L’Iran avrebbe costruito una vasta rete commerciale e finanziaria clandestina, composta da oltre 5mila entità e società di copertura, attraverso la quale sarebbe riuscito a importare equipaggiamenti militari, munizioni e componenti strategici nonostante le sanzioni occidentali e le restrizioni imposte dagli Stati Uniti. Dall’inizio del 2025, secondo un’indagine citata dal quotidiano Al Hayat, il valore delle importazioni riconducibili a questo sistema avrebbe raggiunto almeno 2 miliardi di dollari.La rete consentirebbe a Teheran di continuare ad approvvigionarsi di materiali necessari alla propria industria militare, utilizzando intermediari commerciali, società registrate all’estero e sistemi di pagamento alternativi ai normali trasferimenti bancari internazionali.Secondo la ricostruzione, le entità coinvolte sarebbero identificabili attraverso denominazioni che iniziano con la sigla «Vdja», ricondotta al Ministero della Difesa iraniano. Le loro attività sarebbero inoltre collegate al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, e ad alcuni conglomerati economici riconducibili alle Bonyad, fondazioni che occupano una posizione rilevante nell’economia della Repubblica Islamica e intrattengono rapporti con le istituzioni politiche e religiose del Paese.Il sistema descritto dall’indagine rappresenterebbe uno degli strumenti attraverso i quali l’apparato militare iraniano riesce a mantenere la disponibilità di materiali e componenti necessari alla produzione di missili e droni, nonostante le restrizioni commerciali e finanziarie introdotte negli anni contro Teheran.Un caso particolarmente significativo riguarderebbe un’entità identificata come «Wadja 346428». Tra dicembre 2024 e giugno 2026, nell’arco di diciotto mesi, questa struttura avrebbe importato quantità consistenti di materiali utilizzabili nell’industria degli armamenti.Tra le forniture figurerebbero componenti per la produzione di missili e droni, materiali destinati ai sistemi di propulsione, munizioni e autocarri pesanti potenzialmente impiegabili come piattaforme mobili per il lancio di missili.Secondo i documenti esaminati dagli autori dell’indagine, le merci sarebbero entrate in Iran attraverso collegamenti terrestri, marittimi e aerei, con provenienze indicate principalmente in Cina, Russia e Germania.La presenza di questi Paesi nella documentazione commerciale non dimostra tuttavia, di per sé, un coinvolgimento diretto dei rispettivi governi nelle operazioni. Per accertare eventuali responsabilità sarebbe necessario ricostruire la provenienza effettiva dei prodotti, l’identità degli esportatori, i passaggi intermedi e la conoscenza della destinazione finale delle merci.Una parte rilevante delle società individuate sarebbe stata costituita nel 2013, quando l’Iran attraversava una fase di forte pressione economica dovuta alle sanzioni internazionali, alla contrazione delle esportazioni petrolifere e alla svalutazione della moneta nazionale.La creazione di strutture commerciali formalmente separate dagli organismi militari avrebbe consentito, secondo l’indagine, di distribuire le operazioni tra numerosi soggetti, rendendo più complessa l’identificazione dei beneficiari effettivi e il controllo delle transazioni.Il meccanismo si baserebbe sull’utilizzo di prestanome e fiduciari incaricati di gestire risorse finanziarie all’estero. I proventi delle vendite di petrolio effettuate attraverso canali soggetti a restrizioni verrebbero utilizzati per acquistare equipaggiamenti e componenti destinati all’Iran.Uno degli aspetti più rilevanti della ricostruzione riguarda le modalità di pagamento. Secondo i dati citati da Al Hayat, il 97 per cento delle operazioni commerciali riconducibili alla rete sarebbe regolato senza trasferimenti diretti di denaro tra gli acquirenti iraniani e i fornitori.In pratica, intermediari residenti all’estero utilizzerebbero fondi già depositati presso istituti bancari stranieri per effettuare gli acquisti. Le merci verrebbero successivamente spedite verso l’Iran attraverso diversi canali logistici.Un sistema di questo tipo permetterebbe di ridurre la visibilità dei collegamenti finanziari con i soggetti iraniani sottoposti a restrizioni, separando formalmente il pagamento dalla destinazione finale dei prodotti.Tra i materiali indicati nei documenti figurerebbero capsule esplosive per un valore di circa 1,9 milioni di dollari, tonnellate di munizioni, componenti per motori aeronautici, sostanze e materiali impiegabili nella produzione di propellenti per missili e veicoli pesanti.Secondo gli esperti di armamenti e sanzioni internazionali richiamati dall’indagine, parte di queste forniture potrebbe essere utilizzata nella produzione e nell’impiego di missili balistici e velivoli senza pilota, compresi i droni della famiglia Shahed.La possibile destinazione militare di determinati componenti deve comunque essere distinta dall’accertamento del loro impiego effettivo. Alcuni prodotti possono avere applicazioni civili e militari, mentre per altri la natura e le caratteristiche tecniche possono indicare utilizzi più specifici.La ricostruzione suggerisce che l’apparato industriale iraniano possa contare su una rete di approvvigionamento internazionale più estesa rispetto a quella direttamente riconducibile alle imprese militari ufficialmente conosciute.Questo aspetto contribuirebbe a spiegare come Teheran riesca a mantenere una capacità di produzione e rifornimento di armamenti anche in presenza di restrizioni sulle esportazioni di tecnologie e materiali sensibili.L’indagine cita inoltre Miad Maliki, indicato come ex segretario al Tesoro, che avrebbe descritto la rete come una componente essenziale del sistema di sostegno all’apparato militare iraniano e come una struttura commerciale parallela rispetto ai circuiti economici internazionali ordinari.Un ulteriore elemento riguarda l’efficacia delle sanzioni. Secondo lo studio, non emergerebbero prove che gran parte delle oltre 5mila entità individuate sia stata inserita nelle liste delle organizzazioni e delle società soggette a restrizioni occidentali.Se confermata, questa circostanza evidenzierebbe una possibile difficoltà dei sistemi di controllo nell’identificare strutture commerciali che operano attraverso denominazioni differenti, intermediari e società registrate in più giurisdizioni.La questione non riguarda soltanto la capacità di individuare le imprese coinvolte, ma anche quella di ricostruire le relazioni tra finanziatori, esportatori, trasportatori e destinatari finali.Le sanzioni economiche e finanziarie possono limitare l’accesso diretto ai mercati internazionali, ma la loro efficacia dipende anche dalla possibilità di impedire che le operazioni vengano trasferite a soggetti formalmente estranei alle organizzazioni colpite.La rete descritta dall’indagine, qualora ne venissero confermate dimensioni e modalità operative, mostrerebbe come il ricorso a società di copertura e circuiti finanziari indiretti possa consentire la prosecuzione degli approvvigionamenti anche in condizioni di forte pressione internazionale.Restano tuttavia da verificare in modo indipendente il numero complessivo delle entità coinvolte, il valore delle importazioni attribuite alla rete, la natura delle singole forniture e i collegamenti effettivi con il Ministero della Difesa e le Guardie della Rivoluzione Islamica.Il quadro delineato solleva comunque un interrogativo sulla capacità delle restrizioni economiche di incidere sull’industria militare iraniana. Colpire le imprese e le istituzioni ufficialmente identificate può non essere sufficiente quando gli approvvigionamenti vengono organizzati attraverso una molteplicità di intermediari commerciali e finanziari.La questione centrale diventa quindi la tracciabilità delle operazioni. Se le forniture militari possono essere acquistate attraverso società estere, pagate con fondi già disponibili fuori dal Paese e trasferite mediante rotte commerciali differenti, il controllo delle esportazioni richiede una cooperazione internazionale capace di seguire l’intera catena degli scambi.L’indagine attribuisce all’Iran un sistema di approvvigionamento che avrebbe continuato a operare nonostante anni di sanzioni. La sua effettiva portata dovrà essere valutata sulla base della documentazione disponibile e di ulteriori riscontri indipendenti, distinguendo le operazioni accertate dalle attività soltanto ipotizzate.Per Teheran, la disponibilità di componenti e materiali provenienti dall’estero rimane un elemento importante per sostenere la propria industria della difesa. Per i Paesi che applicano le sanzioni, la difficoltà consiste nell’individuare non soltanto le organizzazioni militari conosciute, ma anche le strutture commerciali che potrebbero operare per loro conto.È su questo terreno, oltre che su quello delle restrizioni finanziarie e dei controlli alle frontiere, che si misura la capacità delle sanzioni di limitare concretamente gli approvvigionamenti militari della Repubblica Islamica.