Il ritorno necessario del cattolicesimo sociale nella politica italiana

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Periodicamente a Torino e in Piemonte viene sottolineata l’attualità e la modernità del pensiero, della storia, della cultura e della tradizione riconducibili al cattolicesimo sociale. Certo, la riflessione è particolarmente significativa proprio a Torino e in Piemonte perchè in questi territori la presenza politica, culturale ed organizzativa di questo filone di pensiero è stata significativa nelle diverse fasi storiche.È indubbio che, oltre al sempre invocato ed importante ricordo del magistero dei ”santi sociali” torinesi e piemontesi che hanno, comunque sia, segnato lo stesso percorso e cammino del cattolicesimo sociale in terra subalpina, l’esperienza politicamente più rilevante è stata quella della sinistra sociale di ispirazione cristiana che ha svolto un ruolo di particolare importanza all’interno della Democrazia cristiana durante l’intera prima repubblica. Due nomi su tutti svettano, a livello locale ma soprattutto sul versante nazionale: Carlo Donat-Cattin e Guido Bodrato. Ma la sinistra sociale democristiana, cioè la storica corrente di Forze Nuove, non è terminata all’inizio degli anni ‘90 con il tramonto definitivo e irreversibile della Dc, è proseguita anche nella cosiddetta seconda repubblica. Mi riferisco, nello specifico, al ruolo che ha declinato nel Partito Popolare di Marini e Martinazzoli, nella Margherita di Rutelli e dello stesso Marini e sino alla prima fase del Partito democratico, cioè sino a quando l’ex leader della Cisl e della corrente di Forze Nuove, Franco Marini, ha partecipato attivamente alle vicende politiche di quel partito. Dopodiché quel pensiero, quella cultura e quella tradizione si sono, di fatto, inabissate e non hanno più inciso o partecipato o condizionato l’evoluzione della politica italiana, nei partiti e nelle rispettive coalizioni.Eppure, è questa è la riflessione che riguarda la vita pubblica contemporanea, il cattolicesimo sociale non solo continua ad essere concretamente presente nella società italiana ma resta un asset decisivo ed essenziale all’interno della stessa area cattolica. A livello locale come sul versante nazionale. E questo non solo per il magistero riconducibile a papa Leone ma per le stesse tematiche che nella attuale fase storica sono sul tappeto. Dall’aumento della povertà all’irrompere di una nuova e inedita questione sociale; dall’incremento di nuove emarginazioni sociali e territoriali alla necessità di favorire una vera e credibile politica dell’integrazione alla difesa e alla promozione degli interessi, delle esigenze e delle domande dei ceti popolari. Che oggi coinvolge anche il cosiddetto e tradizionale “ceto medio”.Ma se i valori, i principi, la cultura e la stessa prassi del cattolicesimo sociale continuano a fermentare i gangli vitali della società italiana e sono particolarmente presenti nella galassia dell’associazionismo cattolico, innanzitutto del mondo cattolico torinese e piemontese, è altrettanto indubbio che questa cultura e questo pensiero non possono arrestarsi di fronte all’impegno politico. Cioè all’interno dei partiti e delle rispettive coalizioni. Anche se, purtroppo, non possiamo non ricordare che oggi i partiti sono prevalentemente partiti personali, partiti del capo e partiti di proprietà. Cioè, per dirla in breve, parliamo di meri e grigi cartelli elettorali.Ma se la tradizione e la cultura del cattolicesimo sociale vogliono nuovamente giocare un ruolo significativo nella cittadella politica locale, nonchè in quella nazionale, devono “scendere in campo”, per dirla in termini calcistici. Come, del resto, è capitato nel passato anche se il contesto politico, culturale e storico era profondamente diverso rispetto alla stagione contemporanea. Ma a questo impegno concreto e politico non c’è alternativa. E cioè, un filone di pensiero può incidere concretamente nella misura in cui è anche e soprattutto presente nella dimensione politica.