I fabbricanti europei di bare preparano la denuncia antidumping contro la Cina a Bruxelles

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BRUXELLES — I fabbricanti europei di bare preparano una denuncia antidumping contro la Cina. La depositeranno alla Commissione europea, riferisce Politico Europe: l’accusa è che le bare cinesi arrivino sul mercato a prezzi inferiori al costo di produzione europeo e passino le dogane senza controlli efficaci. Il settore più esposto è quello italiano.È un esposto in preparazione, non ancora un’inchiesta. Il regolamento europeo del 2016 sulla difesa commerciale prevede che l’industria dell’Unione presenti una denuncia e che la Commissione, se la giudica fondata, pubblichi l’avviso di apertura in Gazzetta ufficiale. Solo allora partono le verifiche sui prezzi e sui volumi. La Commissione non ha commentato e da Pechino non è arrivata alcuna reazione.I numeri li ha messi nero su bianco un’interrogazione scritta presentata nel 2025 da un gruppo di eurodeputati italiani dei Conservatori e riformisti europei, primo firmatario Michele Picaro. Produrre una bara costa circa 260 euro in Italia e circa 80 in Cina. Le bare cinesi si vendono in Europa a 100-110 euro. Le importazioni dalla Cina valgono «circa il 60%» del mercato italiano, in un settore definito «storicamente uno dei più grandi d’Europa».L’interrogazione aggiunge un’accusa sanitaria: alcune bare cinesi sarebbero trattate con vernici vietate nell’Unione, che durante la cremazione rilascerebbero «microparticelle cancerogene» non filtrabili dagli impianti. Gli eurodeputati chiedevano un’inchiesta con dazi definitivi e retroattivi, il rispetto degli standard ambientali e dogane più severe. Sono le stesse richieste che la coalizione dei produttori intende ora portare davanti alla Commissione.La filiera di HezeDall’altro capo della filiera c’è Heze, città dello Shandong, nella Cina orientale, dove crescono tre milioni di alberi di paulonia, un legno leggero e poco costoso. Le fabbriche di bare della zona lavorano soprattutto per l’export europeo, e in particolare per l’Italia, racconta il South China Morning Post. Una venditrice di 29 anni, ex insegnante, dichiara al giornale di Hong Kong un fatturato superiore ai 6 milioni di dollari l’anno. Nelle schede commerciali le spedizioni viaggiano con il codice doganale degli «altri manufatti in legno».Per capire il peso di una denuncia su un prodotto così di nicchia bisogna tornare al 7 settembre. Quel giorno Eurometal, la federazione europea dei distributori di acciaio e metalli, ha sfilato attorno alla sede della Commissione con dieci bare simboliche, con le scritte «competitività europea», «posti di lavoro industriali» e «fabbriche europee». La federazione prevede 300.000 posti persi nella manifattura dell’Unione entro fine 2026 e stima il surplus commerciale cinese verso l’Europa in un miliardo di euro al giorno. «La Cina non vuole essere un fornitore di materie prime, vuole essere un fornitore di prodotti finiti», ha detto il presidente Alexander Julius.A quella protesta Pechino ha risposto sul Global Times, quotidiano statale cinese. Il direttore del Centro per le relazioni Cina-Europa dell’Università Fudan l’ha definita «una trovata politica», e un ricercatore dell’Accademia cinese del commercio internazionale ha sostenuto che la cooperazione di filiera è guidata dal mercato, non da coercizione politica. Lo stesso giornale cita uno studio della Banca centrale europea del 2026 secondo cui una maggiore esposizione ai beni intermedi cinesi si associa a una crescita industriale europea più alta di 0,6 punti.La denuncia delle bare arriva mentre Bruxelles accelera sulle difese commerciali. Il 29 ottobre la Commissione ha disposto la registrazione doganale delle importazioni cinesi di acido acetilsalicilico, il principio attivo dell’aspirina, dopo l’inchiesta antidumping aperta a settembre: la registrazione permette dazi retroattivi e dura nove mesi. Un’altra inchiesta è aperta sul fluoruro di polivinilidene, una plastica tecnica, importato da Cina, India e Giappone. Un produttore di bare pesa poco nel commercio con Pechino, ma la procedura è la stessa e ogni dossier aperto allunga la lista delle frizioni tra le due economie.Anche un’inchiesta, però, lascerebbe aperta la terza richiesta dell’interrogazione del 2025, quella sulle dogane. Un dazio antidumping corregge il prezzo della merce dichiarata alla frontiera; sulle vernici, sui trattamenti del legno e su ciò che passa senza ispezione decidono i controlli doganali, che la Commissione non ha finora annunciato di voler rafforzare.