L’industria europea frena il piano Ue per ridurre la dipendenza dalla Cina: «Le alternative non esistono»

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BRUXELLES — «Per terre rare, magneti, materiali per batterie, display e alcuni semiconduttori non c’è quasi nessuna base di fornitura alternativa, e l’Europa non ha l’ecosistema per crearla». Lo scrive l’Acea, l’associazione dei costruttori europei di automobili, nel contributo inviato alla Commissione europea su DiversifyEU, il pacchetto di Bruxelles contro le dipendenze da un unico fornitore.Il pacchetto arriverà il 9 dicembre e potrà obbligare le imprese dei settori strategici ad allargare la base dei fornitori, con dazi oppure con incentivi legati ad appalti pubblici e sussidi. Dalle centinaia di risposte alla consultazione, lette dal South China Morning Post, emerge però un fronte compatto: i grandi gruppi industriali europei avvertono che le alternative alla Cina oggi non esistono e che nessuna norma può farle nascere.Gli strumenti sono tre. Oltre agli obblighi di diversificazione, un fondo di solidarietà per compensare le aziende colpite da ritorsioni e un meccanismo di risposta rapida, nato da un’iniziativa franco-tedesca, per chiudere il mercato unico ai Paesi che praticano coercizione economica. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen lo ha presentato al Parlamento europeo come uno strumento «country-agnostic», senza un Paese bersaglio: «Il principio è semplice: nessuna dipendenza critica da un unico fornitore». Dietro le quinte i funzionari ammettono che il bersaglio è la Cina, e al Consiglio europeo di ottobre nessuno dei 27 governi ha sollevato obiezioni.Le obiezioni arrivano dalle fabbriche. La Bdi, la Confindustria tedesca, guarda al piano «con scetticismo», rifiuta «nuovi obblighi di rendicontazione o mandati vincolanti» e giudica i dazi «uno strumento inadeguato»: la diversificazione, scrive, «non deve diventare sinonimo di autonomia, protezionismo o isolamento economico». Traton, la divisione camion del gruppo Volkswagen, è più secca: «L’Europa non può far nascere forniture alternative per via regolatoria». Per la finlandese Nokia, restrizioni e dazi imposti prima che esistano fonti alternative «penalizzano i fornitori affidabili e gonfiano i costi delle infrastrutture digitali critiche».Un miliardo al giornoLa Commissione parte da un numero. Nel 2025 il deficit commerciale dell’Unione con la Cina ha toccato i 360 miliardi di euro, «un miliardo di euro al giorno», secondo von der Leyen, che ha definito lo squilibrio «strutturale e insostenibile». L’anno scorso, ha aggiunto, nuove restrizioni hanno colpito quasi 3.000 miliardi di dollari di scambi mondiali, più del triplo dell’anno precedente: «Le minacce economiche sono fatte per dividerci».Le imprese rispondono con i costi. Ikea avverte che «costi più alti e forniture meno affidabili rendono più difficile mantenere l’assortimento accessibile» e che il limite vero è «tempo e investimenti per sviluppare fornitori alternativi su scala, qualità e costo». Orgalim, che rappresenta l’industria tecnologica europea, prevede che obblighi senza periodi di transizione «con ogni probabilità si ritorceranno contro». La Camera di commercio tedesca boccia anche il fondo di compensazione: «crea incentivi distorti».Il pacchetto nasce per rispondere a Pechino, ma la prima resistenza viene dalle industrie europee che dalla Cina dipendono di più. La Commissione non ha ancora pubblicato il testo legislativo e non ha replicato alle obiezioni.Il piano arriva dopo un mese di dialogo. L’8 e il 9 ottobre a Pechino il commissario al Commercio Maroš Šefčovič e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao hanno firmato 16 punti di consenso: un tetto volontario, non vincolante, alle esportazioni cinesi di auto ibride verso l’Unione per quattro anni, tagli di dazi cinesi su prodotti europei per quasi 4 miliardi di euro, più prevedibilità sulle licenze per terre rare e magneti.Pechino per ora non commenta DiversifyEU nello specifico. Il 28 ottobre il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun, rispondendo al cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha detto che la Cina lavorerà «per la stabilità e la sicurezza delle catene industriali e di fornitura globali» e ha chiesto a Berlino e Bruxelles di restare «obiettive e razionali», riferisce Reuters. Merz, in una conferenza a Singapore, aveva definito «un errore» un disaccoppiamento totale, chiedendo però di ridurre le dipendenze «malsane e unilaterali». Il ministero del Commercio cinese ha già definito discriminatorie le preferenze europee negli appalti pubblici e ha minacciato contromisure.