizzazione dipende da condizioni politiche e finanziarie incerte, e le tensioni su Hormuz e sul Mar Rosso ne mostrano la fragilità. Il significato strategico, però, è evidente: l’India vuole contribuire a ridisegnare la geografia economica tra Asia, Medio Oriente ed Europa.Per l’Unione europea e per l’Italia questo significa trattare Nuova Delhi come un interlocutore autonomo e non come una variabile della competizione tra Washington e Pechino. Le convergenze possibili vanno dalla manifattura avanzata alle tecnologie energetiche, dalla difesa alla meccanica e alle infrastrutture.Un partner, non un subordinatoL’India non ha ancora le capacità complessive di Stati Uniti o Cina. Deve affrontare profonde disuguaglianze sociali, un’occupazione giovanile insufficiente, ritardi infrastrutturali e dipendenze in settori strategici. Ma la dimensione del mercato, le prospettive di crescita, la posizione geografica e la capacità di dialogare con attori in competizione ne fanno un interlocutore difficilmente sostituibile.Gli Stati Uniti sembrano prenderne atto, senza rinunciare a orientare le scelte indiane secondo le proprie priorità; Nuova Delhi, a sua volta, userà la cooperazione americana per rafforzare la propria posizione, evitando vincoli che ne limitino l’autonomia. Ne verrà una relazione di cooperazione e competizione negoziale, la cui stabilità dipenderà dalla capacità di gestire le divergenze senza compromettere gli interessi comuni.La questione decisiva non è se l’India finirà per schierarsi definitivamente con gli Stati Uniti. È se Washington saprà costruire un partenariato con una potenza che non intende essere subordinata a nessuno.