Anche quest’anno l’autunno si conferma come la stagione delle manifestazioni di veemente protesta da parte di diversi gruppi sociali, con il contorno di non rare forme di violenza urbana ed insensate devastazioni. Si protesta per l’inatteso e persistente rincaro dell’energia e del costo della vita, i bassi salari reali, la carenza di abitazioni a prezzi sostenibili nelle città universitarie, la condizione delle scuole e dell’istruzione, l’inadeguatezza del servizio sanitario pubblico, le crisi industriali, l’instabilità dell’occupazione e le difficoltà incontrate dai giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro. A queste motivazioni si aggiungono in una congerie numerosa e disparata quelle a sfondo politico, come l’irrequietezza delle opposizioni politiche tenute lungi dal potere per quasi un’intera legislatura, la guerra in corso nel Golfo Persico insieme al massacro di palestinesi, e le spese per il potenziamento della difesa di fronte alla minaccia russa.Le proteste non fanno dell’Italia un caso isolato, ma sono diffuse anche in altri Paesi europei per motivazioni solo in parte comuni, come per i rincari petroliferi, le retribuzioni insufficienti e l’istruzione insoddisfacente, e vedono in primo piano studenti e giovani oltre che lavoratori e movimenti politici. Negli eventi italiani, in particolare, si nota tra le masse coinvolte una scarsa consapevolezza tanto dei progressi compiuti recentemente, quanto dell’origine esterna delle maggiori difficoltà dovute ai crescenti costi dell’energia e alla conseguente inflazione, nonché della carenza di spazi d’intervento pubblico per la protezione sociale. Dopo i tanti interventi del Pnrr per il miglioramento delle infrastrutture, delle scuole, dell’assistenza sociale e in altri campi si protesta per le stesse manchevolezze. La sconnessione con il realismo è evidente altresì nella protesta per i rincari e i salari, erroneamente ritenendo che vi siano spazi per ulteriore deficit pubblico e per forzare le imprese a incrementi salariali in una fase di stagnazione di crescita e produttività.Ma la disconnessione trova riscontro anche nel contrasto con la realtà delle misurazioni indipendenti del benessere dei cittadini. Queste mostrano che negli ultimi anni si sono realizzati miglioramenti significativi, pur restando carenze e difficoltà su parecchi versanti, oltre che distacchi dai maggiori partner europei. A misurare le condizioni degli italiani provvedono primariamente due indagini condotte periodicamente da istituzioni ufficiali, quali l’Istat e l’Eurostat. Il riferimento è al Rapporto BES 2026 dell’Istat (ottobre 2026) e quello di Eurostat, Key figures on European living conditions – 2026 edition (June 2026), a cui si affianca il sondaggio del Parlamento Europeo nell’Eurobarometer. Entrambi rilevano indicatori in parte analoghi, con il risultato di rendere le loro rilevazioni complementari per valutare il benessere della popolazione.L’Istat analizza le tendenze degli ultimi dieci anni secondo 12 aree e 132 indicatori, che spaziano dal benessere soggettivo a quello economico, il lavoro, l’istruzione, la ricerca ed innovazione, la sicurezza, la salute, la politica e le istituzioni. Complessivamente il quadro che emerge è tendenzialmente positivo per via dei miglioramenti ottenuti, ma la distanza da colmare rispetto ai partner europei benestanti rimane consistente. In particolare, l’anno scorso il 41% degli indicatori considerati presenta un andamento positivo, con un’altra quota appena superiore (41,7%) che non varia, mentre una minoranza del 17% segna peggioramenti.Guardando al decennio trascorso, i miglioramenti risultano maggioritari (52%), in contrasto con la quota del 18% dei peggioramenti. Tra gli aspetti favorevoli, risaltano l’incremento della speranza di vita (in buona salute) alla nascita, il calo del tasso di mortalità per omicidi, la crescente partecipazione delle donne al lavoro, l’allargamento della quota di diplomati a oltre la metà della popolazione e l’intensificazione degli investimenti in ricerca ed innovazione. All’opposto, spicca la stagnazione del reddito disponibile pro-capite valutato al netto dell’inflazione, con un andamento dal 2000 che migliora nel primo quinquennio per calare e appiattirsi sul livello iniziale successivamente fino all’anno scorso. Nell’ultimo decennio si aggrava l’incidenza della povertà assoluta individuale, con un aumento dal 6,9% nel 2014 al 9,3% dei residenti nel 2025. Ma il rischio di povertà negli ultimi anni non si aggrava e la disuguaglianza tra redditi si restringe.Le tendenze più sfavorevoli per i redditi si concentrano nelle fasi di stagnazione economica, con l’espandersi della precarietà dei posti di lavoro, la numerosità della composizione familiare, i bassi livelli di istruzione e soprattutto si addensano nel Mezzogiorno. Ai progressi ottenuti nell’occupazione si accompagnano la precarietà di lunga durata, l’erosione dei redditi reali e la contraddizione tra la sovra-qualificazione delle competenze rispetto al lavoro svolto e il deficit di conoscenze digitali, che non si innalzano ai livelli richiesti per dare slancio alle imprese e ai servizi pubblici ma si concentrano sulle conoscenze di base.A fronte delle grandi proteste di studenti e docenti per l’inadeguatezza del sistema scuola, si stagliano gravi carenze nell’apprendimento, nella lettura di libri, nella frequentazione delle biblioteche e nelle competenze basilari. Dall’anno della pandemia non si è ancora tornati ai livelli di sapere precedenti. Nell’ultimo anno scolastico più del 43% degli studenti presenta insufficienze nella comprensione dell’italiano e il 45,5% nella matematica con punte ancora più alte nel genere femminile. La quota di giovani laureati resta stabile su livelli bassi ed inferiori a quelli medi europei, mentre si è accentuata l’emigrazione verso l’estero dei giovani laureati. Quindi il sistema Paese non genera a sufficienza nuove risorse umane impegnate nei campi alti della conoscenza e nel contempo ne perde una quota sempre più in aumento a vantaggio dell’estero. Di positivo, invece, l’incremento della spesa pubblica e privata in ricerca e innovazione, dell’attività brevettuale e degli investimenti in prodotti dell’attività intellettuale.Contribuiscono al benessere della popolazione i risultati positivi nella cura della salute e le condizioni della sicurezza. Sul primo versante, tuttavia, più della metà degli italiani (53%) esprime un giudizio negativo sul sistema sanitario pubblico per i tempi di attesa, la qualità dei servizi e le disparità territoriali. Soltanto il 41% si dice soddisfatto dell’assistenza ospedaliera ricevuta, e una percentuale inferiore (31%) riguardo alle condizioni igieniche nei ricoveri. Sul versante della sicurezza, diminuiscono i reati contro il patrimonio e quelli predatori, benché la percezione sociale del rischio di criminalità e del degrado sociale scenda di poco negli anni. Naturalmente, si rimarcano consistenti differenze sul territorio e di genere: se la violenza nella vita di coppia e sulle donne accenna a ridursi nel decennio, quella sessuale permane su livelli stabili.Per sintetizzare la varietà di indicatori di benessere a cui si fa ricorso, si può fare riferimento a quello soggettivo sulle proprie condizioni di vita. Nel decennio le percezioni divengono gradualmente più positive, con il 47,6% che si dichiara soddisfatto. La quota scende al 31% per i giudizi positivi sulle prospettive future, mentre declina al 12% quella di opinione opposta. Il grado di soddisfazione è più alto tra i giovani fino a 19 anni, in contrasto con quello più basso che si rinviene tra le donne dai 65 anni in su. La particolare soddisfazione dei giovanissimi sulla propria vita e sulle prospettive stride chiaramente con la realtà osservata in questi giorni nella grande partecipazione dei giovani in testa alle violente manifestazioni nelle principali città. È lecito quindi chiedersi se a manifestare sia stata una minoranza fragorosa ed irrequieta, oppure se le statistiche ufficiali riescano a sondare il vero polso del Paese.L’indagine di Eurobarometer aggiunge nuovi tocchi al quadro delineato. Nelle risposte degli italiani prevalgono stati d’animo di incertezza (56%), speranza (48%) ed impotenza (39%), tutti valori superiori alle medie dell’Ue. Nel valutare le prospettive per sé e la famiglia tre quarti sono ottimisti, ma con lieve tendenza al ribasso. In merito alla qualità della vita, più di tre quarti (78%) si dice soddisfatto, con i giovani tra i più soddisfatti, ma gli insoddisfatti superano in percentuale quelli europei. In termini tendenziali, la stragrande maggioranza (74%) non scorge miglioramenti né nella qualità del vivere nell’ultimo anno, né nel tenore di vita atteso per il prossimo quinquennio. Le preferenze dichiarate per migliorarle sono più uniformemente distribuite che nelle medie europee tra le categorie della salute, situazione economica, sicurezza pubblica, lavoro, vita sociale e qualità ambientale. In questa ottica, tuttavia, si chiede al Parlamento Europeo di dare priorità al contrasto del carovita, seguito dal miglioramento della situazione economica, del lavoro e della sanità pubblica, prima della questione della difesa e sicurezza dell’Ue. Bastano questi pochi tratti per apprezzare il divario degli italiani dalle priorità degli altri europei.Le disparità nell’Unione sono ancora più evidenti nel confronto con le condizioni di vita degli altri paesi. Su 40 indicatori quelli sfavorevoli all’Italia (18) prevalgono su quelli in cui il Paese si colloca sopra la media europea (12). Nelle categorie del lavoro, istruzione e ricerca la performance italiana è inferiore a quella media dell’area, e soltanto in quelle della speranza di vita, degli omicidi e della salute il rapporto si rovescia. In termini di mediana dei redditi reali disponibili, l’incremento dal 2010 è tra più bassi, ma maggiore di quello in Francia e vicino a quelli di Spagna e Germania. In particolare, il rischio di povertà e l’incidenza della gente che si considera povera sono più alti della media europea, ma dovuti in buona parte alla componente straniera, sia essa proveniente dal resto dell’Ue, sia esterna all’area. Sopra la media si collocano pure la quota di poveri con un’occupazione e quella delle famiglie con un fabbisogno di assistenza professionale. In contrasto, la percentuale di persone che si ritengono in buona salute è tra le più alte in Europa. Inoltre, il grado di soddisfazione degli italiani sulla loro condizione di vita, benché non tra i più elevati, è prossimo alla media dell’area e a quelli di tedeschi, francesi e spagnoli, che invece conoscono un arretramento negli ultimi otto anni.Complessivamente, il livello generale di benessere degli italiani e i giudizi che danno sulle loro condizioni appaiono molto migliori di quanto lasciano arguire le ultime proteste. La manovra economica del Governo per il prossimo anno tenta di incrementare i redditi delle classi medie e dei giovani in un’impostazione tipica di fasi pre-elettorali. Manca, invece, la strategia per promuovere una duratura crescita dell’economia e del conseguente tenore di vita, e dare continuità agli impulsi del Pnrr. Alcune misure, come quella per le pensioni anticipate sono addirittura controproducenti, mentre il riequilibrio della finanza pubblica continua a essere rinviato negli anni. L’economia tende, quindi, a evolvere lungo una linea d’instabilità col rischio che nuovi shock costringano ad adottare misure di rigore.