L’Africa detta le priorità, l’Italia investe. La rotta del Piano Mattei spiegata da Cirielli

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Prima era l’Occidente che imponeva, scelte e decisioni. Oggi è l’Africa a cerchiare in rosso le esigenze. Parte da questa premessa metodologoca il viceministro degli Esteri, Edmondo Cirielli, in audizione davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato, nell’ambito dell’esame della Relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei. Un momento di analisi sul già fatto e di decantazione di dinamiche avviate e nuove alleanze da rafforzare, nella consapevolezza che l’Italia è l’unico Paese ad aver cementato la cooperazione in Africa.Punto di partenza del ragionamento fatto da Cirielli sono i numeri: i 270 milioni per la conversione del debito pubblico bilaterale ai Paesi africani rappresenta una scelta precisa del governo italiano, perché il peso del debito è una “delle sfide più pressanti per numerosi Paesi africani, limitandone i margini di investimento e le prospettive di sviluppo”, ha detto. La cornice del Piano Mattei ha consentito alla cooperazione internazionale di seguire la traccia indicata più volte da Giorgia Meloni di voler trasformare il debito “da vincolo che schiaccia ad opportunità, liberando risorse da destinare allo sviluppo e rafforzando la responsabilità condivisa e il partenariato con i Paesi africani”.In questa direzione va un altro dato, quello relativo al lavoro dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics) che quest’anno per la prima volta ha impiegato quasi il 100% delle risorse destinate agli interventi, utilizzando anche fondi rimasti disponibili dagli anni precedenti. Secondo Cirielli, è evidente che la cooperazione della Farnesina “rimane l’asse centrale del Piano Mattei. Siamo partiti da 120 milioni e siamo arrivati in un anno a 823 milioni”. Soldi che hanno permesso intanto di dare corpo e sostanza alle linee guida del piano e in secondo luogo di creare un clima di fiducia reciproca che ha favorito l’ampliamento della platea dei Paesi coinvolti.“L’Italia è l’unico Paese ad essere riuscito a rafforzare il proprio impegno di cooperazione in Africa, in controtendenza rispetto alle scelte di altri partner – ha evidenziato Cirielli -. L’ultimo piano triennale della cooperazione allo sviluppo italiano ha raddoppiato i Paesi prioritari in Africa, portandoli da 12 a 23. Conseguentemente, abbiamo esteso il raggio di azione dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo aprendo nuove sedi in Costa d’Avorio, in Uganda”.Per cui emerge un elemento di prospettiva, oltre che di metodo: il Piano Mattei non vuole essere un’iniziativa autoreferenziale né esclusiva, ma è una strategia aperta, inclusiva, che punta a valorizzare collaborazioni e sinergie con i Paesi partner internazionali e con le organizzazioni multilaterali e africane per mobilitare nuove risorse. Cirielli lo ribadisce più di una volta, quando rileva che è proprio in questa prospettiva “che abbiamo avviato importanti collaborazioni con l’Unione europea e con i Paesi che condividono il nostro approccio, rafforzando il partenariato con le principali istituzioni finanziarie internazionali e africane”.Il governo quindi punta a fare del Piano Mattei un soggetto “catalizzatore di un impegno internazionale che deve rinnovarsi, capace di aggregare iniziative, moltiplicare le opportunità di investimento e produrre risultati concreti e duraturi, in un momento in cui i principali e più grandi partner occidentali hanno ridotto i loro interventi finanziari”. La dimostrazione si ritrova nell’apporto delle aziende italiane coinvolte nel rafforzamento infrastrutturale dell’Africa, come ad esempio la gara d’appalto in Zambia per il progetto ferroviario di Lobito, vinta da un consorzio guidato da Webuild. Tutti elementi che contribuiscono a fare dell’Italia “hub” dell’Onu in loco. Senza dimenticare strutture più piccole come il Ciheam di Bari o il Centro internazionale di studi per la conservazione e il restauro dei beni culturali (Iccrom).