Il Pentagono rimuove il generale capo dei piani di guerra: sospettato di fughe di notizie sull’Iran

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WASHINGTON — «Il presidente dello Stato Maggiore, lo Stato Maggiore Congiunto e l’intera forza armata esprimono la più profonda gratitudine al tenente generale Brett Sylvia e alla sua famiglia per 32 anni di servizio distinto». Il comunicato diffuso giovedì dal portavoce dello Stato Maggiore Congiunto americano è durato poche ore. Poi lo stesso ufficio lo ha ritirato: «A un ulteriore esame, abbiamo stabilito che la dichiarazione non rifletteva in modo appropriato l’insieme delle circostanze». Per rispetto del militare e del procedimento in corso, ha aggiunto, non ci saranno altri commenti.Le circostanze sono queste. Sylvia, direttore per la Strategia, i piani e la politica dello Stato Maggiore, l’ufficio noto come J5 che prepara le opzioni militari per i vertici, è stato rimosso dal segretario alla Difesa Pete Hegseth. La notizia, anticipata mercoledì sera dall’Atlantic e confermata da più testate americane, arriva mentre funzionari dell’amministrazione avvertono alcuni Paesi del Medio Oriente di prepararsi a una possibile ripresa dell’azione militare contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato di martedì, e alle eventuali rappresaglie iraniane. Una terza portaerei e migliaia di militari sono in viaggio verso la regione.Un funzionario del Pentagono ha detto a CBS News che Sylvia è accusato di aver fatto trapelare informazioni classificate sulla guerra con l’Iran e sul conflitto tra Russia e Ucraina, che avrebbe fallito tre test alla macchina della verità e che il caso è stato trasferito al Dipartimento di Giustizia. Due altre fonti del Pentagono hanno confermato alla stessa emittente che il licenziamento è legato ai poligrafi, ma hanno detto che quelle accuse non sono vere.Il portavoce capo del Pentagono, Sean Parnell, ha scritto giovedì mattina su X, senza fare nomi: «Dopo un’ampia indagine dell’ufficio investigativo dell’Aeronautica, il Dipartimento ha preso i necessari provvedimenti sul personale per proteggere informazioni sensibili». Sylvia, 32 anni in uniforme, ferito in combattimento tra Iraq e Afghanistan, ex comandante della 101ª Divisione aviotrasportata, non ha rilasciato dichiarazioni e ha già lasciato l’Esercito. Il Dipartimento di Giustizia non ha commentato. Nessun successore è stato nominato.Due dozzine di generaliSylvia era in carica da circa undici mesi ed è il secondo capo del J5 a saltare sotto Hegseth: il predecessore, Joseph McGee, fu spinto al ritiro un anno fa dopo aver contestato le scelte su Ucraina e Caraibi. Secondo l’Atlantic, il segretario aveva perso fiducia in Sylvia, e i rapporti con Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, erano difficili. In tutto Hegseth ha rimosso o spinto alle dimissioni oltre due dozzine di alti ufficiali, tra cui il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Randy George, uscito ad aprile il giorno dopo che Trump aveva annunciato l’intensificazione della guerra con l’Iran.Hegseth rivendica la linea. Il 1° ottobre, a un convegno dell’Associazione dell’Esercito a Washington, ha difeso il taglio fino al 20% dei generali e degli ammiragli: le forze armate sono «cariche di gradi» e «dalla Seconda guerra mondiale esiste una relazione inversa fra il successo sul campo di battaglia e il numero di generali a tre e quattro stelle». Alla riduzione dei vertici si è aggiunta la caccia alle fughe di notizie: poligrafi agli alti ufficiali e scorta obbligatoria per i giornalisti dentro il Pentagono. Un funzionario della Difesa ha precisato che Sylvia non era il pianificatore centrale della guerra con l’Iran, compito del comando per il Medio Oriente e del suo capo, l’ammiraglio Brad Cooper.Quei piani sono tornati sul tavolo proprio in questi giorni. Trump ha detto nel fine settimana che sta decidendo se «fare un accordo» con Teheran o «finirla». Il vicepresidente JD Vance ha scritto a Mohsen Rezaei, ex comandante dei Pasdaran e segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, proponendo la ripresa dei negoziati; la lettera è stata consegnata domenica tramite mediatori del Qatar. «Lui mi ha chiesto cosa ne pensassi. Ho detto: se vuoi farlo, va bene», ha raccontato Trump ai cronisti. Giovedì l’agenzia Tasnim, legata ai Pasdaran, ha fatto sapere che l’Iran ha ricevuto la lettera e non ha risposto: restano le sette condizioni di Teheran, «ogni posizione che contraddica questo quadro è inaccettabile».Nello stretto di Hormuz la guerra continua. I Pasdaran hanno annunciato che nelle ultime 24 ore tre petroliere sono saltate su mine lungo la «rotta meridionale non autorizzata», con radar spenti e avvisi ignorati; in serata l’esercito iraniano ha aggiunto una quarta nave in fiamme a est dello stretto. Nessun nome, nessuna bandiera, nessun bilancio. Il centro britannico per il traffico marittimo ha segnalato una nave in fiamme a circa 9 miglia a nord di Khasab, sulla penisola omanita del Musandam, con l’equipaggio in condizioni ignote. Il giorno prima il comando americano aveva dichiarato ripulite le rotte principali; giovedì ha smentito la cattura di un drone Usa rivendicata da Teheran.Al Congresso la prospettiva di nuovi raid trova almeno un oppositore dichiarato. Il senatore democratico Chris Murphy, parlando al Middle East Institute di Washington, ha definito «folli» i piani in preparazione: i parlamentari, ha detto, hanno ricevuto un briefing dettagliato su una campagna presentata come breve, «e porterà invece a un conflitto prolungato e a un’escalation devastante».