Il potere nell’ombra tra servizi segreti, guerre e sovranità limitate: la trasformazione della sicurezza americana

Wait 5 sec.

Il punto decisivo non è stabilire se gli Stati Uniti possiedano servizi segreti capaci di intervenire negli affari di altri Paesi. Le grandi potenze cercano informazioni, reclutano fonti e tentano di condizionare l’ambiente internazionale. Il problema comincia quando la raccolta delle informazioni si confonde con la costruzione degli eventi: quando l’apparato incaricato di spiegare il mondo ai governanti acquista anche gli strumenti per modificarlo, selezionando interlocutori, sostenendo fazioni e contribuendo all’eliminazione degli avversari.  Nella testimonianza dell’ex funzionario della CIA John Kiriakou, questa trasformazione costituisce il filo che unisce la lotta al terrorismo, le operazioni di influenza e il confronto con Russia e Iran. La sua ricostruzione deve essere letta distinguendo tre livelli: le esperienze alle quali dichiara di avere partecipato, le informazioni che riferisce senza produrre nell’intervista documentazione verificabile e le interpretazioni politiche che propone dopo avere lasciato l’agenzia. Questa distinzione non riduce l’importanza del racconto. Permette, al contrario, di individuare il suo contributo più solido: descrivere una cultura istituzionale nella quale la segretezza può proteggere tanto le operazioni necessarie quanto gli errori, gli abusi e le decisioni sottratte al confronto democratico.Secondo Kiriakou, la missione professionale originaria era chiara: individuare fonti, acquisire segreti e analizzarli affinché il potere politico potesse decidere sulla base di informazioni migliori. Il servizio avrebbe dovuto sostenere la politica, conservando una distinzione fra conoscenza e decisione. Dopo l’11 settembre, sostiene, il baricentro si sarebbe spostato verso le attività paramilitari. La domanda strategica diventava così diversa: non soltanto che cosa stesse preparando un avversario, ma come catturarlo, disarticolarne l’organizzazione o eliminarlo.L’emergenza che diventa sistemaNell’intervista, gli attentati del 2001 rappresentano il momento in cui un trauma nazionale apre uno spazio eccezionale all’espansione degli apparati. La necessità di prevenire nuove stragi rende politicamente più difficile contestare strumenti presentati come indispensabili. Catture clandestine, trasferimenti di prigionieri, detenzione segreta e interrogatori coercitivi vengono inseriti in una logica nella quale il risultato immediato tende a prevalere sulla verifica dei mezzi impiegati. Kiriakou individua una svolta personale nel maggio 2002, quando, rientrato dal Pakistan, gli sarebbe stato proposto di ricevere una formazione nelle cosiddette tecniche di interrogatorio rafforzate. Racconta di avere chiesto spiegazioni e di avere riconosciuto, dietro quella formula, un programma di tortura. Il passaggio è significativo perché mostra come gli abusi possano essere normalizzati attraverso il linguaggio amministrativo: una pratica moralmente e politicamente dirompente viene presentata come una competenza tecnica da acquisire. Anche il suo racconto sui trasferimenti a Guantánamo ruota attorno alla distanza fra finalità iniziale e risultato. A suo dire, gli era stato prospettato un luogo di permanenza temporanea, in attesa di individuare le sedi giudiziarie competenti. La scoperta che la detenzione potesse invece prolungarsi senza un orizzonte definito avrebbe modificato la sua percezione dell’intero sistema. La questione generale è il passaggio dall’emergenza alla permanenza: una misura straordinaria diventa struttura, acquisisce personale, procedure e interessi che ne favoriscono la sopravvivenza.Sul piano strategico, questo processo produce un costo spesso sottovalutato. La superiorità militare può neutralizzare un gruppo, ma la percezione dell’arbitrio alimenta ostilità, diffidenza verso gli alleati locali e propaganda avversaria. Se la sicurezza viene misurata soltanto dal numero di persone catturate o uccise, resta fuori dal bilancio la capacità di generare nuovi nemici. La legittimità, in una competizione prolungata, è una risorsa operativa.Il reclutamento e la costruzione della dipendenzaUno dei passaggi più istruttivi dell’intervista riguarda il reclutamento delle fonti. Kiriakou descrive un processo graduale, costruito sulla frequentazione, sulla fiducia e sulla conoscenza dei bisogni personali. Il rapporto non comincia necessariamente con una richiesta esplicita di tradimento. Può svilupparsi attraverso incontri professionali, amicizie e offerte di aiuto, fino al momento in cui una collaborazione apparentemente circoscritta stabilisce una dipendenza. Il punto centrale è la vulnerabilità, che non coincide sempre con una debolezza scandalosa o con un comportamento illecito. Può essere l’ambizione professionale, il desiderio di garantire un’istruzione ai figli, la necessità di cure per un familiare o la ricerca di protezione. Nella descrizione dell’ex agente, il rapporto funziona meglio quando la persona reclutata riesce a considerarlo una relazione di fiducia e reciprocità.Trasportato sul terreno geopolitico, questo meccanismo suggerisce una distinzione fra occupazione e influenza. Per condizionare uno Stato non è sempre necessario controllarne il territorio: può essere sufficiente costruire rapporti privilegiati con persone che occupano posizioni decisive. Il valore strategico risiede allora nell’accesso ai processi decisionali, nella conoscenza anticipata delle intenzioni e nella possibilità di favorire determinate scelte. Ciò non autorizza però a considerare ogni dirigente vicino a Washington un agente reclutato: una convergenza politica e una relazione clandestina sono realtà diverse, da dimostrare con prove diverse.Informazione, società civile e interferenzaL’intervista estende questa logica al mondo dell’informazione e alle organizzazioni che operano nella società civile. Kiriakou presenta la propaganda e il sostegno a interlocutori favorevoli come strumenti capaci di preparare un ambiente politico. L’obiettivo non sarebbe sempre imporre direttamente un messaggio, ma modificare il peso relativo delle voci presenti nello spazio pubblico: rendere alcune interpretazioni più visibili, alcune figure più autorevoli e alcune alternative più credibili. Qui la prudenza è indispensabile. Un finanziamento pubblico straniero non dimostra automaticamente il controllo editoriale, così come la partecipazione a un programma internazionale non prova l’appartenenza a una rete di spionaggio. La questione concreta riguarda la trasparenza dei finanziamenti, le condizioni imposte e l’autonomia dei beneficiari. Senza questi elementi, il sospetto rischia di sostituire l’indagine. La stessa cautela vale per le proteste. Una popolazione può mobilitarsi per corruzione, repressione, impoverimento o esclusione politica senza ricevere ordini dall’estero. Un intervento straniero può tentare di sfruttare quelle fratture, ma non per questo le ha create. Un’analisi rigorosa deve ricostruire l’interazione fra cause interne e interessi esterni, evitando sia di negare ogni interferenza sia di cancellare la capacità delle società di agire autonomamente.L’Ucraina fra testimonianza e interpretazioneIl caso ucraino mostra con particolare chiarezza la necessità di distinguere i piani. Kiriakou considera la rimozione di Viktor Janukovyč nel 2014 parte di un’operazione sostenuta dagli Stati Uniti. Nell’intervista, tuttavia, precisa di avere lasciato la CIA nel 2004. Non sta dunque descrivendo un’attività alla quale avrebbe partecipato: propone una lettura degli avvenimenti attraverso la propria esperienza precedente. I riferimenti alla successiva cooperazione fra servizi occidentali e ucraini pongono una questione diversa. Anche una collaborazione intensa, comprendente formazione, scambio di informazioni e sostegno operativo, non dimostra retroattivamente chi abbia organizzato una mobilitazione politica. Per stabilirlo servirebbero riscontri specifici. Il valore dell’intervista consiste soprattutto nell’indicare un problema da indagare, non nel risolverlo attraverso l’autorevolezza professionale dell’intervistato.Il nodo strategico resta comunque centrale. Un Paese collocato fra sistemi di sicurezza rivali può diventare contemporaneamente beneficiario di assistenza e luogo di confronto fra potenze. L’aiuto esterno aumenta le capacità di difesa, ma può anche creare dipendenze dai fornitori di armamenti, dalle informazioni satellitari, dalla manutenzione e dai finanziamenti. La sovranità formale rimane; il margine concreto di decisione può restringersi.Questo non significa negare agli ucraini la possibilità di scegliere alleanze e orientamenti, né trasformare la percezione russa dell’accerchiamento in una giustificazione dell’invasione. Significa riconoscere che le intenzioni dichiarate, le capacità militari e le percezioni degli avversari interagiscono. Una politica può essere considerata difensiva da chi la adotta e minacciosa da chi ne subisce gli effetti. Comprendere tale meccanismo è necessario per valutare le possibilità di una stabilizzazione.L’Iran e l’illusione del crollo automaticoSull’Iran, il ragionamento più importante riguarda la differenza fra penetrazione informativa e controllo politico. Kiriakou attribuisce ai servizi israeliani una forte capacità di individuare bersagli attraverso fonti umane e sorveglianza tecnologica. I dettagli operativi che riferisce non sono verificati dalla sola intervista e devono essere trattati come sue affermazioni. La conclusione strategica può però essere discussa indipendentemente: conoscere gli spostamenti di un dirigente e riuscire a colpirlo non significa sapere quale ordine politico emergerà dopo la sua morte. La teoria del crollo automatico presuppone che lo Stato dipenda da un numero limitato di figure e che la loro eliminazione interrompa la continuità del comando. Ma un apparato può possedere successioni predisposte, strutture ridondanti e interessi collettivi alla sopravvivenza. Anche una società attraversata da profonde contestazioni può reagire all’attacco esterno attraverso il nazionalismo. L’ostilità verso il governo e l’ostilità verso una potenza straniera possono convivere. Ne deriva un’asimmetria degli obiettivi. Chi cerca di provocare un cambiamento di governo deve ottenere una trasformazione politica riconoscibile; chi lo subisce può rivendicare un risultato semplicemente conservando il potere. Per l’attaccante, distruggere è una fase. Restano la successione, la sicurezza, il funzionamento dell’amministrazione e la legittimità dei nuovi dirigenti. Senza una risposta credibile a questi problemi, la superiorità aerea rischia di produrre un vuoto.I costi economici di una vittoria incompletaLa dimensione geoeconomica rende ancora più difficile circoscrivere un conflitto con l’Iran. In uno scenario di estensione delle ostilità alle infrastrutture energetiche e alle rotte marittime, gli effetti non resterebbero confinati ai belligeranti. Premi assicurativi, costi di trasporto e incertezza delle consegne potrebbero aumentare anche senza un’interruzione totale dei flussi. I mercati reagiscono infatti alla probabilità della scarsità, oltre che alla scarsità già realizzata. Per le economie importatrici, il rincaro dell’energia può comprimere i margini industriali, aumentare i prezzi e rendere più difficile conciliare sostegno alle famiglie, competitività e bilanci pubblici. Per i Paesi esportatori, eventuali maggiori entrate devono essere confrontate con l’insicurezza regionale e con la vulnerabilità degli impianti. Il risultato non sarebbe necessariamente un vantaggio stabile per qualcuno, ma una distribuzione diseguale dei costi. Occorre distinguere almeno tre scenari: uno scontro limitato che lasci aperti canali negoziali; una campagna prolungata di logoramento, con costi economici crescenti; una destabilizzazione dello Stato, nella quale la distruzione delle capacità militari non produca un interlocutore politico affidabile. L’ultimo scenario è il più difficile da governare: una potenza può contribuire a demolire un equilibrio senza possedere i mezzi per sostituirlo.Alleati senza identità di interessiIl rapporto fra Stati Uniti e Israele introduce il problema dell’autonomia all’interno delle alleanze. Kiriakou descrive una diffidenza professionale verso i servizi israeliani e formula accuse relative ad attività di spionaggio contro strutture americane. Le singole affermazioni richiedono riscontri indipendenti. Il punto generale è che la collaborazione non elimina la concorrenza: gli alleati possono condividere un avversario e divergere sull’urgenza della minaccia, sui rischi accettabili e sul momento opportuno per usare la forza. La qualità del rapporto dipende anche dalla capacità di mantenere un giudizio autonomo sulle informazioni ricevute. Quando una valutazione viene accettata soprattutto perché proviene da un partner privilegiato, il processo decisionale si espone alle priorità di quel partner. L’influenza più efficace può consistere nel definire il problema prima ancora che vengano discusse le soluzioni.Il potere permanente e il controllo democraticoNella parte finale, l’intervista affronta il rapporto fra presidenti temporanei e burocrazie permanenti. Kiriakou sostiene che dirigenti presenti per decenni possano rallentare o orientare scelte politiche che non condividono. Non occorre accettare l’immagine di una regia unica per riconoscere un problema istituzionale: chi possiede memoria, competenza e accesso ai segreti dispone di un vantaggio su chi arriva con un mandato limitato. Anche l’ingresso di ex funzionari nei mezzi di informazione merita attenzione. L’esperienza può migliorare il dibattito, ma l’autorevolezza professionale non rende automaticamente neutrale un giudizio. Bisogna distinguere conoscenza diretta, interpretazione e preferenza politica. Lo stesso criterio deve valere per le accuse dell’intervista sulle vicende elettorali americane: la testimonianza non basta a trasformarle in conclusioni accertate. Il legame con l’industria tecnologica completa il quadro. Analisi dei dati, sorveglianza e strumenti informatici richiedono investimenti e collaborazioni, ma possono anche generare interessi economici favorevoli all’espansione permanente dei programmi. La domanda decisiva riguarda allora i risultati e la responsabilità: chi stabilisce se un’operazione ha aumentato la sicurezza, chi ne calcola i costi politici e chi può interromperla? Il problema non si risolve immaginando una politica estera priva di segreti. Si affronta impedendo che il segreto diventi una forma di immunità. La capacità di conoscere e intervenire rimane uno strumento della sovranità soltanto se resta sottoposta a un’autorità responsabile. Quando gli apparati contribuiscono a definire la minaccia, scelgono i mezzi e valutano da soli il risultato, il rischio è che lo Stato continui ad agire senza riuscire più a discutere davvero dove stia andando.