La fine della missione delle Nazioni Unite nel Sahara Occidentale apre una nuova fase di incertezza in uno dei conflitti territoriali più longevi dell’Africa. La conseguenza più immediata del ritiro della MINURSO potrebbe non essere una ripresa generalizzata delle ostilità, ma la perdita di una presenza internazionale che, pur con limiti operativi e politici, contribuiva a osservare gli incidenti, mantenere contatti con le parti e ridurre il rischio di escalation.In un territorio conteso, la possibilità di verificare quanto accade sul terreno costituisce un elemento essenziale della gestione del conflitto. Quando diminuiscono gli strumenti indipendenti di osservazione, aumenta il peso delle dichiarazioni delle parti e diventa più difficile distinguere gli episodi accertati dalle ricostruzioni unilaterali.Il 30 ottobre 2026 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non ha approvato né il progetto di risoluzione presentato dagli Stati Uniti, bloccato dal veto russo, né la proposta di proroga avanzata da Mosca, che ha ottenuto soltanto tre voti favorevoli. Il mandato della Missione delle Nazioni Unite per il referendum nel Sahara Occidentale è quindi scaduto il 31 ottobre e dal 1° novembre è iniziata la fase di liquidazione.Il mancato rinnovo rappresenta un passaggio significativo, ma non modifica automaticamente lo status giuridico del territorio. Nessuna delle due bozze respinte è diventata una decisione del Consiglio di Sicurezza e l’assenza di una proroga non costituisce un riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale.La MINURSO era stata istituita nel 1991 nell’ambito del processo che avrebbe dovuto condurre a un referendum sull’autodeterminazione. La consultazione non si è mai svolta, a causa delle controversie tra le parti sulle condizioni del voto e sul corpo elettorale.Nel corso dei decenni, la missione ha progressivamente assunto un ruolo di osservazione e collegamento, senza disporre degli strumenti necessari per imporre una soluzione politica. Dopo la ripresa delle ostilità nel 2020, le attività di monitoraggio hanno incontrato difficoltà crescenti, comprese restrizioni operative e limitazioni negli spostamenti.Nonostante questi ostacoli, al momento della chiusura la missione manteneva nove postazioni operative, quattro a ovest della barriera sabbiosa costruita dal Marocco e cinque a est, oltre a un ufficio di collegamento a Tindouf, in Algeria. Il personale complessivo era di circa duecento unità.La presenza degli osservatori garantiva soprattutto continuità nella raccolta e nella trasmissione delle informazioni. Esistevano interlocutori identificabili, procedure di comunicazione e una struttura internazionale incaricata di seguire gli sviluppi militari.Il ritiro non significa che ogni incidente diventerà impossibile da documentare. Le immagini satellitari, le attività giornalistiche e il lavoro delle organizzazioni indipendenti continueranno a rappresentare possibili fonti di informazione. Verrà però meno un canale permanente delle Nazioni Unite dotato di una presenza operativa sul territorio e di rapporti diretti con le parti.La differenza potrebbe diventare particolarmente importante in occasione di nuovi scontri o di accuse reciproche. Per verificare un episodio militare occorrono informazioni attendibili sul luogo, sulla data, sulle armi impiegate, sulle eventuali vittime e sulle responsabilità.In assenza di una struttura internazionale di osservazione, il rischio è che le ricostruzioni contrapposte acquistino maggiore peso politico, rendendo più difficile stabilire una versione documentata degli avvenimenti.La conclusione della MINURSO ha inoltre prodotto interpretazioni divergenti sul piano diplomatico.Il 30 ottobre il Gabinetto reale marocchino ha presentato il mancato rinnovo della missione come un passaggio che dovrebbe favorire la chiusura del dossier del Sahara Occidentale nelle sedi delle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza.Il giorno successivo all’avvio della liquidazione, il 1° novembre, il segretario generale dell’ONU António Guterres ha invece riaffermato che la conclusione della missione non cancella il diritto all’autodeterminazione e ha confermato la prosecuzione degli sforzi diplomatici attraverso il proprio inviato personale, Staffan de Mistura.Le due posizioni riflettono letture politiche differenti. Rabat considera l’evoluzione del quadro internazionale un’opportunità per consolidare il sostegno alla propria proposta di autonomia, mentre le Nazioni Unite mantengono aperta la questione della soluzione politica e del diritto all’autodeterminazione.Il Sahara Occidentale figura nell’elenco dei territori non autonomi delle Nazioni Unite dal 1963. La sua condizione giuridica non può essere considerata risolta esclusivamente sulla base dell’evoluzione degli orientamenti diplomatici.Anche la risoluzione 2797 del 2025, che aveva attribuito al piano marocchino di autonomia un ruolo centrale come base del negoziato, richiamava la necessità di una soluzione concordata coerente con il principio di autodeterminazione.Il crescente sostegno internazionale alla proposta di Rabat costituisce quindi un elemento politico significativo, ma non equivale automaticamente a una decisione definitiva sulla sovranità del territorio.Per il Marocco, la fase successiva rappresenta un’occasione per rafforzare il controllo politico e amministrativo sulle aree già gestite e ampliare il riconoscimento internazionale della propria proposta.Per il Fronte Polisario, che rivendica l’indipendenza del Sahara Occidentale, la priorità è evitare che il progressivo consolidamento della presenza marocchina renda sempre più difficile una soluzione diversa dall’autonomia sotto sovranità di Rabat.L’Algeria, che ospita i campi dei rifugiati saharawi nell’area di Tindouf e sostiene politicamente il Polisario, considera il dossier anche una componente fondamentale del confronto strategico con il Marocco.Questi interessi non rendono inevitabile una nuova guerra su vasta scala, ma possono contribuire a irrigidire le posizioni negoziali e ad aumentare la competizione diplomatica.Una delle conseguenze meno visibili della fine della missione riguarda le attività di sminamento.Il Sahara Occidentale è attraversato da una lunga barriera difensiva sabbiosa, che secondo i dati del servizio delle Nazioni Unite per l’azione contro le mine, UNMAS, si estende per circa 1.465 chilometri. Le aree circostanti sono contaminate da mine terrestri e ordigni inesplosi, residui di decenni di conflitto.La presenza di questi materiali rappresenta un pericolo per la popolazione, limita gli spostamenti e ostacola l’utilizzo di alcune aree del territorio.Secondo i dati UNMAS aggiornati a gennaio 2026, dall’avvio del programma nel 2008 erano stati restituiti a condizioni d’uso più sicure circa 150 milioni di metri quadrati di terreno precedentemente considerato pericoloso.Le attività di sminamento erano inserite nel quadro operativo della MINURSO e finanziate prevalentemente attraverso il bilancio delle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, per un importo di circa tre milioni di dollari annui.La conclusione del mandato della missione solleva quindi interrogativi sulla continuità di questi interventi. Non è dimostrato che tutte le operazioni debbano interrompersi immediatamente, ma occorrerà stabilire chi garantirà il finanziamento, le autorizzazioni e la sicurezza del personale impegnato nelle attività.La questione assume particolare importanza nelle aree a est della barriera, dove la presenza di mine e ordigni inesplosi continua a limitare l’accessibilità del territorio.A differenza delle controversie diplomatiche, il problema dello sminamento produce conseguenze dirette sulla vita quotidiana delle persone. L’eventuale riduzione delle attività potrebbe prolungare l’esposizione ai rischi e rallentare il recupero delle aree contaminate.Il futuro del Sahara Occidentale dipenderà anche dagli interessi economici legati al territorio.Le risorse di fosfati, la pesca, i collegamenti logistici e gli investimenti infrastrutturali costituiscono elementi rilevanti della disputa. Il loro sfruttamento è collegato non soltanto al controllo amministrativo, ma anche alle questioni giuridiche relative al consenso della popolazione saharawi.Il 4 ottobre 2024 la Corte di giustizia dell’Unione Europea, pronunciandosi sugli accordi commerciali e di pesca tra l’Unione Europea e il Marocco applicati al Sahara Occidentale, ha ribadito l’importanza del consenso del popolo saharawi.Le pronunce della Corte non hanno definito la sovranità sul territorio, ma hanno chiarito che la sua condizione giuridica non può essere ignorata nell’applicazione degli accordi economici internazionali.Questo elemento potrebbe assumere un’importanza crescente qualora il Marocco ottenesse ulteriori sostegni diplomatici alla propria proposta di autonomia.Il riconoscimento politico di un determinato percorso negoziale e la disciplina giuridica dello sfruttamento delle risorse non coincidono necessariamente. Anche in presenza di nuovi orientamenti diplomatici, potrebbero quindi rimanere aperte controversie riguardanti gli accordi commerciali, gli investimenti e i diritti della popolazione del territorio.La fine della MINURSO modifica il contesto nel quale queste questioni verranno affrontate, ma non le elimina.Nel breve periodo, una possibile evoluzione è il consolidamento della presenza marocchina, accompagnato da nuove iniziative diplomatiche per ottenere sostegno internazionale alla proposta di autonomia.Un’altra possibilità riguarda l’aumento di incidenti militari circoscritti o di azioni armate difficili da attribuire, attraverso le quali le parti potrebbero cercare di mantenere il conflitto al centro dell’attenzione internazionale.Non si può inoltre escludere che il Consiglio di Sicurezza torni a esaminare forme alternative di osservazione, con l’obiettivo di recuperare almeno una parte delle capacità di monitoraggio venute meno con la chiusura della missione.La revisione strategica delle Nazioni Unite trasmessa il 13 ottobre aveva già preso in considerazione diverse opzioni, tra cui una presenza ridotta di osservatori, unità mobili e strumenti di sorveglianza satellitare.Queste soluzioni potrebbero contribuire alla raccolta delle informazioni, ma non sostituirebbero automaticamente le funzioni di una missione internazionale dotata di un mandato politico e di condizioni di accesso concordate con le parti.L’efficacia di qualsiasi nuovo dispositivo dipenderebbe infatti dalla disponibilità del Marocco e del Fronte Polisario a consentire le attività di verifica e dalla capacità del Consiglio di Sicurezza di definire un quadro operativo condiviso.La fase successiva dovrà essere valutata attraverso elementi concreti.Le modalità del ritiro dalle nove postazioni della MINURSO, la continuità delle operazioni di sminamento, l’accesso alle aree interessate da eventuali incidenti e la possibilità di raccogliere informazioni indipendenti saranno indicatori fondamentali.Altrettanto importante sarà verificare se il Consiglio di Sicurezza riuscirà a concordare nuove iniziative e se Staffan de Mistura potrà mantenere un dialogo effettivo con le parti.Finché questi aspetti rimarranno incerti, sarebbe prematuro considerare il conflitto risolto, così come annunciare una ripresa inevitabile delle ostilità su vasta scala.La MINURSO non è riuscita a realizzare il referendum previsto nel 1991 e non ha prodotto una soluzione definitiva alla controversia. Ha però mantenuto per oltre tre decenni una presenza internazionale che, nonostante le limitazioni, contribuiva a osservare gli sviluppi sul terreno.La sua uscita apre una questione che il confronto diplomatico non ha ancora risolto: chi potrà verificare gli avvenimenti sui quali si baseranno le future decisioni politiche e di sicurezza?Nel Sahara Occidentale la competizione non riguarda soltanto il controllo del territorio, delle risorse e delle istituzioni. Riguarda anche la possibilità di documentare gli eventi e di stabilire responsabilità riconoscibili a livello internazionale.La fine della missione non cancella il conflitto né modifica automaticamente i diritti e le rivendicazioni delle parti. Rischia però di rendere più difficile accertare pubblicamente ciò che accade sul terreno, proprio mentre il futuro politico del territorio entra in una nuova fase di confronto diplomatico.