Potere del veganismo: dal piatto al Dna, le nostre scelte hanno un peso. Un gruppo di ricerca dell’Università della California a San Diego e dell’Università di Friburgo ha scoperto che basta appena un mese di dieta vegana per modificare l’epigenetica, ovvero gli “interruttori chimici” che regolano l’attività dei geni, senza cambiare la sequenza del Dna. Un impatto associato dai ricercatori a una riduzione dell’infiammazione e al rallentamento di alcuni indicatori di invecchiamento biologico. Una scoperta interessante per i fan del veganismo e della longevità in salute. Ma che cosa dice davvero la ricerca randomizzata sulla dieta vegana pubblicata su ‘MedComm’? LaSalute di LaPresse lo ha chiesto al genetista Giuseppe Novelli dell’Università di Roma Tor Vergata, autore insieme a Enrico Orzes di ‘Leggere i geni – Viaggio nelle meraviglie del Dna’ (Egea, 2026). E questo all’indomani della Giornata del veganesimo.I nostri geni non sono il nostro destino: il veganismo e il potere delle scelteIniziamo col dire che la ricerca, randomizzata, ha coinvolto 48 adulti sani. “Il punto più affascinante lo riassume bene Jerome Mertens, co-autore dello studio: ‘I nostri geni non sono il nostro destino’. La biologia, insomma, è molto più dinamica di quanto siamo abituati a pensare e risponde alle scelte di ogni giorno”, sottolinea Novelli. In sole quattro settimane, il team ha osservato cambiamenti misurabili in oltre 800.000 siti di metilazione del Dna, “concentrati in particolare su geni legati alla risposta immunitaria, al metabolismo e ad alcuni percorsi cellulari”, segnala il genetista.Due risultati meritano di essere raccontati. “Il primo riguarda l’infiammazione: le analisi epigenetiche suggerivano una riduzione dei neutrofili (cellule immunitarie che alimentano l’infiammazione) e un aumento dei linfociti T CD4, e queste previsioni coincidevano con le misure del sangue raccolte durante lo studio. Il secondo riguarda l’invecchiamento biologico: due “orologi epigenetici” – strumenti matematici che stimano l’età biologica a partire dal Dna – indicavano un rallentamento, mentre un terzo orologio, pensato per misurare l’età cronologica, mostrava un pattern diverso. Un dettaglio tecnico, ma importante: non tutte le misure di invecchiamento raccontano la stessa biologia”, spiega Giuseppe Novelli.I limiti della ricerca Attenzione: “Questo studio è piccolo (48 persone sane) e breve (un mese). I cambiamenti osservati sono modesti e sparsi nel genoma, e gli stessi ricercatori avvertono che serviranno studi più ampi e più lunghi per capire se queste modifiche si traducono in una reale riduzione del rischio di malattia”, precisa Novelli. La ricerca, inoltre, non dimostra che la dieta vegana previene il cancro o inverte l’invecchiamento: mostra solo che il cibo può influenzare rapidamente processi molecolari legati a infiammazione e invecchiamento”.Veganismo e dieta ‘carnivora’“Un altro aspetto da non trascurare riguarda il confronto: non tra regime vegano e regime onnivoro equilibrato, ma tra una dieta vegana e una ricca di carne, con lo stesso apporto calorico. Questo significa che gli effetti dipendono dalla composizione della dieta, non dal dimagrimento. Non è quindi una gara tra ‘vegano’ e onnivoro, ma un’indagine su come diversi tipi di alimentazione modulano la biologia”.Anche quello che non sappiamo ancora è interessante. “Questi cambiamenti persistono nel tempo? E contano davvero per la salute a lungo termine? Serviranno studi più grandi per rispondere. Nel frattempo, una cosa la ricerca la suggerisce già: il nostro corpo non è una macchina statica. Ciò che mettiamo nel piatto può lasciare un’impronta, anche sul nostro Dna”, conclude Giuseppe Novelli.Il veganismo in ottica One HealthDai geni al pianeta, il veganismo rappresenta davvero una scelta One Health? “Probabilmente sì, ma con alcuni punti da sottolineare”, risponde a LaPresse l’epidemiologo Massimo Ciccozzi. “Una dieta vegetale pianificata, ricca di legumi, cereali integrali, frutta e verdura, può ridurre il rischio di malattie cardiovascolari e il diabete di tipo 2, ma i benefici dipendono dalla qualità complessiva in toto dell’alimentazione. Le diete a prevalenza vegetale a livello ambientale comportano minori emissioni di gas serra, minore utilizzo e sfruttamento del suolo e una riduzione degli allevamenti intensivi“, riflette l’esperto del Campus Bio-Medico.“Ma io direi che essere vegani non è automaticamente sinonimo di salute o sostenibilità, perché una dieta solo vegetale, quindi squilibrata, può comportare carenze nutrizionali, come la mancanza vitamina B12, ferro, calcio, iodio, vitamina D, Omega-3 e, in alcuni casi, proteine. Anche gli alimenti vegetali hanno un impatto One Health, penso a coltivazioni intensive, consumo idrico, fertilizzanti, pesticidi, che possono compromettere la sostenibilità delle produzioni. Ragionare in termini One Health non significa eliminare ogni alimento di origine animale, ma promuovere sistemi alimentari capaci di proteggere contemporaneamente persone, animali e ambiente”, aggiunge.“Direi che il futuro dell’alimentazione non sarà necessariamente vegano, o magari basato sugli insetti. Ma dovrà essere sostenibile. Il veganesimo, insomma, è una scelta coerente con One Health, ma non ne costituisce l’unica applicazione. Anche la dieta mediterranea è ottima per la salute”, conclude Ciccozzi, confidando la sua passione per la carbonara “ogni tanto”.Ingredienti per una dieta vegana Photo by: Fabian Sommer/picture-alliance/dpa/AP ImagesQuesto articolo Veganismo, basta un mese di dieta per un impatto sul Dna? Cosa dice la ricerca proviene da LaPresse