Iran, Trump dice che i negoziati «vanno bene» ma minaccia gli ultimi siti: «Li sistemiamo in 10 minuti»

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PALM BEACH — L’Iran ha ridotto a due giorni il calendario della sua proposta di tregua. Donald Trump dice che i negoziati «vanno bene». E aggiunge, parlando sabato con i giornalisti nella sua residenza di Mar-a-Lago, che restano «uno o due siti» da colpire: «Possiamo farlo in dieci minuti».È un’apertura, non ancora un accordo. Teheran rifiuta un incontro diretto con gli americani e rinvia il nucleare a una «seconda fase». Washington tiene i raid sul tavolo: sabato il presidente ha parlato con il premier israeliano Benjamin Netanyahu di una possibile ripresa degli attacchi, riferisce il Wall Street Journal. Martedì 3 novembre gli Stati Uniti votano per il rinnovo del Congresso, e venerdì più testate avevano riferito che Washington ha avvisato alcuni Paesi arabi di prepararsi a una campagna breve dopo il voto.Trump ha nominato il bersaglio. «Abbiamo messo fuori gioco il loro nucleare. Dobbiamo ancora occuparci, direi, di uno o due siti», ha detto. «Probabilmente potreste guardare a Pickaxe Mountain, e bisogna occuparsene. Possiamo fare tutto molto in fretta». Pickaxe Mountain, la «montagna del piccone», è il nome inglese del monte Kolang, nella provincia di Isfahan, circa 200 chilometri a sud di Teheran, accanto al complesso di Natanz: secondo gli americani ospita un impianto sotterraneo. L’Iran nega che vi si svolga attività nucleare.Sui colloqui il presidente ha usato un registro più basso. Vanno «bene», ha detto, «ma sapete, non sono molto affidabili». Ha ripetuto di non avere fretta, perché l’apparato militare e nucleare iraniano è già «decimato». Venerdì aveva detto che la guerra «finirà presto».Il segretario di Stato Marco Rubio, in un’intervista televisiva, ha frenato: Trump «non ha preso una decisione» sulla ripresa dei raid e preferirebbe una via diplomatica. «Se dovessimo fare qualcosa militarmente, ne avremmo la capacità e abbiamo tutto quello che serve per riuscire». La partita, a tre giorni dal voto, si gioca su chi detta i tempi: Teheran stringe il calendario, Washington lascia in sospeso la decisione sulle bombe.Il piano di DohaIl ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dato i dettagli in un’intervista ad Al Jazeera, l’emittente del Qatar, che è uno dei Paesi mediatori. «La parte qatariota ha proposto di accorciare a cinque giorni il periodo di attuazione della proposta iraniana. Siamo arrivati a una proposta che lo riduce a due giorni». Le condizioni restano quelle di sempre: revoca delle sanzioni imposte dopo il memorandum di Islamabad, riduzione delle forze americane nella regione, ripristino delle esenzioni sul petrolio, sblocco di tutti i fondi congelati, compresi quelli in Qatar, e riconoscimento della rotta marittima concordata con l’Oman.Una delegazione iraniana è arrivata a Doha sabato, il giorno dopo la visita dei mediatori qatarioti a Teheran, secondo una fonte informata. Al tavolo ci sono anche mediatori pakistani. Ma Araghchi esclude il faccia a faccia: «Non vediamo alcuna necessità di incontrare gli americani in questa fase. Le nostre condizioni sono chiare». Le voci su un incontro sono «pure speculazioni mediatiche».Rouzbeh Parsi, ricercatore dell’Università di Lund, in Svezia, ha spiegato alla stessa emittente che i progressi di venerdì a Teheran riguardano «la sequenza dei primi passi necessari a stabilire il minimo della fiducia». È il nodo da otto mesi: chi muove per primo.Da Teheran arrivano segnali misti. Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, ha detto di aver letto la lettera del vicepresidente americano JD Vance e che il tono di Washington «è cambiato completamente», un «segnale molto positivo»; ha confermato che sette condizioni sono state consegnate agli Stati Uniti. Trump ha negato che la lettera apra una trattativa: riguarderebbe solo aiuti medici. E Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento e capo della squadra negoziale, aveva scritto giovedì su X che «l’approccio del bastone e della carota non ha effetto sull’Iran».Gli ordini di KhameneiLa guida suprema Mojtaba Khamenei ha scelto sabato la linea dura. «Qualsiasi livello o tipo di minaccia deve ricevere una risposta immediata, incisiva e senza limiti geografici», ha scritto sul suo canale Telegram. E se i nemici attaccano di nuovo, «saranno le forze armate della Repubblica islamica e la nazione iraniana a stabilire tempi e condizioni per la fine». Secondo l’agenzia statale IRNA ha ordinato ai comandanti di aggiornare l’elenco degli obiettivi, perché «tutti gli asset fisici e non fisici» di Stati Uniti e Israele siano a portata. I comandanti riferiscono alta prontezza sulla costa del Golfo e attorno allo stretto di Hormuz.Sul mare le versioni divergono. Il capo del Comando centrale americano, l’ammiraglio Brad Cooper, ha detto venerdì che la marina iraniana è distrutta e le rotte meridionali di Hormuz sono «sicure e aperte». L’Iran sostiene che sei navi commerciali hanno urtato mine su quella rotta negli ultimi giorni; le Guardie rivoluzionarie hanno parlato di una superpetroliera incendiata, e l’ufficio marittimo britannico per il commercio ha confermato un attacco a una nave. Sabato l’Arabia Saudita ha intercettato un drone nella regione di Riad.Per capire perché due giorni contino bisogna tornare indietro. La guerra è cominciata a fine febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele. A settembre, durante l’Assemblea generale dell’Onu, Teheran aveva presentato un piano in sette giorni; Trump lo respinse il 26 settembre, e già allora minacciò il monte Kolang. Il 25 ottobre il Qatar ha portato a Teheran una bozza con sette giorni di misure di fiducia e Paesi garanti. Da sette a cinque, da cinque a due: il calendario si è stretto in una settimana.Il piano non tocca ciò che Trump ha messo in cima alla lista. Il dossier nucleare, e con esso il sito di Isfahan, resta rinviato a una fase successiva che nessuno ha ancora definito. Araghchi ha detto che l’Iran non esclude un attacco ed è «preparato a tutti gli scenari».