Una nigeriana di 38 anni ha dato alla luce il suo bambino a Bologna, venerdì scorso 30 ottobre in via Saffi, a bordo di un autobus dell’azienda del trasporto pubblico dell’area metropolitana dell’Emilia-Romagna (Tper). E’ un maschietto di 3 chili e 470 grammi che sta bene e ha iniziato il suo viaggio nella vita sulla linea 39.La partoriente, già in preda alle doglie, si stava recando sul mezzo pubblico all’Ospedale Maggiore. E’ stata aiutata a partorire dalla conducente Niurka Roman, assunta tre anni fa dalla Tper, che è di origini cubane ed è a sua volta madre di una bambina. A soccorrere la partoriente hanno collaborato altre passeggere immigrate, tra cui la giovane Hafida, studentessa d’ingegneria di origini marocchine.Erano circa le nove del mattino. Il 39 stava percorrendo la zona di Porta San Felice, in direzione dell’Ospedale Maggiore, quando la nigeriana si è distesa sul piano di calpestio del bus e ha cominciato a liberarsi degli abiti, dimostrando una certa conoscenza sul da farsi rispetto al parto imminente. Niurka Roman, l’autista del bus, si è ricordata subito della passeggera incinta che era salita da sola alla stazione centrale di Bologna. Niurka ha quindi fermato la corsa, è uscita dalla cabina di guida ed è andata a soccorrere la partoriente, chiedendo aiuto ad alcune altre donne presenti. La nigeriana intanto, che non parlava in italiano, ma solo in inglese, si era liberata delle vesti dalla vita in giù e in posizione sdraiata aveva incominciato a spingere per far nascere il bambino, la cui testa era già visibile. E’ avvenuto tutto piuttosto rapidamente. Dopo pochi minuti il primo vagito del neonato, che è stato avvolto in un pareo rimediato dal sedile di guida, ha rasserenato la comprensibile piccola agitazione che si era creata a bordo. Poi Niurka Roman ha chiamato il 118, affinché i soccorritori si prendessero cura della madre e del neonato.Perché raccontiamo una storia di cronaca cittadina su un organo d’informazione che produce approfondite analisi geopolitiche? Perché se un autobus si trasforma per un quarto d’ora in una sala parto improvvisata dove alcune passeggere immigrate soccorrono un’altra donna immigrata, la storia supera la cifra della cronaca e assume l’importanza di una pagina di politica sociale internazionale. Non è stato solo un gesto di solidarietà femminile di fronte all’emergenza di un parto impellente, ovvero una dinamica che in sé per sé potrebbe anche sembrare normale per chiunque di noi si fosse trovato di fronte a un simile accadimento. Ma si è trattato di un evento che mette in risalto la composizione multietnica che condividiamo nelle nostre città, di cui Bologna è certamente un modello virtuoso, e che però denuncia anche un altro elemento su cui riflettere, ovvero un’assenza clamorosa: nessun uomo era al fianco della donna nigeriana che infatti si stava recando da sola all’ospedale. Nessun compagno le era accanto quel giorno, anche se del motivo non se ne conoscono le ragioni. Si può anche ipotizzare che la donna sia madre di altri figli, vista la facilità con cui è avvenuto il parto, ma questo non spiega perché in quel momento lei dovesse provvedere a far tutto da sola. Infine sul bus, le persone che si sono immediatamente rese disponibili ad aiutarla erano donne.C’è una fotografia sociologica dell’Italia contemporanea, dentro la storia del maschietto venuto alla luce sul 39 a Bologna, che meriterebbe molta più attenzione di quella che la politica riserva quasi esclusivamente al fenomeno dell’immigrazione, impegnata a discutere soltanto di nuovi Cpr da costruire, di sicurezza, di confini e numeri degli sbarchi, mentre la vita quotidiana nelle grandi città racconta una realtà molto più articolata. La realtà chiede qualcosa di più alla politica: governare responsabilmente il cambiamento, senza negarlo di fronte all’evidenza e senza idealizzarlo.