Somalia, i pirati sequestrano un peschereccio iraniano con 23 uomini a bordo: nessuna notizia da 4 giorni

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MOGADISCIO — Ventitré uomini in mano ai pirati, e nessuna notizia da quattro giorni. Il peschereccio iraniano Azini, con 21 marittimi iraniani e due guardie di sicurezza somale a bordo, è stato sequestrato giovedì al largo della Somalia nord-orientale, tra le cittadine costiere di Bandar Bayla e Hafun. Lo ha riferito domenica all’Associated Press un ufficiale della polizia marittima del Puntland, la regione autonoma che da vent’anni è la base storica dei pirati somali: gli assalitori erano dodici.Il centro di sicurezza marittima per l’Oceano Indiano, che coordina gli allarmi per le navi in transito, ha scritto in un avviso di sabato che la sorte dell’equipaggio è ignota e che la nave si stava avvicinando a una rotta commerciale. In un aggiornamento successivo ha avvertito che i pirati potrebbero usare l’Azini come «nave madre», cioè come piattaforma da cui lanciare assalti ai mercantili più al largo, e ha chiesto agli equipaggi della zona di segnalare ogni movimento sospetto. Atalanta, la missione navale dell’Unione europea che pattuglia il Corno d’Africa dal 2008, sta indagando. Teheran non ha commentato.Il metodo della nave madre è quello che fece la fortuna della pirateria somala tra il 2008 e il 2012: un peschereccio catturato con il suo equipaggio diventa un deposito galleggiante di carburante e uomini armati, capace di portare i barchini a centinaia di miglia dalla costa. Un sequestro di poco valore commerciale si trasforma così in un allarme per le petroliere.I numeri dicono che il fenomeno è tornato. Secondo il conteggio di Atalanta, ripreso dal Soufan Center, think tank di New York, gli episodi di pirateria al largo del Corno d’Africa erano 25 a metà settembre, contro nove in tutto il 2025: il livello più alto dal 2013. Da aprile i pirati hanno dirottato sei navi commerciali, alcune lontanissime dalla Somalia, come la petroliera Sibu 1, catturata a circa 250 chilometri a est di al-Mukalla, sulla costa yemenita.I cinque morti della Honour 25Il caso più grave è di settembre. Le autorità del Puntland hanno detto che i pirati hanno ucciso cinque membri dell’equipaggio della petroliera Honour 25, tenuta sotto sequestro da aprile, prima che le forze di sicurezza riprendessero la nave; sedici sospetti sono stati arrestati. Il mercantile Sward, catturato anch’esso in aprile, è stato rilasciato dopo 138 giorni. Sempre a settembre i pirati saliti sul mercantile Glamor nel Golfo di Aden si sono ritirati solo dopo l’arrivo di Atalanta, di un aereo da pattugliamento giapponese e della Marina indiana, con l’equipaggio barricato nella cittadella blindata.Dietro la recrudescenza c’è la guerra con l’Iran. Gli attacchi nello Stretto di Hormuz, l’imbocco del Golfo Persico, e le minacce dei ribelli yemeniti Houthi, sostenuti da Teheran, contro il naviglio legato all’Arabia Saudita in transito per Bab el-Mandeb, lo stretto fra Mar Rosso e Golfo di Aden, hanno spostato il traffico delle petroliere più vicino alla costa somala, mentre la marina americana è impegnata nel Golfo. È in quel vuoto lasciato dalle flotte militari, lungo una rotta improvvisamente affollata, che i pirati hanno ritrovato spazio.Il conto lo pagano gli armatori. Le compagnie più solide deviano per il Capo di Buona Speranza, con viaggi fino a un mese più lunghi, e i noli giornalieri per le petroliere che ancora passano da Hormuz hanno toccato il milione di dollari. Le altre continuano a passare lungo la Somalia.Sul destino dei 23 dell’Azini pesa anche la linea del Puntland, che si oppone al pagamento dei riscatti e spesso nega l’uso del proprio spazio aereo per calare il contante sulle navi sequestrate, riferisce la CNN. Diversi Paesi africani e del Golfo, con la Francia, appoggiano la proposta di una nuova task force antipirateria. Per ora, sul peschereccio, l’ultimo bollettino resta quello di sabato: equipaggio dalla sorte ignota.