Trump perde la causa da 10 miliardi contro il Wall Street Journal sulla lettera a Epstein

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MIAMI — Il giudice federale Darrin Gayles ha respinto sabato la causa per diffamazione da 10 miliardi di dollari che Donald Trump aveva intentato contro il Wall Street Journal, e lo ha fatto «with prejudice», la formula che impedisce di ripresentare la domanda davanti allo stesso tribunale. Nelle 20 pagine dell’ordinanza, riferisce CBS News, il giudice scrive che il presidente «si arrampica sugli specchi» e che le sue accuse di malafede contro il giornale sono «generiche, vaghe, a volte in contraddizione con l’articolo e spesso irrilevanti».Al centro della vicenda c’è l’articolo del 17 luglio 2025 in cui il quotidiano economico di Rupert Murdoch raccontava una lettera di auguri firmata Trump per i 50 anni del finanziere Jeffrey Epstein, nel 2003. Dopo quindici mesi di battaglia legale il giornale esce indenne, mentre Trump tiene aperte altre due cause per diffamazione, contro la BBC e il New York Times, che dovranno superare lo stesso metro giudiziario.Quel metro si chiama «actual malice», la malizia effettiva: un personaggio pubblico che si dice diffamato deve provare che il giornale sapeva di pubblicare il falso, o che ha agito con sconsiderata noncuranza della verità. Gayles, nominato da Barack Obama, elogia invece l’«inchiesta meditata e dettagliata» del giornale e accusa i legali di Trump di aver cercato di «fabbricare difetti» nel lavoro dei cronisti. Respinge anche la tesi che un giornale debba fermarsi davanti alla smentita dell’interessato.Il portavoce della squadra legale del presidente ha risposto che Trump «continuerà a spingere avanti la sua potente causa» e «a chiedere conto a chi inganna il popolo americano con fake news e calunnie». Una fonte vicina alla strategia legale, citata da CBS News, dà per probabile l’appello all’Undicesimo circuito, la corte federale di secondo grado con sede ad Atlanta. Dow Jones, la società editrice del giornale, si è limitata a una riga: «Siamo soddisfatti della decisione della corte».La lettera del 2003L’articolo descriveva una pagina dell’album rilegato per il compleanno di Epstein: un testo dattiloscritto incorniciato dal profilo di una donna nuda, un dialogo immaginario tra i due, e in chiusura la frase «Buon compleanno, e che ogni giorno sia un altro meraviglioso segreto». Trump definì la lettera «FALSA», il giornale «uno straccio disgustoso e sporco», la copertura «falsa e maliziosa». Karoline Leavitt, allora portavoce della Casa Bianca: «È chiarissimo che il presidente Trump non ha disegnato quell’immagine e non l’ha firmata».La causa fu depositata il giorno dopo l’articolo, il 18 luglio 2025, nello stesso tribunale di Miami, e chiedeva 20 miliardi di dollari a Dow Jones, alla capogruppo News Corp, a Murdoch e all’amministratore delegato Robert Thomson. Ad aprile Gayles l’aveva già respinta una prima volta, scrivendo che il presidente non era «nemmeno lontanamente» vicino a dimostrare la malafede. A maggio i legali di Trump l’avevano ripresentata, dimezzando la richiesta a 10 miliardi.A settembre gli avvocati del giornale avevano sostenuto che la causa minacciava di «raggelare» la libertà di stampa. L’articolo era uscito mentre l’amministrazione era sotto pressione per la gestione dei file Epstein, e la commissione di vigilanza della Camera avrebbe poi ottenuto dall’eredità del finanziere, con un’ingiunzione, una copia parzialmente oscurata dell’album, con dentro la lettera.Lo standard che ha affondato la causa ha sessantadue anni. Nel 1960 il New York Times pubblicò un’inserzione a pagamento in sostegno di Martin Luther King, con alcune imprecisioni sulla polizia di Montgomery, in Alabama. Un commissario cittadino, L.B. Sullivan, fece causa e una giuria locale gli riconobbe 500.000 dollari. Nel 1964 la Corte Suprema cancellò quel verdetto all’unanimità, stabilendo che il dibattito sui potenti deve restare «disinibito, robusto e aperto», anche a costo di qualche errore.