La lunga attesa è finita: Kimi Antonelli è il più giovane campione del Mondo nella storia della Formula 1, nonché il primo italiano a conquistare il titolo dopo Alberto Ascari nel 1953. Per un Paese che vanta una tifoseria così appassionata per le corse, un’attesa di 73 anni per vedere un campione italiano appare quantomeno sorprendente. Nel corso di decenni trascorsi senza un pilota in lizza per il titolo, le schiere di appassionati ‘tifosi’ italiani hanno scelto di vestire il rosso per sostenere la Ferrari come scuderia, piuttosto che supportare i singoli piloti. Oggi, il ventenne Antonelli – che, secondo alcune indiscrezioni, fu scartato dalla Ferrari da bambino prima di approdare in Mercedes – sta cambiando la storia dell’automobilismo italiano. Mentre Antonelli può finalmente celebrare il suo titolo a Città del Messico, diverse le ragioni per cui è passato così tanto tempo dall’ultimo successo di un pilota italiano. Quando, nel 1950, prese il via il Campionato Mondiale Piloti, l’Italia rappresentava il fulcro del mondo delle corse. A soli cinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il neonato marchio Ferrari era una delle diverse scuderie italiane – tutte rigorosamente in rosso – a contendersi le vittorie. L’italiano Nino Farina conquistò il primo titolo al volante di un’Alfa Romeo, mentre Ascari ne aggiunse altri due con la Ferrari, nel 1952 e nel 1953. Quel decennio fu dominato da Juan Manuel Fangio – la prima vera superstar della F1, argentino di origini italiane – capace di vincere cinque campionati dopo aver superato i 40 anni: un’impresa mai più eguagliata. Problemi finanziari costrinsero però Alfa Romeo, Lancia e Maserati ad abbandonare la F1; dal 1960, la Ferrari rimase l’unico costruttore italiano, riducendo drasticamente le opportunità per i piloti del Bel Paese. Piccoli team britannici – definiti sprezzantemente “garagisti” dal fondatore Enzo Ferrari, poiché operavano da semplici garage o cortili – rivoluzionarono la F1 introducendo vetture leggere e agili, con il motore collocato alle spalle del pilota. Verso la fine degli anni ’60, queste scuderie erano ormai diventate dominanti. Sebbene in seguito siano sorti altri team con base in Italia – tra cui l’attuale Racing Bulls (ex Minardi) – la Ferrari è rimasta l’unica vera scuderia italiana in grado di competere per il titolo. Fino alla fine degli anni ’70, era raro che trascorresse una stagione senza che almeno un pilota di Formula 1 perdesse la vita in seguito a un incidente durante una gara o una sessione di test. La morte di alcuni fuoriclasse italiani dell’automobilismo – tra cui Ascari, deceduto nel 1955 mentre collaudava una vettura sportiva Ferrari – scatenò una forte reazione in Italia. L’Osservatore Romano, autorevole quotidiano della Santa Sede, espresse una durissima condanna nei confronti dell’automobilismo sportivo in seguito alla morte, nel 1958, dell’italiano Luigi Musso, pilota sempre della Ferrari. Il giornale dei vescovi paragonò le corse automobilistiche all’antica divinità romana Saturno, che “continua a divorare i propri figli”, indicando in Musso una delle vittime di una ricerca del profitto che non tiene conto del costo in termini di vite umane. “Si tratta di una questione morale, se si considera che, al di là di ogni pretesto legato alla scienza e al progresso, dietro imprese così spaventose si cela un interesse industriale ed economico immediato e concreto; un interesse che trasforma il cronometro in uno strumento pubblicitario, pur restando indissolubilmente legato alle statistiche delle vittime”, scriveva il quotidiano.Nel 1967, il tragico incidente in cui Lorenzo Bandini – all’epoca stella italiana della Ferrari – rimase vittima di un incendio che gli procurò ustioni fatali, segnò un punto di svolta. “Dopo la morte di Bandini, Enzo Ferrari giurò che non avrebbe mai più ingaggiato un pilota italiano”, ha raccontato il pilota americano Mario Andretti durante un convegno tenutosi in Italia l’anno scorso. Nei 59 anni successivi, un solo italiano ha disputato un’intera stagione di Formula 1 al volante di una Ferrari: Michele Alboreto, che ha gareggiato per la scuderia per cinque anni a metà degli anni ’80, chiudendo al secondo posto nella classifica del 1985. Poco tempo dopo, nel 1988, Enzo Ferrari si è spento all’età di 90 anni. Nel frattempo, la scuderia ha lasciato sfuggire altri piloti in grado di competere per il titolo, come Riccardo Patrese, vincitore di sei Gran Premi. Ciò ha reso più difficile per gli italiani il salto in Formula 1, costringendoli a scegliere tra restare in Italia in una scuderia poco competitiva o correre il rischio di trasferirsi in Gran Bretagna in giovane età.L’ultimo pilota italiano a gareggiare per la Ferrari in Formula 1 è stato Giancarlo Fisichella nel 2009, subentrato all’infortunato Felipe Massa; tuttavia, il pilota romano ha trascorso quasi l’intera carriera in scuderie con base in Inghilterra come la Benetton. Nato da una famiglia italiana in quella che oggi è la Croazia, Andretti ha vinto il titolo mondiale con la Lotus nel 1978, dopo aver corso in precedenza per la Ferrari. Secondo quanto raccontato dallo stesso Andretti, il suo ingaggio – in quanto italo-americano – rappresentò un modo per aggirare le restrizioni che Enzo Ferrari si era autoimposto. Il brasiliano Ayrton Senna, tre volte campione del mondo e considerato da molti uno dei più grandi talenti nella storia della Formula 1, aveva origini siciliane. Anche Emerson Fittipaldi, due volte iridato negli anni ’70, era di origini italiane. Negli anni ’90, il francese Jean Alesi – nato Giovanni all’interno di una famiglia italiana – ha conquistato vittorie al volante della Ferrari. In tempi più recenti, il brasiliano Felipe Massa e gli australiani Daniel Ricciardo e Oscar Piastri si sono distinti come contendenti al titolo mondiale, pur avendo anch’essi origini italiane.Questo articolo Kimi Antonelli campione del Mondo, 73 anni di attesa per un trionfo italiano: il tabù di Enzo Ferrari proviene da LaPresse