Assisi 40 anni dopo e la diplomazia mite ma determinata di Leone XIV per riportare le vere ragioni dell’Occidente al centro del mondo

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Quarant’anni dopo, Assisi non è più soltanto il luogo simbolo del dialogo tra le religioni. È diventata anche lo specchio delle fragilità dell’Occidente, delle sue divisioni e di una crisi che non è soltanto militare o diplomatica, ma anche economica, sociale e spirituale. E proprio per questo l’assenza di Leone XIV dall’incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, dovuta alla convalescenza dopo il ricovero al Gemelli, non ne diminuisce il peso politico. Semmai lo accresce: perché oggi, a differenza di quanto accadde nel 1986, il Pontefice non è semplicemente il padrone di casa di un grande appuntamento ecumenico. Ma di fatto – si veda la tregua umanitaria chiesta e ottenuta per la città ucraina di Oleshky –  Prevost è uno dei pochi interlocutori che possono ancora parlare, con credibilità, alle diverse sponde di un Occidente sempre più disorientato.Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II convocò ad Assisi i rappresentanti delle grandi religioni mondiali per pregare per la pace. Fu un gesto storico, figlio di un pontificato che aveva fatto del confronto con l’Est comunista uno dei propri strumenti di cambiamento della storia. Wojtyła guardava a Mosca, al mondo ortodosso, all’Islam e alle grandi tradizioni religiose con la sicurezza di chi sapeva di occupare una posizione centrale nella vicenda contemporanea. Anche quando si metteva accanto agli altri, il Papa cattolico restava, in fondo, il protagonista indiscusso della scena.Quella stagione aveva una sua grandezza, ma anche una certa asimmetria: l’Occidente cristiano si sentiva, infatti, ancora sufficientemente forte da aprire le porte al resto del mondo senza temere di perdere la propria identità. L’Unione Sovietica era in piedi, il Muro di Berlino non era caduto e la Chiesa di Roma poteva esercitare un’influenza morale che sembrava destinata a crescere proprio in virtù del crollo delle ideologie secolari che lentamente ma inesorabilmente stavano cedendo alle spallate e al carisma, oltre che al formidabile intuito politico di Giovanni Paolo II.Oggi lo scenario è invece quasi rovesciato. Il mondo comunista è scomparso nella sua configurazione europea. La Russia è tornata a essere un avversario strategico dell’Occidente, il Medio Oriente è una ferita aperta e le democrazie occidentali sono attraversate da una crisi di fiducia che investe istituzioni, leadership e modelli di sviluppo. Il dialogo interreligioso non è più il gesto magnanimo di un Occidente sicuro di sé. È una necessità per un mondo nel quale nessuno sembra avere la forza di imporre un ordine condiviso se non, purtroppo, con la violenza, le guerre dichiarate o quelle, se possibile ancora più infami, fondate su terrorismo o azioni “ibride”.È in questa cornice che va letto, dunque, il nuovo appuntamento di Assisi, intitolato «Pace disarmata e disarmante», organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, anche questo non casuale, trattandosi di una delle istituzioni cattoliche a maggiore vocazione sociale. Leone XIV non è presente fisicamente ma il suo appello al dialogo e alla pace accompagna l’iniziativa. Non è un dettaglio: il Pontefice sembra, infatti, interpretare uno spirito di Assisi meno trionfale rispetto all’appuntamento del 1986 e assolutamente più consapevole delle contraddizioni del presente.m nel tentativo di impedire che la frammentazione del mondo, con i suoi 56 conflitti che Papa Francesco icasticamente definì “terza guerra mondiale a pezzi”, diventi una condanna definitiva per l’umanità.Dopo la frattura ratzingeriana, con il suo richiamo alla necessità di non confondere il dialogo con il relativismo, e dopo la stagione di Bergoglio, che ha allargato il campo della diplomazia pontificia fino alle periferie del mondo, animata da un palese pauperismo terzomondista, Leone si trova davanti a una sfida diversa. Deve tenere insieme identità cattolica e apertura universale, senza rinunciare alla prima per rendere più agevole la seconda, tornando a puntare forte sull’Europa, cuore del mondo cattolico. È un equilibrio difficile, soprattutto mentre la stessa idea di Occidente appare sempre più contesa.Il Papa americano, ma non trumpiano, rappresenta in questo quadro un elemento di continuità con la tradizione culturale e politica occidentale che non coincide con l’attuale polarizzazione statunitense. La sua voce può raggiungere, però, più facilmente anche  gli ambienti cattolici americani, l’Europa, le Chiese orientali e persino, lo abbiamo visto, interlocutori russi con i quali i governi occidentali, specie europei,  hanno in larga parte chiuso i rapporti da ormai quasi un lustro. Ciò non significa che il Vaticano possa sostituirsi alla diplomazia degli Stati, né che il Pontefice disponga di soluzioni miracolose. Significa, piuttosto, che conserva una risorsa oggi rara: la possibilità di essere ascoltato anche da chi non condivide le medesime priorità politiche.In questo senso va letta, necessariamente, anche la scelta forte, operata da Leone il 9 ottobre, di mettere il cardinale filippino Luis Antonio Tagle nel ruolo di decano del Collegio cardinalizio. Primo asiatico a ricoprire tale incarico, Tagle è conosciuto per la sua simpatia, la comunicativa immediata e una sensibilità pastorale spesso associata alle posizioni progressiste. Ma la sua provenienza non è un elemento folcloristico. Le Filippine sono una grande nazione a maggioranza cattolica, collocata in una regione nella quale la competizione tra potenze, la pressione cinese e gli equilibri marittimi, senza dimenticare anche la non trascurabile presenza di una sempre più rumorosa minoranza islamica,  hanno un’importanza crescente. La Chiesa filippina vive così, quotidianamente, il confronto tra un’identità religiosa radicata e un contesto geopolitico nel quale il rapporto con l’Occidente conserva un valore strategico.Tagle è un uomo di frontiera, dunque, in senso non soltanto ecclesiale. Il suo ruolo guida dei “principi della Chiesa” segnala l’attenzione di Leone per una visione sempre più globale. Non una semplice concessione alle geografie emergenti ma il riconoscimento che la difesa dell’universalità cattolica passa anche attraverso una presenza più incisiva nei luoghi dove si giocheranno gli equilibri dei prossimi decenni.Il Papa americano, insomma, mentre l’Occidente sembra consumare energie in conflitti interni e in una progressiva perdita di capacità industriale e sociale, sta dimostrando al mondo la volontà e la forza di caricarsi sulle spalle una parte delle contraddizioni mai come ora evidenti nei rapporti tra Europa e America . Lo fa senza toni apocalittici e senza trasformare il pulpito in una tribuna elettorale ma esibendo una mitezza che ha qualcosa della nota risolutezza agostiniana, di chi sa che la pace non nasce dalla rimozione del conflitto, ma dalla ricerca di un ordine fondato sulla giustizia, sulla responsabilità e sulla verità. Valori che, ovviamente, per un pontefice sono nella grazia che arriva dal cielo che, in primis, deve illuminare una sempre più fondamentale unità dei cristiani. Ed è proprio con questa logica che si spiega anche l’importanza del rapporto con Carlo III. L’incontro e il dialogo bilaterale che prosegue forte tra il Pontefice romano e il sovrano britannico, capo della Chiesa d’Inghilterra, ha assunto un significato che va ben oltre la dimensione personale o cerimoniale. La preghiera comune nella Cappella Sistina, a un anno dalla visita di Stato del re alla Santa Sede, ha rappresentato un passaggio simbolico nel superamento di una divisione che per secoli ha segnato la storia europea. La recente nomina di Leone a confratello della Cappella di San Giorgio a Windsor rafforza questa traiettoria ecumenica.Carlo III, infatti, è il sovrano di un Regno Unito che, dopo la Brexit, si trova a ridefinire il proprio ruolo internazionale, mentre l’Europa deve misurarsi con la guerra, la competizione economica e l’incertezza dei rapporti transatlantici. L’intesa con Roma non costruisce un’alleanza politica in senso stretto, ma restituisce alla dimensione religiosa una funzione di collegamento tra istituzioni, culture e tradizioni che la diplomazia ordinaria non sempre riesce a garantire. È un asse di dialogo, non un blocco contrapposto ad altri blocchi.In questo contesto assume un rilievo particolare anche il viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù, programmato dal 6 al 17 novembre. La Santa Sede ha confermato che la trasferta si svolgerà secondo il calendario previsto, dopo gli accertamenti medici che hanno dato esito favorevole alla ripresa degli impegni del Pontefice. Sarebbe riduttivo considerarla soltanto un ritorno nei luoghi della sua esperienza pastorale, per quanto il Perù e la diocesi di Chiclayo rappresentino una parte essenziale della sua storia personale.Il Sudamerica è oggi, infatti, un laboratorio politico e sociale decisivo. Argentina, Uruguay e Perù sono attraversati, con intensità diverse, da tensioni economiche, disuguaglianze, crisi di rappresentanza e domande di sicurezza. La presenza del Papa può parlare alle comunità cattoliche, ma anche ai governi, alle classi dirigenti e a quei settori popolari che si sentono esclusi dai benefici della modernizzazione. In Argentina, dove il cattolicesimo ha avuto un ruolo centrale nella costruzione dell’identità nazionale, Leone incontrerà un Paese segnato da profonde trasformazioni economiche e da un acceso confronto politico. In Perù tornerà nei luoghi del proprio ministero e raggiungerà anche l’Amazzonia, dove la questione ambientale si intreccia con i diritti delle popolazioni indigene e con la sovranità sulle risorse.Il viaggio potrà inoltre rafforzare i legami con un continente che conserva una straordinaria vitalità cattolica, ma nel quale la Chiesa deve confrontarsi con la secolarizzazione, le nuove appartenenze religiose e il malcontento sociale. Per Leone sarà l’occasione ulteriore di dimostrare che il cattolicesimo non intende ritirarsi dalla storia, né limitarsi a commentarla ma anzi vuole ancora contribuire più che mai a orientarla. Anche sul piano internazionale, una presenza autorevole in America Latina può ricordare che il mondo occidentale non coincide esclusivamente con Washington e Bruxelles, ma comprende società e culture capaci di offrire nuove energie al suo futuro.Ecco, allora, la differenza fondamentale tra Assisi 1986 e Assisi 2026. Se Papa Wojtyla apriva il dialogo con il mondo per cambiare la storia; Prevost oggi  prova a impedire che la storia diventi una successione di fratture irreparabili.Perché il vero ecumenismo, quarant’anni dopo, non consiste nel mettere tutte le religioni sullo stesso piano per celebrare un indistinto sentimento universale. Consiste semmai nel riconoscere le differenze senza trasformarle in ostilità, nel cercare interlocutori senza rinnegare la propria identità e nel ricordare a un Occidente stanco che la sua crisi non è ancora un destino. È questa la sfida di Leone XIV: una diplomazia mite, ma non neutrale; universale, ma saldamente ancorata alla tradizione cristiana che rimetta Roma e la vecchia Europa al centro del mondo.