Un Paese può cercare di trattenere i propri cittadini offrendo opportunità migliori. Oppure può rendere più costoso andarsene. È su questa alternativa che Christopher Aleo, amministratore delegato di iSwiss Pay, concentra la propria critica alla nuova exit tax prevista dal disegno di legge di bilancio 2027: una misura che, nella sua lettura, rischia di trasformare il trasferimento all’estero in un’occasione per presentare un ulteriore conto al contribuente. La proposta riguarda persone fisiche e altri soggetti non commerciali con attività finanziarie interessate dalla disciplina per almeno 800mila euro, residenti fiscalmente in Italia per almeno sei dei dieci anni precedenti. Il prelievo ordinario sarebbe del 26% sui guadagni finanziari maturati, anche senza vendita degli investimenti.Per Aleo, il problema non è soltanto l’aliquota. È il principio che si afferma: una scelta di vita, dettata anche da ragioni professionali o familiari, può diventare il momento in cui lo Stato pretende denaro su una ricchezza che il contribuente non ha ancora trasformato in liquidità. È questo il terreno sul quale l’amministratore delegato di iSwiss Pay solleva l’accusa di una patrimoniale mascherata.Il punto controverso: pagare prima di incassareLa distinzione tecnica è essenziale. La proposta non introduce un prelievo del 26% sull’intero patrimonio: il bersaglio sono le plusvalenze e gli altri redditi finanziari individuati dalla disciplina. La finalità dichiarata è evitare che i guadagni maturati durante la residenza italiana sfuggano alla tassazione per effetto del trasferimento all’estero prima della vendita. Ma riconoscere questa finalità non significa sottrarre il meccanismo alla critica.Si immagini, in un esempio semplificato, un portafoglio azionario acquistato per 600mila euro e arrivato a valerne un milione. Applicando il 26% alla differenza di 400mila euro, l’imposta teorica sarebbe di 104mila euro. Non 260mila euro sull’intero investimento, dunque, ma comunque una somma significativa rispetto a un guadagno non ancora incassato. La questione diventa particolarmente delicata quando la ricchezza è concentrata in una partecipazione societaria difficilmente vendibile. Possedere quote di valore non equivale ad avere sul conto corrente il denaro necessario per pagare un’imposta.La bozza contempla correttivi: per i trasferimenti verso destinazioni ammesse, il differimento richiederebbe un acconto del 50% e una garanzia. Il periodo rilevante sarebbe di cinque anni nell’Unione europea e dieci negli altri Stati ammessi; senza cessione entro tali termini, l’imposta non sarebbe dovuta, con restituzione delle somme versate in eccesso.Sono attenuazioni importanti, ma non cancellano la domanda politica: quanto è ragionevole chiedere a una persona di anticipare denaro e prestare garanzie per guadagni che non ha realizzato?È in questo effetto economico, più che nella classificazione giuridica dell’imposta, che si colloca la contestazione di Aleo. Non una patrimoniale generale in senso tecnico, ma un prelievo che può costringere a mobilitare il patrimonio per finanziare il costo della partenza.«Super ricchi»: una definizione che non chiude il dibattitoAleo contesta anche il linguaggio con cui la misura viene raccontata. Definire i destinatari “super ricchi”, sostiene, rischia di chiudere la discussione prima ancora di averla aperta. Ottocentomila euro di investimenti rappresentano certamente una posizione patrimoniale rilevante. Ma non descrivono, da soli, né il reddito annuale di una persona né la sua disponibilità immediata di denaro. Possono riflettere anni di risparmio o il valore di una partecipazione costruita attraverso il lavoro.«Abbiamo un’opinione abbastanza diversa di cosa sia un super ricco. È solo un inizio: si passerà presto da “super ricco” a “ricco”, e via via a scendere».È una previsione politica, non un ampliamento già previsto dal testo. Il suo significato è però chiaro: una volta introdotto un nuovo meccanismo di prelievo, chi garantisce che soglie e destinatari resteranno immutati?La critica investe anche gli schieramenti. Nella lettura di Aleo, la tentazione patrimoniale, tradizionalmente associata alla sinistra, emerge ora nella manovra di un governo di centrodestra. Un approccio che considera ormai bipartisan: cambiano le maggioranze, ma il contribuente rischia di restare la risposta più immediata ai problemi dello Stato.Prima di tassare chi parte, capire perché parteIl cuore dell’obiezione di Christopher Aleo non è la difesa di un diritto a sottrarsi alle imposte dovute. È la richiesta di distinguere il contrasto agli abusi dalla capacità di rendere un Paese desiderabile per chi vi lavora, investe e costruisce una famiglia.«La soluzione non è sempre tassare: è comprendere cosa il nostro vicino o il nostro competitor offra di meglio». I numeri descrivono un fenomeno che merita attenzione, senza bisogno di ingigantirlo. Secondo l’Istat, nel 2025 gli espatri di cittadini italiani sono stati circa 109mila, contro 141mila nel 2024. Considerando circa 56mila rimpatri, il saldo resta negativo per l’Italia di circa 53mila persone. Non un aumento ininterrotto delle partenze, dunque, ma una perdita netta ancora consistente.Aleo richiama inoltre il problema di chi vive già all’estero senza aver aggiornato tempestivamente la propria posizione anagrafica. L’AIRE è l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, alla quale devono iscriversi i cittadini nelle condizioni previste dalla legge. Lo stesso Istat segnala che l’inasprimento delle regole ha concentrato molte registrazioni nel 2024: iscrizioni e partenze effettive non vanno quindi confuse automaticamente. Questo non autorizza, però, a quantificare senza riscontri un’emigrazione “sommersa”.Nell’analisi dell’amministratore delegato di iSwiss Pay, il paradosso riguarda soprattutto la formazione: lo Stato contribuisce a preparare competenze che rischiano poi di trovare altrove le condizioni migliori per esprimersi.Non ogni esperienza all’estero è una sconfitta nazionale. Può essere una scelta libera, un arricchimento professionale, persino la premessa di un ritorno. Il problema nasce quando partire sembra l’unica possibilità di ottenere ciò che si vorrebbe trovare a casa.La Spagna e la domanda sull’attrattivitàIl confronto con la Spagna, richiamato da Aleo, offre uno spunto, purché letto correttamente. A fine 2024 l’Istat contava circa 277mila cittadini italiani residenti in Spagna; all’inizio del 2025 gli spagnoli residenti in Italia erano circa 30mila, secondo le elaborazioni sui dati Istat. Sono consistenze delle comunità, non partenze annuali, e comprendono anche persone nate fuori dal Paese di cittadinanza: non dimostrano, da sole, le cause delle scelte migratorie.La domanda politica resta comunque legittima: che cosa cercano all’estero le persone che l’Italia vorrebbe trattenere?«Da svizzero vi dico che non esiste un Paese più bello dell’Italia. Dunque perché la popolazione si sposta?»La bellezza, nella sua riflessione, non sostituisce la qualità delle opportunità. Il dibattito dovrebbe interrogarsi su retribuzioni, servizi, prospettive professionali, burocrazia e prevedibilità delle regole. Non soltanto su quanto chiedere a chi decide di cambiare residenza.Il rischio di incassare poco e perdere fiduciaUn ultimo elemento merita attenzione: la relazione tecnica stima per la misura un gettito di circa 3,37 milioni di euro nel 2027, destinato a circa 6,74 milioni annui dal 2028 al 2031, prima degli effetti dei rimborsi previsti negli anni successivi.La domanda è allora se un beneficio di bilancio così circoscritto giustifichi il rischio di alimentare una percezione di ostilità verso la mobilità personale e professionale. Non è dimostrato che la tassa provocherà nuove partenze; è però ragionevole chiedere che, prima di approvarla, siano valutati anche i suoi possibili effetti sull’attrattività e sulla fiducia.L’espressione «ora o mai più» riassume questo allarme, ma non deve diventare una falsa scadenza universale: il trasferimento della residenza fiscale non coincide semplicemente con una partenza o con un’iscrizione anagrafica.Per Christopher Aleo, la vera urgenza è un’altra: evitare che la politica affronti la perdita di cittadini e competenze soltanto come una perdita di contribuenti da compensare.Uno Stato autorevole dovrebbe convincere le persone a restare, non limitarsi a rendere più costoso andarsene. E l’Italia dovrebbe chiedersi meno quanto può incassare da chi parte e molto di più che cosa deve cambiare perché quelle persone scelgano di restare.