La legge di Bilancio 2027 mette nuovamente le mani sulle pensioni per contenere la spesa pubblica. Il capitolo previdenziale è infatti uno dei più rilevanti sul fronte delle coperture finanziarie della manovra e introduce una stretta significativa sulla rivalutazione degli assegni rispetto all’inflazione. Una scelta che pesa soprattutto sui trattamenti medio-alti e che, secondo le stime della relazione tecnica, garantirà alle casse dello Stato 14,2 miliardi di euro di risparmi nell’arco di dieci anni.Il provvedimento, arrivato al Quirinale dopo una lunga fase di revisione tecnica e autorizzato per la trasmissione alle Camere, conferma sostanzialmente l’impianto annunciato nei giorni scorsi. I 157 articoli del testo definitivo contengono però alcune novità che emergono soltanto dalla lettura delle disposizioni puntuali. Accanto alla previdenza, il conto della manovra coinvolge anche il pubblico impiego, con ulteriori limitazioni alle assunzioni e una revisione dei meccanismi di adeguamento degli stipendi di alcune categorie.Torna il meccanismo più penalizzanteLa novità più significativa riguarda il ritorno, dal 2027, al sistema di indicizzazione differenziata delle pensioni già utilizzato durante la precedente fiammata inflazionistica. Il principio è semplice: quanto più elevato è l’assegno, tanto minore sarà la percentuale di inflazione riconosciuta ai fini dell’adeguamento.A beneficiare della rivalutazione integrale saranno soltanto i trattamenti fino a quattro volte il minimo Inps. Per il 2027 la soglia indicata nel testo è di circa 2.479 euro lordi mensili. Il meccanismo prevede una riduzione progressiva della percentuale di inflazione riconosciuta all’aumentare dell’importo della pensione. Gli assegni fino a quattro volte il trattamento minimo Inps beneficeranno della rivalutazione integrale (100%). Tra quattro e cinque volte il minimo la percentuale scenderà all’85%, per poi ridursi al 53% nella fascia tra cinque e sei volte. Per i trattamenti compresi tra sei e otto volte il minimo sarà riconosciuto il 47% dell’inflazione, mentre tra otto e dieci volte si scenderà al 37%. Infine, per gli assegni superiori a dieci volte il minimo la rivalutazione sarà limitata al 32%.Un aspetto da sottolineare è che la percentuale ridotta si applica all’intero importo della pensione e non soltanto alla quota eccedente la soglia. Per i trattamenti più elevati, dunque, la decurtazione della rivalutazione potenziale arriva al 68%. Non si tratta di un taglio nominale dell’assegno, ma di un minore adeguamento all’inflazione, con effetti che possono accumularsi nel tempo.Non si tratta tecnicamente di una riduzione nominale delle pensioni già liquidate, ma di un riconoscimento più contenuto degli aumenti necessari a compensare il rincaro del costo della vita. La differenza non è soltanto terminologica: gli assegni continueranno a crescere, ma in misura inferiore a quella che sarebbe spettata applicando integralmente l’indice dei prezzi. Il risultato, nel tempo, sarà un minore recupero del potere d’acquisto.Quanto si perde? Tre esempi concretiPer comprendere l’impatto della misura, si può ipotizzare un’inflazione del 2%, utilizzando un esempio puramente illustrativo giacché veleggiamo ben oltre il 3%. Un pensionato con un assegno lordo mensile di 4.000 euro, collocato nella fascia tra sei e otto volte il minimo, riceverebbe una rivalutazione dello 0,94% anziché del 2% pieno. L’aumento sarebbe quindi di 37,60 euro al mese, contro gli 80 euro che avrebbe ottenuto con l’indicizzazione integrale.Per una pensione di 5.500 euro lordi, compresa tra otto e dieci volte il minimo, la rivalutazione riconosciuta sarebbe dello 0,74%. L’incremento si fermerebbe a 40,70 euro mensili, rispetto ai 110 euro della rivalutazione piena.Ancora più penalizzante il trattamento per chi percepisce 6.500 euro lordi al mese: superata la soglia delle dieci volte il minimo, l’adeguamento sarebbe limitato allo 0,64%, con un aumento di appena 41,60 euro anziché 130.La differenza non consiste dunque in una riduzione dell’importo già percepito, ma in un mancato recupero di potere d’acquisto. E poiché la rivalutazione di ciascun anno contribuisce a determinare la base degli adeguamenti successivi, gli effetti della stretta possono protrarsi anche negli anni seguenti.La copertura vale 14,2 miliardi in dieci anniLa stretta previdenziale rappresenta una delle principali voci di contenimento della spesa. Secondo la relazione tecnica alla manovra, il risparmio complessivo per lo Stato raggiungerà 14,2 miliardi di euro fino al 2036. Di questi, 8,5 miliardi sono il beneficio netto dopo aver considerato gli effetti fiscali.Nel primo triennio la minore spesa pensionistica sarà pari a circa 1,476 miliardi all’anno al lordo delle minori entrate tributarie, che portano il risparmio netto a 885 milioni. Il motivo è legato alla natura imponibile degli assegni: una rivalutazione più contenuta comporta anche un minore gettito Irpef sulle pensioni.Le economie sono destinate a ridursi progressivamente dal 2030, ma il loro contributo ai conti pubblici rimane consistente. La scelta conferma quanto sia difficile intervenire sulla dinamica della spesa previdenziale senza incidere sui trattamenti già in essere. E soprattutto dimostra come, in assenza di una revisione strutturale della spesa, la ricerca delle coperture finisca spesso per concentrarsi su misure che limitano gli incrementi riconosciuti ai cittadini.Quota 100, la Lega prepara la battaglia sulle pensioni anticipateUna parte delle risorse recuperate attraverso la stretta potrebbe inoltre alimentare il fondo per la flessibilità in uscita. L’accantonamento previsto ammonta a 850 milioni di euro all’anno per il triennio, per un totale di 2,55 miliardi. Una dotazione che la Lega vorrebbe utilizzare per introdurre una nuova forma di «Quota 100», tornando a offrire ai lavoratori maggiori possibilità di anticipare il pensionamento.La destinazione delle risorse non è però scontata. All’interno della maggioranza esiste una diversa sensibilità sull’utilizzo di questi stanziamenti: Fratelli d’Italia guarda con maggiore interesse al rafforzamento delle pensioni minime, piuttosto che a nuovi strumenti di uscita anticipata. Si apre dunque un confronto politico su come impiegare le economie ottenute intervenendo sull’indicizzazione degli assegni.Pubblico impiego, assunzioni limitate ma tempi più brevi per il TfsLa manovra interviene anche sulla macchina amministrativa dello Stato. Per il 2027 viene confermato il blocco parziale del turn over, con la possibilità di sostituire soltanto il 75% del personale che lascia il servizio. Una misura che punta a contenere la dinamica della spesa corrente, ma che inevitabilmente pone il problema del ricambio generazionale nella pubblica amministrazione.C’è invece una novità favorevole per i dipendenti pubblici sul fronte del trattamento di fine servizio. Dopo anni di attesa per ottenere la liquidazione, spesso distribuita in più rate e con tempi particolarmente lunghi rispetto al settore privato, il governo avvia un percorso graduale per superare il differimento.I nove mesi di attesa iniziale saranno ridotti di tre mesi ogni anno fino all’azzeramento nel 2030. Da quel momento comincerà anche l’aumento progressivo, di 10mila euro all’anno, della soglia massima liquidabile con la prima rata. L’obiettivo è arrivare entro il 2035 a un sostanziale allineamento con il trattamento riconosciuto ai lavoratori privati che vanno in pensione per raggiunti limiti di età.La gradualità risponde all’esigenza di distribuire nel tempo l’impatto finanziario dell’intervento. Secondo le stime Inps, infatti, l’eliminazione immediata del sistema delle rate avrebbe un costo superiore ai 16 miliardi di euro. Una cifra che spiega perché il governo abbia scelto una transizione di nove anni, anziché procedere a un superamento immediato delle attuali regole.Magistrati e professori, aumenti legati alla media ponderataUn altro intervento riguarda gli adeguamenti retributivi di magistrati e professori universitari. La legge di Bilancio introduce il criterio della media ponderata degli incrementi salariali del pubblico impiego, con l’obiettivo di limitare la dinamica degli aumenti automatici.Per i magistrati la disposizione interviene dopo le decisioni della giustizia amministrativa che avevano rimesso in discussione il criterio, facendo riferimento alla media semplice degli incrementi retributivi. Gli arretrati, quantificati in 979 milioni di euro, saranno comunque riconosciuti, mentre per gli adeguamenti futuri tornerà a operare il meccanismo della media ponderata.La scelta si inserisce nel più ampio tentativo di tenere sotto controllo la spesa per il personale pubblico, evitando che alcuni automatismi retributivi producano incrementi superiori a quelli riconosciuti al resto dei dipendenti statali.Enrico Foscarini, 1 novembre 2027L'articolo Pensioni, la manovra taglia la rivalutazione. Ecco cosa cambia dal 2027 proviene da Nicolaporro.it.