Guardo le immagini delle violenze di Milano e provo un disagio che non si esaurisce nell’indignazione. Le vetrine infrante, i negozi saccheggiati, la prepotenza esercitata su una città meritano una condanna senza esitazioni. Ma dopo aver condannato resta una domanda: abbiamo capito che cosa stiamo guardando?Non so quanto la parola “protesta” riesca a spiegare quelle immagini. Una manifestazione può avere una motivazione politica e raccogliere, al proprio interno o intorno a sé, comportamenti che di quella motivazione conservano pochissimo. Non basta trovarsi nella stessa piazza per condividere una ragione. E non basta rompere qualcosa per esprimere una ribellione.Sono nato nel 1960. Ho attraversato il Settantasette e non ho intenzione di raccontarmi, a distanza di quasi mezzo secolo, come un ragazzo sempre giudizioso. Non appartengo a una generazione che possa impartire lezioni di compostezza. Conosco la forza delle appartenenze, l’eccitazione dello scontro, la facilità con cui, dentro un gruppo, ci si sente autorizzati a oltrepassare un limite.So anche che la memoria tende a mettere ordine dove allora c’era confusione. Non tutto era pensiero, non tutto era generosità, non tutto aveva una giustificazione. Sarebbe disonesto nobilitare retrospettivamente ogni gesto soltanto perché era accompagnato da una parola politica.Eppure, una differenza mi sembra esistere. Nelle nostre contraddizioni c’era spesso un’idea del mondo contro cui ci si schierava e di quello che si sarebbe voluto al suo posto. Quell’idea poteva essere sbagliata, persino pericolosa. Ma dava al conflitto un orizzonte, una lingua, un destinatario.Oggi, davanti a chi sfonda una vetrina e ne esce con un capo firmato, mi domando quale sia l’orizzonte. Mi chiedo se stia rifiutando la società che quella vetrina rappresenta oppure se ne desideri, con impazienza e ferocia, proprio la promessa.È una domanda che riguarda anche noi.Perché forse, in alcuni di quei gesti, c’è un’adesione profonda ai valori che diciamo di disapprovare e che continuiamo a esporre ovunque: il possesso come misura della persona, la visibilità come prova dell’esistenza, il denaro come assoluzione del percorso con cui lo si è ottenuto. La merce viene sottratta, ma il suo prestigio rimane intatto. La vetrina è distrutta; il criterio con cui insegna a giudicare il successo sopravvive.Non pretendo di ricavare una sociologia da un filmato. Dietro quei volti possono esserci storie molto diverse: disagio, abbandono, opportunismo, desiderio di dominio, semplice attrazione per il disordine. Attribuire a tutti una rivalsa sociale sarebbe un modo di inventare una nobiltà collettiva che i singoli comportamenti non dimostrano. Ma anche considerarli soltanto incidenti di ordine pubblico ci consentirebbe di smettere troppo presto di pensare.È qui che la parola integrazione assume, per me, un significato più ampio. Non sto parlando soltanto di integrare qualcuno che arriva da un altro Paese. Mi domando se siamo ancora capaci di integrare una generazione: di accompagnarla dentro una comunità, di trasmetterle qualcosa che meriti di essere raccolto, di darle lo spazio per contribuire a cambiarla.Questo non significa considerare tutti i giovani estranei alla società o attribuire loro i comportamenti di una minoranza. Significa riconoscere che il rapporto fra le generazioni è un compito collettivo. Anche i ragazzi che studiano, lavorano e rispettano le regole possono sentirsi ai margini di un mondo nel quale entrare davvero, diventare autonomi e vedere riconosciuto il proprio valore appare sempre più difficile.Abbiamo forse dato per scontato che crescere nello stesso Paese bastasse a diventarne parte. Ma l’appartenenza non si eredita automaticamente. Si costruisce attraverso legami, responsabilità, possibilità concrete; attraverso l’esperienza di essere necessari a qualcuno e di avere qualcosa da dare. Una società deve saper chiedere ai ragazzi un impegno e, insieme, mostrare che quell’impegno può trovare un esito.Integrare una generazione non vuol dire renderla obbediente, impedirle il conflitto o pretendere che assomigli alla nostra. Proprio chi ha attraversato una stagione di contestazione dovrebbe saperlo. Vuol dire permetterle di dissentire dentro un mondo che riconosce come proprio, di trovare interlocutori, di trasformare un’insoddisfazione in una proposta, di esercitare una libertà della quale impari anche la responsabilità.Per questo la domanda supera la provenienza delle famiglie. Si può essere nati qui, conoscere ogni codice del consumo e dell’intrattenimento, sentirsi a casa nel linguaggio dei social, e tuttavia non riconoscere alcun vincolo verso chi ci vive accanto. L’origine familiare può essere una parte della storia. Non ne è la spiegazione universale.La questione riguarda ciò che passa, o non passa più, fra genitori e figli, fra insegnanti e allievi, fra istituzioni e cittadini che stanno diventando adulti. Riguarda la credibilità di chi consegna il testimone e la possibilità, per chi lo riceve, di scegliere una direzione.Le violenze di una parte non dimostrano il fallimento di un’intera generazione. Ci obbligano però a interrogarci sulla qualità di quel passaggio. Forse abbiamo dedicato molta attenzione ai giovani come consumatori, come pubblico, come destinatari di messaggi, e assai meno al loro ingresso nella vita comune. E ora rischiamo di accorgerci della distanza soltanto quando qualcuno la attraversa con la violenza.Quando penso alla responsabilità degli adulti, penso anzitutto alla nostra coerenza.La famiglia che difende il figlio da qualsiasi richiamo, prima ancora di chiedersi che cosa sia successo, gli sottrae un’occasione per crescere. La scuola lasciata sola, investita di ogni compito e privata di fiducia, fatica a rendere credibile la propria autorità. Le istituzioni che invocano le regole devono mostrarne il valore anche nei propri comportamenti. Nessuno di questi soggetti può sostituirsi agli altri; ciascuno può però rendere vano il lavoro degli altri.Non rimpiango la paura come metodo educativo. Ricordo, tuttavia, un tempo in cui una nota scolastica non diventava automaticamente un processo all’insegnante. Il punto non era l’infallibilità del professore. Era l’esistenza di un’intesa, pur imperfetta, sul fatto che crescere comportasse anche rispondere delle proprie azioni.Oggi quell’intesa mi sembra più incerta. Chiediamo ai ragazzi di accettare un limite mentre spesso, da adulti, misuriamo la nostra abilità sulla capacità di aggirarlo.Dentro questa contraddizione entra anche ciò che raccontiamo. Il bandito, il camorrista, l’uomo che dispone del denaro e delle persone hanno una forza narrativa antica. Rappresentarli non equivale a celebrarli. Ma la distanza fra rappresentazione e seduzione va osservata con onestà. Se il potere criminale occupa tutta la scena e le sue vittime rimangono sullo sfondo, se la sopraffazione ha stile e la vita onesta appare soltanto grigia, qualcosa del messaggio sfugge alle condanne pronunciate alla fine.La stessa domanda vale per certi linguaggi musicali, per gli idoli digitali, per un mercato dell’attenzione che ricompensa l’eccesso. Non penso che una canzone produca un saccheggiatore. Penso che dovremmo interrogarci su ciò a cui attribuiamo prestigio, soprattutto quando lo offriamo a persone che stanno ancora cercando la propria misura.Sarebbe comodo attribuire questa responsabilità a un indistinto “sistema”. Le responsabilità hanno invece nomi, funzioni, gradi differenti. Comprendere il contesto non riduce la colpa di chi aggredisce o ruba. E chi subisce ha diritto a essere protetto subito, senza dover attendere che la società risolva le proprie contraddizioni.Ma dopo l’intervento necessario resta il compito più lungo. Quale posto sappiamo offrire a un ragazzo? Quali possibilità di autonomia, quali forme di riconoscimento, quali adulti credibili? E quale idea di dignità, anche quando non coincide con la ricchezza o con la notorietà?Non ho nostalgia della mia giovinezza al punto da scambiarla per un’età innocente. Vorrei però che la distanza fra allora e oggi fosse interrogata, anziché coperta da parole usate per abitudine.Davanti a quelle vetrine rotte, temo che ci sia anche qualcosa di nostro rimasto perfettamente in piedi: l’idea che si valga per ciò che si possiede e per la forza con cui si riesce a imporre la propria presenza.Forse è proprio questa la consapevolezza che ci manca: riconoscere che abbiamo visto crescere qualcosa senza comprenderlo fino in fondo. Abbiamo trovato parole per giudicarlo, categorie per collocarlo, ragioni per attribuirne ad altri la responsabilità. E intanto ci siamo risparmiati la domanda più difficile: che cosa non abbiamo saputo vedere?Io sono disposto a cominciare da me. Non ho capito fino in fondo. Forse, qualche volta, non ho voluto capire. Forse ho continuato a leggere ciò che avevo davanti con le certezze di una storia che conoscevo, senza accorgermi di quanto fosse cambiata. Quanti sono disposti ad ammettere, insieme a me, di non aver capito?