Antonelli, Crippa, Sinner: non è solo sport. L’Europa prenda esempio dai suoi giovani campioni per tornare al centro

Wait 5 sec.

C’è un’Italia che torna a vincere, e c’è un’Europa che, almeno nello sport, continua a dimostrare di non essere affatto un continente in declino. Anzi. Mentre nelle cancellerie internazionali il Vecchio continente sembra spesso costretto a inseguire le decisioni di Washington, Pechino e delle nuove potenze emergenti, sulle piste, nei circuiti e sui campi da tennis sono gli europei a salire sul gradino più alto del podio. E qualche volta a prendersi tutto il podio.L’ultima fotografia è quella di Kimi Antonelli, ventenne bolognese che, al volante della Mercedes, ha riportato un italiano sul tetto della Formula 1 dopo 73 anni. Terzo al Gran Premio del Messico, quanto bastava per chiudere i conti con il Mondiale, il più giovane campione del mondo di sempre ha riscritto una storia che sembrava destinata a rimanere confinata nei libri di automobilismo. L’ultimo a riuscirci era stato Alberto Ascari, nel 1953, dopo il titolo conquistato l’anno precedente con la Ferrari. Prima ancora, nel 1950, Giuseppe Farina aveva inaugurato l’albo d’oro iridato al volante dell’Alfa Romeo. Settantatré anni di attesa. Una distanza che racconta non soltanto la grandezza dell’impresa, ma anche quanto fosse diventato difficile per l’Italia tornare protagonista nella categoria regina dei motori. E Antonelli ci riesce con una storia che sembra scritta apposta per celebrare gli incroci del destino: il ragazzo italiano che conquista il mondo con una macchina tedesca, prendendo il posto di Lewis Hamilton, sette volte campione iridato, passato alla Ferrari. Il britannico che ha lasciato la Mercedes per inseguire il sogno rosso e il giovane bolognese che, proprio dalla scuderia tedesca, raccoglie il testimone e diventa il nuovo re della Formula 1.Una staffetta simbolica tra due giganti dell’automobilismo europeo. E una rivincita per l’Italia, che nella Formula 1 ha sempre avuto un ruolo fondamentale come terra di piloti, costruttori, ingegneri e passione, ma che da troppo tempo attendeva un campione capace di riportare il tricolore sul trono mondiale.Non a caso, il successo ha suscitato un’ondata di entusiasmo che ha attraversato tutto il mondo istituzionale. Giorgia Meloni ha parlato di «un motivo di grande orgoglio per la nostra Nazione», sottolineando come il titolo premi talento, impegno, determinazione e dedizione. Anche il presidente della Camera Lorenzo Fontana e numerosi esponenti del governo e delle istituzioni hanno celebrato l’impresa. Un consenso trasversale che, per una volta, mette da parte le divisioni e riconosce il valore di un’Italia capace di eccellere.Ma Antonelli non è un caso isolato. È piuttosto il volto più recente di una stagione nella quale lo sport italiano ed europeo sembrano aver ritrovato una centralità che va ben oltre il risultato agonistico.Basti pensare a Jannik Sinner, ormai stabilmente nell’élite del tennis mondiale, capace di trasformare la propria disciplina, il lavoro quotidiano e la freddezza nei momenti decisivi in un modello di successo internazionale. O a una generazione di atleti azzurri che, in discipline diverse, continua a portare il Paese ai vertici, dimostrando che il talento non è una parentesi fortunata ma il frutto di organizzazione, competenza e investimenti.E poi c’è Yeman Crippa. Il suo secondo posto alla Maratona di New York, alle spalle dello svedese Andreas Almgren, è un’altra immagine potente. L’azzurro ha chiuso in 2h06’14”, cedendo soltanto negli ultimi 400 metri, dopo aver lottato per la vittoria fino alla fine. Un risultato che rappresenta il miglior piazzamento italiano nella maratona della Grande Mela negli ultimi trent’anni. La scena è quasi geopolitica: due europei davanti a tutti nella corsa più celebre del mondo, nel cuore degli Stati Uniti, su un percorso che attraversa i cinque distretti di New York e celebra da sempre il carattere universale dello sport. Crippa e Almgren hanno riportato l’Europa in cima alla maratona newyorchese, con una doppietta che mancava dal 1988. E per l’italiano il traguardo non è un punto d’arrivo: nel mirino ci sono i Mondiali e soprattutto le Olimpiadi di Los Angeles 2028.Certo, sarebbe ingenuo confondere una medaglia con una strategia internazionale, un titolo sportivo con la capacità di incidere sulle grandi crisi del mondo. La politica estera si misura con la sicurezza, l’economia, l’energia, la diplomazia e la capacità di costruire alleanze. Ma lo sport è anche una forma di potere: racconta la vitalità di una società, la qualità delle sue istituzioni, la capacità di formare giovani, di competere e di credere nel futuro.E proprio qui emerge il contrasto con l’Europa politica. Un continente che continua a produrre campioni, innovazione, eccellenze industriali e personalità di livello mondiale, ma che troppo spesso fatica a trasformare queste risorse in peso strategico. L’Europa è ancora capace di vincere, ma sembra aver smarrito la convinzione di saper e poter guidare.Antonelli, Crippa e Sinner raccontano invece un’altra storia: quella di un’Italia e di un’Europa che non hanno bisogno di chiedere permesso per stare al centro del mondo. La Mercedes di Antonelli è tedesca, la Ferrari è italiana, il tennis è globale, la maratona attraversa confini e culture. È proprio questa rete di competenze, identità e collaborazioni a rappresentare la forza europea.E forse la lezione più importante arriva proprio da questi ragazzi. Il mondo non è diviso soltanto tra potenze che decidono e Paesi che subiscono. C’è spazio per chi sa prepararsi, innovare, investire e credere nelle proprie capacità. L’Italia sportiva lo sta dimostrando. L’Europa, se vuole tornare protagonista anche nella politica, dovrebbe prendere appunti.