Cisgiordania, l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni mettono a rischio la sicurezza di Israele

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L’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, le aggressioni dei coloni estremisti e il progressivo restringimento degli spazi palestinesi stanno trasformando il controllo del territorio in uno dei principali fattori di instabilità del conflitto israelo-palestinese. Una situazione che solleva interrogativi non soltanto sul futuro dello Stato palestinese, ma anche sulla sicurezza di Israele, come denunciano da anni ex comandanti militari ed esponenti degli apparati di intelligence israeliani. La superiorità militare, sostengono, può contenere una minaccia nell’immediato, ma non sostituire una soluzione politica.Per comprendere questa dinamica occorre tornare al 2014, un anno segnato da episodi di violenza che contribuirono a radicalizzare ulteriormente il confronto.Il 12 giugno furono rapiti tre giovani israeliani, Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, i cui corpi vennero ritrovati il 30 giugno. Il delitto, attribuito a militanti di Hamas, provocò indignazione in Israele e manifestazioni durante le quali comparvero anche invocazioni di vendetta contro la popolazione araba.Il 2 luglio, a Gerusalemme Est, il sedicenne palestinese Mohammed Abu Khdeir venne sequestrato e assassinato da tre estremisti ebrei, che lo bruciarono vivo. L’omicidio fu compiuto come rappresaglia, colpendo una vittima scelta per la sua identità palestinese.La giustizia israeliana condannò all’ergastolo l’adulto e uno dei due minorenni coinvolti, mentre l’altro ricevette una pena di ventuno anni di reclusione.Il procedimento dimostrò che le istituzioni israeliane erano in grado di perseguire penalmente anche gli autori ebrei di un crimine estremista. La questione che emerge oggi riguarda la capacità di garantire la stessa applicazione della legge di fronte alle aggressioni compiute da coloni radicalizzati nei territori occupati.L’assassinio di Abu Khdeir si collocava in un contesto nel quale aveva già acquisito visibilità la pratica conosciuta come price tag, espressione traducibile come «prezzo da pagare».Si tratta di aggressioni, incendi e danneggiamenti presentati dagli autori come rappresaglie per attentati palestinesi oppure per provvedimenti delle autorità israeliane contro gli insediamenti non autorizzati.Le vittime possono essere completamente estranee agli episodi utilizzati come giustificazione. L’obiettivo è colpire una comunità, intimidirla e dimostrare la capacità di imporre conseguenze attraverso la violenza.Queste pratiche si intrecciano con alcuni ambienti della cosiddetta «gioventù delle colline», composti da giovani coloni radicalizzati coinvolti anche nella creazione di avamposti in Cisgiordania.I due fenomeni non coincidono completamente, ma condividono in alcuni casi una logica territoriale: consolidare la presenza israeliana e rendere progressivamente più difficile quella palestinese.La violenza assume così una funzione che supera l’aggressione individuale. Distruggere un raccolto, impedire l’accesso a un pascolo o minacciare una famiglia può contribuire a rendere insostenibile la permanenza in un determinato luogo.Quando manca una protezione efficace da parte delle autorità, l’intimidazione può produrre conseguenze territoriali durature senza bisogno di un provvedimento formale di espropriazione.Il 2014 fu anche l’anno dell’operazione israeliana «Margine protettivo» nella Striscia di Gaza, avviata nel contesto dell’intensificazione dei lanci di razzi palestinesi contro Israele.La campagna militare comportò bombardamenti e combattimenti terrestri di grande intensità.Secondo le Nazioni Unite, durante il conflitto furono uccisi 2.251 palestinesi, fra i quali 1.462 civili, compresi 551 bambini. Nello stesso periodo, i gruppi armati palestinesi lanciarono migliaia di razzi e colpi di mortaio contro Israele, esponendo anche la popolazione civile israeliana ad attacchi indiscriminati.Dopo le precedenti operazioni del 2008-2009 e del 2012, la nuova guerra mostrò ancora una volta i limiti di una strategia fondata prevalentemente sull’impiego della forza.La capacità di infliggere perdite all’avversario o di ridurne temporaneamente le capacità militari non coincide necessariamente con la possibilità di ottenere una sicurezza duratura.Quando le condizioni politiche che alimentano il conflitto rimangono irrisolte, il rischio è che le operazioni militari si susseguano, interrompendo ripetutamente la ricostruzione e aggravando le condizioni della popolazione civile.Proprio nel 2014 nacque l’organizzazione israeliana Commanders for Israel’s Security, promossa da ex alti ufficiali delle forze armate e da personalità provenienti dagli apparati di sicurezza.L’associazione sviluppò una posizione critica verso il proseguimento indefinito dell’occupazione, sostenendo che l’assenza di una prospettiva politica espone Israele a rischi permanenti.La proposta consisteva nel rilanciare un’iniziativa diplomatica regionale e nel perseguire una soluzione fondata su due Stati.Fra i riferimenti figurava l’Iniziativa di pace araba del 2002, che collegava la normalizzazione dei rapporti fra Israele e il mondo arabo al ritiro dai territori occupati, alla nascita di uno Stato palestinese e a una soluzione concordata della questione dei rifugiati.Il significato strategico di questa impostazione era trasformare il riconoscimento regionale di Israele in un incentivo alla soluzione del conflitto.L’organizzazione presentò pubblicamente questa prospettiva già nel dicembre 2014, sostenendo che la sicurezza israeliana richiedesse anche scelte diplomatiche e non soltanto capacità militari.Nel frattempo, la situazione territoriale della Cisgiordania ha continuato a modificarsi attraverso l’espansione degli insediamenti.Un rapporto delle organizzazioni israeliane Pace Adesso e Kerem Navot relativo al periodo 2023-2025 registra la creazione di 185 nuovi avamposti, circa 130 dei quali agricoli o legati agli insediamenti sulle colline.Secondo Kerem Navot, gli avamposti agricoli esercitano un controllo effettivo su oltre un milione di dunam, equivalenti a circa mille chilometri quadrati.Il dato evidenzia una caratteristica importante del processo di espansione: un numero limitato di costruzioni può condizionare l’accesso a territori molto più estesi.Il controllo dei pascoli, delle sorgenti e delle vie di collegamento può ridurre drasticamente le possibilità di sostentamento delle comunità palestinesi, soprattutto nelle aree rurali.Le Nazioni Unite hanno documentato situazioni nelle quali la creazione di nuovi avamposti è stata seguita da restrizioni alla circolazione, aggressioni, danneggiamenti di beni e infrastrutture e progressivo allontanamento delle famiglie palestinesi.Sono stati inoltre denunciati episodi nei quali appartenenti alle forze israeliane avrebbero sostenuto o partecipato alle violenze.Queste segnalazioni pongono il problema della responsabilità delle autorità militari e dell’effettiva applicazione della legge.Particolare attenzione riguarda le unità territoriali della riserva e i rapporti fra personale militare e comunità degli insediamenti.Quando soldati legati al territorio vengono accusati di proteggere gli aggressori, diventa necessario accertare le responsabilità individuali e verificare il funzionamento della catena di comando.La questione riguarda un principio fondamentale: l’uso legittimo della forza deve rimanere sottoposto all’autorità pubblica e alle norme, senza essere condizionato dagli obiettivi di gruppi estremisti.La trasformazione del territorio produce inoltre conseguenze economiche profonde.Un pastore che perde l’accesso ai pascoli vede compromessa la propria attività. Un agricoltore impossibilitato a raggiungere i campi perde reddito e capacità produttiva. Un’impresa che non dispone di collegamenti sicuri incontra maggiori difficoltà nell’approvvigionamento e nella distribuzione delle merci.Le restrizioni alla mobilità e all’accesso alle risorse possono quindi generare una dipendenza crescente dagli aiuti, senza consentire la ricostruzione di un’economia autonoma.L’assistenza umanitaria può attenuare alcune conseguenze immediate, ma non sostituisce la possibilità di lavorare, commerciare e utilizzare le risorse necessarie alla produzione.Anche per Israele l’espansione degli insediamenti comporta costi.Ogni nuova presenza territoriale richiede infrastrutture, collegamenti, servizi e misure di protezione. L’aumento delle aree da presidiare può impegnare ulteriori risorse militari e di sicurezza.La questione non riguarda dunque soltanto la distribuzione della terra, ma anche la sostenibilità di una strategia che richiede un controllo sempre più articolato del territorio.Nel luglio 2026, secondo quanto riportato, i comandanti israeliani per la sicurezza sono tornati a rivolgersi al presidente statunitense Donald Trump, denunciando la protezione politica concessa agli estremisti e avvertendo che l’escalation in Cisgiordania potrebbe compromettere la sicurezza di Israele, gli interessi americani e la stabilità regionale.Si tratta della valutazione espressa da un’organizzazione di ex responsabili della sicurezza, non di una previsione inevitabile. La sua rilevanza consiste nel mostrare che la contestazione dell’attuale gestione del conflitto proviene anche da ambienti con una lunga esperienza militare e di intelligence.Il problema centrale rimane il progressivo indebolimento delle condizioni territoriali necessarie alla nascita di uno Stato palestinese.L’espansione degli insediamenti e la frammentazione delle aree palestinesi rendono sempre più complessa la costruzione di un territorio politicamente ed economicamente coerente.La Linea verde, che separa Israele dai territori occupati nel 1967, perde progressivamente significato come riferimento territoriale nelle aree interessate dall’espansione degli insediamenti, mentre la diplomazia internazionale continua a richiamare la prospettiva dei due Stati.Più aumenta la frammentazione, più difficile diventa tradurre questa formula in un progetto concretamente realizzabile.Allo stesso tempo, la mancata repressione delle violenze estremiste rischia di compromettere la credibilità delle istituzioni israeliane e il principio dell’uguaglianza davanti alla legge.La sicurezza richiede la protezione della popolazione israeliana dagli attentati, il contrasto alle organizzazioni armate e la capacità delle forze militari di operare nel rispetto delle proprie responsabilità.Ma richiede anche la tutela dei civili palestinesi, l’applicazione della legge contro le aggressioni dei coloni e una prospettiva politica capace di affrontare le cause strutturali del conflitto.La contraddizione strategica è che un’espansione territoriale presentata come strumento di sicurezza può produrre nuove aree da controllare, nuove tensioni e ulteriori occasioni di scontro.L’esperienza richiamata dagli ex comandanti israeliani pone quindi una questione fondamentale: la superiorità militare può garantire risultati operativi, ma non elimina la necessità di un accordo politico.Senza una prospettiva credibile per il futuro della Cisgiordania, ogni nuova conquista territoriale rischia di trasformarsi in un ulteriore impegno permanente per la sicurezza israeliana, mentre per la popolazione palestinese si restringono gli spazi di autonomia e sviluppo.Il risultato è un processo nel quale l’occupazione, anziché risolvere il problema della sicurezza, rischia di alimentare le condizioni che rendono il conflitto sempre più difficile da superare.