Doveva essere il suo tramonto politico, l’ultima fermata di una carriera segnata da guerre, polemiche e contestazioni. Benjamin Netanyahu era già stato dato per spacciato, soprattutto da chi negli ultimi tre anni aveva trasformato il premier israeliano nel bersaglio preferito della propria battaglia politica. Le piazze pro-Pal, gli osservatori più ostili e gli immancabili profeti della caduta di Bibi avevano immaginato un Paese – Israele – pronto a voltare pagina. Peccato che dalle urne sia arrivata una risposta decisamente più complicata. Netanyahu non ha vinto, almeno non ancora, ma non è nemmeno uscito sconfitto come qualcuno sperava. Anzi, resta il protagonista assoluto della politica israeliana, l’uomo attorno al quale ruotano tutte le possibili soluzioni alla crisi.I numeri raccontano un Paese profondamente diviso. Con lo scrutinio ancora da completare, il blocco del premier si attesta a 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione guidata da Gadi Eisenkot. I partiti arabi raggiungono quota 19, un risultato storico che potrebbe rivelarsi determinante per la formazione del prossimo governo. Il Likud, intanto, rimane la prima forza politica con 26 parlamentari, davanti ai 21 di Yashar, la formazione dell’ex capo di Stato maggiore. Per governare servono 61 seggi e nessuno dei due schieramenti dispone di una maggioranza autonoma. Tradotto: gli israeliani hanno consegnato alla politica un rompicapo. E Netanyahu, che di rompicapi parlamentari ne ha risolti parecchi, parte da una posizione tutt’altro che marginale.Gli scenari sono sostanzialmente tre. Il primo prevede un nuovo governo guidato da Bibi, costretto però a cercare almeno otto parlamentari fuori dalla coalizione uscente. Un’operazione tutt’altro che semplice, considerando le promesse elettorali dei suoi avversari. Naftali Bennett e Avigdor Lieberman hanno costruito parte della campagna sulla necessità di mandarlo a casa, mentre il rapporto con gli ultraortodossi rappresenta un altro ostacolo. La seconda possibilità passa per Eisenkot, che potrebbe tentare un’intesa con i partiti arabi. Sulla carta i numeri ci sarebbero, nella pratica molto meno: diversi leader dell’opposizione hanno escluso alleanze di questo tipo e lo stesso ex generale ha respinto l’ipotesi durante la campagna elettorale. Mansour Abbas e Ahmad Tibi hanno invece manifestato disponibilità a favorire un esecutivo alternativo.Rimane la terza strada, forse quella più paradossale per chi aveva previsto la fine politica del premier: un nuovo voto. Qualora le trattative fallissero, Israele potrebbe tornare alle urne e Netanyahu resterebbe alla guida del governo ad interim. Il presidente Isaac Herzog spinge per scongiurare questa eventualità e non esclude la ricerca di una maggioranza di unità nazionale, magari attraverso un accordo tra il Likud ed Eisenkot. Anche qui, però, gli ostacoli sono enormi, dalle divergenze sulla commissione d’inchiesta per il 7 ottobre fino alla riforma della giustizia e alla presenza degli alleati più radicali del premier.Ma il dato politicamente più interessante è un altro. Dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, Netanyahu sembrava destinato a pagare un prezzo altissimo. Le falle nella sicurezza, le contestazioni interne, la guerra a Gaza, le pressioni internazionali e le vicende giudiziarie avevano alimentato per anni il racconto di un leader ormai al capolinea. La sua immagine era stata logorata anche all’estero, dove il movimento pro-Pal lo aveva elevato a simbolo di tutte le responsabilità israeliane. Eppure, al momento di contare i voti, una parte consistente del Paese ha continuato a riconoscersi nella sua leadership.Sia chiaro: questo non significa che gli israeliani abbiano assolto Netanyahu da ogni responsabilità. Il suo blocco ha perso terreno rispetto alla legislatura precedente e – sommando opposizione e partiti arabi – esiste una maggioranza parlamentare contraria alla sua permanenza al governo. Ma è proprio questa la contraddizione che rende il risultato interessante: essere contro Bibi non equivale automaticamente ad avere un’alternativa praticabile. Un conto è chiedere la sua uscita di scena, un altro è trovare un accordo tra formazioni che su sicurezza, identità nazionale, servizio militare e questione palestinese hanno posizioni difficilmente conciliabili.Netanyahu, dal canto suo, continua a giocare la partita sul terreno che conosce meglio. Durante la campagna elettorale ha insistito sullo slogan “O la destra o la Palestina”, presentando l’eventuale collaborazione tra opposizione e partiti arabi come un pericolo per la sicurezza nazionale. Dopo il voto ha ribadito: “Impediremo la nascita di un governo pericoloso con i partiti arabi”. Una strategia che punta a mettere in evidenza le contraddizioni degli avversari e a ricompattare il proprio elettorato.Sul tavolo resta anche il fattore internazionale. Il rapporto privilegiato con Donald Trump rappresenta una risorsa politica, mentre l’eventualità di nuove tensioni militari con l’Iran potrebbe modificare gli equilibri interni e favorire soluzioni di emergenza. In un Paese che continua a vivere sotto la pressione della sicurezza, l’esperienza del premier più longevo della storia israeliana mantiene un peso considerevole.Ed eccoci al punto. Per anni gli oppositori di Netanyahu, dentro e fuori Israele, hanno confuso il desiderio della sua sconfitta con la certezza della sua imminente scomparsa politica. Hanno sottovalutato la solidità del Likud, la fedeltà di una parte dell’elettorato e soprattutto l’incapacità delle opposizioni di trasformare il dissenso in una proposta comune. Insomma, chi aveva preparato il suo funerale politico dovrà rimettere via la corona di fiori: mentre gli altri cercano un’intesa, è ancora Netanyahu a occupare la poltrona che tutti volevano strappargli. Con buona pace della galassia pro-Pal.Massimo Balsamo, 29 ottobre 2026L'articolo I nemici Pro Pal di Netanyahu non ci avevano capito nulla proviene da Nicolaporro.it.