L’Ebola in Congo supera i 5.000 morti e metà delle vittime non ha mai visto un ospedale

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KINSHASA — L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha superato i 5.000 morti. Lo dicono i dati diffusi venerdì dal governo di Kinshasa: i contagiati sono più di 10.000 da quando l’epidemia è stata dichiarata a maggio e il virus ha raggiunto otto delle 26 province del Paese. È la più letale mai registrata in Congo, e le autorità non hanno ancora trovato il modo di fermarla. Il governo congolese non ha commentato il superamento della soglia.Il dato più pesante è un altro: quasi metà di chi si ammala muore, e almeno la metà dei morti non era mai stata ricoverata. Il responsabile è il Bundibugyo, una specie rara del virus per cui non esistono vaccini né cure approvate. L’80 per cento dei nuovi casi viene da persone estranee alle catene di contatto sorvegliate; l’Africa CDC, l’agenzia sanitaria dell’Unione africana, considera un’epidemia sotto controllo solo quando quella quota scende al 5 per cento.L’allarme è scattato il 15 maggio a Bunia, capoluogo dell’Ituri, provincia del nord-est segnata da anni di conflitto. Gli esperti ritengono che il virus circolasse già da febbraio nella città mineraria di Mongbwalu, a pochi chilometri di distanza. All’inizio le province colpite erano tre; oggi le zone sanitarie con casi sono 66. L’Organizzazione mondiale della sanità ha dichiarato l’emergenza internazionale, e ad agosto il suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ammetteva: «Dobbiamo essere franchi: l’epidemia è lungi dall’essere sotto controllo».Da allora la risposta sanitaria ha perso pezzi. Sabato scorso a Bafwasende, nella provincia di Tshopo, un gruppo di assalitori ha ucciso un’infermiera e ferito gravemente un collega mentre andavano a verificare un caso sospetto. A settembre un politico locale, Marie-Célestin Karondwa, era stato picchiato a morte dopo aver difeso alla radio la campagna contro il virus, secondo il suo partito. Gli operatori di Nia Nia, nell’Ituri, hanno scioperato per premi non pagati da fine agosto. Le cure ordinarie si sono interrotte e in alcune province la mortalità materna è raddoppiata: a Butembo, nel Nord Kivu, a ottobre una donna all’ottavo mese di gravidanza è stata sepolta con il feto, morta di Ebola prima di partorire.La sperimentazione di BuniaIl 23 ottobre, proprio a Bunia, è stato vaccinato il primo partecipante di TUMAINI, uno studio clinico guidato dalle autorità congolesi su più candidati vaccini. Tra questi c’è Ervebo, autorizzato contro il ceppo Zaire, per capire se offra una protezione anche contro il Bundibugyo. «Questa sperimentazione ci aiuterà a capire se uno qualsiasi dei candidati vaccini funziona», ha scritto Tedros su X.Il virus ha già passato i confini. Un paziente in Nigeria e il primo caso in Kenya erano transitati entrambi il 3 ottobre dall’aeroporto di Entebbe, in Uganda, e il sequenziamento genetico li collega alla stessa linea congolese; il Kenya conta nove casi e due morti. «È la prima volta che tre regioni africane sono colpite, l’estensione geografica è senza precedenti», ha detto al Guardian Jean Kaseya, direttore generale dell’Africa CDC. L’Uganda ha imposto una quarantena di 21 giorni, a spese dei viaggiatori, a chi rientra dal Congo.Negli Stati Uniti la risposta è diventata un contenzioso con le compagnie aeree. Dal 3 novembre al 18 dicembre il CDC, l’agenzia federale per la prevenzione, obbliga ogni passeggero ed equipaggio diretto negli Usa a dichiarare per iscritto di non essere stato in Congo nei 21 giorni precedenti. In due lettere visionate da Reuters, l’associazione mondiale dei vettori IATA e quella americana di United, American, Delta e Southwest definiscono il piano «irragionevole» e «impraticabile», e citano un numero: nel 2025 la dogana ha controllato 130 milioni di passeggeri aerei, meno di 25.000 avevano un legame con il Congo. Il CDC non ha risposto alle lettere; ribadisce che il rischio per gli americani resta «basso» e che circa 500 suoi dipendenti lavorano all’epidemia, oltre 120 sul posto.È la diciassettesima epidemia di Ebola in Congo dal 1976, quando il Paese si chiamava Zaire e il virus prese il nome da un fiume del nord. Nessuna delle sedici precedenti aveva ucciso tanto. Nella storia della malattia una sola è stata più grande: quella dell’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, che tra Guinea, Liberia e Sierra Leone contagiò oltre 28.600 persone e ne uccise più di 11.000.