L’Iran lascia Doha con una bozza per chiudere la guerra con gli Usa: «Nessuna difficoltà nel negoziato»

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DOHA — I negoziatori iraniani hanno lasciato la capitale del Qatar domenica, dopo giorni di colloqui con i mediatori qatarini, e si sono portati via una bozza di proposta per chiudere la guerra con gli Stati Uniti. Il testo circola ora per i commenti e un nuovo incontro è possibile, riferisce Reuters citando un funzionario informato sui colloqui, secondo cui la partenza «non è dovuta a difficoltà nel negoziato». Al tavolo, per Teheran, sedeva il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, incaricato di far passare i messaggi attraverso Doha. La posta è la riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso dalle forze iraniane dal 4 marzo, e la fine del blocco navale americano reimposto all’inizio di agosto.Sul contenuto della bozza nessuna delle due parti ha detto nulla, e Washington non ha nemmeno confermato che un testo esista. Dall’altra parte il Wall Street Journal ha rivelato che gli Stati Uniti hanno avvertito diversi Paesi del Golfo di prepararsi a una campagna militare «breve e intensa» contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato di domani, 3 novembre; tre alti funzionari arabi del Golfo indicano il 4 come data possibile. La Casa Bianca risponde che «non commenta piani militari sensibili».La versione di Teheran l’ha data lunedì il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei: la base del negoziato resta il piano in sette punti redatto dall’Iran a settembre, con tempi ora più rapidi. «Le nostre richieste sono state espresse in modo chiaro e trasparente», ha detto. «Nessun accordo finale può essere avviato, né lo Stretto di Hormuz riaperto o messo in sicurezza, se non cessa il blocco navale statunitense». Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in visita in Turkmenistan, ha ripetuto che tutto dipende dalle risposte americane alle «domande iraniane»; sabato all’emittente qatarina Al Jazeera aveva detto che il piano può essere attuato in due giorni.Da Washington arrivano due registri. Il presidente Donald Trump, sabato dalla sua residenza in Florida, ha detto dei negoziati che «vanno bene, ma non sono molto affidabili», e del programma atomico: «Abbiamo messo fuori uso il loro nucleare. Dobbiamo ancora occuparci di uno o due siti, ma possiamo farlo in 10 minuti», citando Pickaxe Mountain, il complesso sotterraneo in cui Teheran nega che si svolga attività nucleare. Il segretario di Stato Marco Rubio ha precisato che nessuna decisione è stata presa sulla ripresa degli attacchi e che la preferenza va alla via diplomatica.Domenica sera Trump ha aggiunto di aver avuto sabato una telefonata «molto buona» con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, senza dettagli. L’ufficio di Netanyahu, che dopo la perdita della maggioranza alle elezioni di martedì scorso ha parlato solo del voto, non ha commentato.Le navi in arrivoSul terreno i movimenti sono visibili. Secondo le stesse fonti del quotidiano americano, una batteria di missili Patriot è partita dal Texas verso la regione, bombardieri e caccia sono stati predisposti, e un ulteriore gruppo d’attacco con portaerei e un’unità di spedizione dei Marines sono attesi ad aggiungersi alle circa 20 navi da guerra già nell’area.Teheran risponde sul piano militare. La nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico dal 28 febbraio, quando i primi raid americani e israeliani uccisero il padre, ha incontrato i vertici delle forze armate: risposta immediata e senza «limiti geografici» a qualunque minaccia, lista dei bersagli da ampliare. Il capo della sicurezza Mohsen Rezaei ha promesso su X «colpi devastanti sull’aggressore con nuove armi», ma alla tv di Stato iraniana ha anche detto che il tono americano «è completamente cambiato», un «ottimo segno», citando una lettera del vicepresidente JD Vance a cui non ha risposto.Dal Golfo arrivano gli appelli. Al Manama Dialogue, il forum di sicurezza che si tiene ogni anno in Bahrein, il consigliere diplomatico del presidente degli Emirati, Anwar Gargash, ha detto che «le regole della logica» danno le posizioni di Usa e Iran lontane: «se non vengono avvicinate, dobbiamo temere il peggio». Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty: «il secondo round sarà più pericoloso, più distruttivo, e non porterà da nessuna parte». Gli Emirati hanno già subito oltre 3.000 droni e missili balistici su aeroporti e impianti, quasi tutti intercettati.Il mare intanto resta pericoloso: ottobre è stato il mese con più attacchi segnalati a navi commerciali nello Stretto di Hormuz dal marzo scorso, e venerdì sera una metaniera qatarina, la Al Mayeda, è stata colpita in acque del Golfo da «oggetti non identificati», senza feriti, secondo l’agenzia di Stato del Qatar. Il Brent vale circa il 60 per cento in più dei livelli pre-guerra; il gas europeo supera i 97 euro al megawattora. Pechino annuncia un inviato speciale in Iran, Oman e Arabia Saudita entro metà novembre.Negoziato e minaccia corrono sullo stesso calendario: la bozza circola oggi, il voto americano è domani, la data che i funzionari del Golfo temono è dopodomani. Baghaei ha detto che Teheran non si aspetta che il voto «dia vita a un nuovo Stati Uniti». «La palla», ha aggiunto, «è nel campo degli Stati Uniti».