Il dolore dei manicomi e il sorriso di chi costruisce il “dopo di noi”

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Ci sono fotografie che appartengono alla storia, ma che continuano a parlare al presente. Immagini che non si limitano a documentare una realtà lontana: ci costringono a interrogarci sul mondo in cui viviamo, sui nostri pregiudizi e sul valore che attribuiamo alla vita delle persone più fragili. E’ questa la sensazione che accompagna la visita alla mostra Carla Cerati. Plurale femminile. Fotografia e scrittura, 1926-2026, allestita a Palazzo Reale a Milano dal 26 settembre 2026 al 10 gennaio 2027. Tra le oltre duecento fotografie, i documenti e i materiali d’archivio, emerge uno dei capitoli più importanti e dolorosi del lavoro della fotografa: Morire di classe, il reportage realizzato insieme a Gianni Berengo Gardin negli ospedali psichiatrici italiani alla fine degli anni Sessanta.Carla Cerati per prima ha mostrato senza filtri una realtà che oggi sembra inumana, ma che parla del paese che siamo stati fino a pochi decenni fa, della cultura della quale eravamo parte e di un mondo di persone che non erano considerate uguali agli altri essere umani.Alla fine degli anni Sessanta, gli ospedali psichiatrici rappresentavano per molte persone luoghi di isolamento e segregazione. La malattia mentale veniva spesso affrontata attraverso l’allontanamento dalla società, in istituzioni nelle quali la libertà individuale e i diritti delle persone potevano essere gravemente compromessi.una delle immagini dei manicomi degli anni 60 del reportage di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin in mostra nell’esposizione dedicata alla fotografia in corso al Palazzo Reale di Milano Il libro Morire di classe, pubblicato nel 1969 con le fotografie di Cerati e Berengo Gardin e curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro Basaglia, contribuì a portare all’attenzione pubblica le condizioni di vita all’interno dei manicomi. Quelle fotografie resero visibile ciò che troppo spesso restava nascosto dietro le mura delle istituzioni.Pochi anni dopo, la legge 180 del 1978 segnò una svolta fondamentale nel processo di superamento degli ospedali psichiatrici. Non fu soltanto una riforma sanitaria: rappresentò un cambiamento culturale, il riconoscimento del fatto che la cura non può coincidere con la segregazione e che una persona non può essere definita esclusivamente dalla propria condizione clinica.Pochi giorni dopo aver visitato la mostra, ho visto un video racconto della giornata tipo presso il Centro Diurno Disabili Il Melograno. Oggi sono qui per raccontarvi la storia di questa associazione, nata negli anni ’80 dalla volontà unita al bisogno, di alcune famiglie di ragazzi con disabilità cognitiva, che avevano l’urgenza di creare un luogo protetto e formativo, dove i ragazzi potessero stare in sicurezza. Quel video mi ha commosso. Non aveva nulla di diverso dai molti visti negli anni: ragazzi sereni, insieme ad educatori sorridenti che li guidano nelle varie attività del quotidiano. Guardando loro mi sono riapparse le stesse facce delle fotografie della Cerati, solo che sorridevano. La mia mente ha fatto un parallelismo tra il vuoto totale e la perdizione dell’essere umano di quelle immagini terribili e la felicità dell’essere parte del mondo. Un mondo protetto, un mondo tagliato su misura, un mondo pensato per loro. E ho pensato a quanta strada sia stata fatta.Siamo verso la fine degli anni ’80 e a Pieve Emanuele nasce l’Associazione Ezio, che, come dicevo, raggruppa alcune famiglie che hanno un obiettivo comune: dare un senso al quotidiano dei propri figli, creare una rete di supporto e finanziare il progetto. Iniziano con un piccolo negozio dove vendono alimentari e forniscono il trasporto per persone con disabilità. All’inizio degli anni ’90, il comune offre loro un terreno, dove sorgeva una discarica abusiva, con una concessione di 99 anni. Una volta bonificato il terreno, iniziano a costruire un centro diurno, finanziando il tutto grazie a bandi, donazioni dei cittadini e servizi offerti.Negli anni ci sono una serie di passaggi e dal 2021 la Cooperativa Sociale Il Melograno diventa gestore del Centro Diurno di Pieve Emanuele, che oggi ospita una trentina di ragazzi e che è l’unico del Distretto Visconteo. Lo spazio è collocato in 45.000 mq di parco pubblico, ci sono laboratori, la mensa, uffici e al primo piano 4 stanze che possono ospitare 10 utenti. O meglio, persone. L’obiettivo oggi è quello di creare progetti sul Dopo di Noi, per questo sono iniziati gli incontri con le famiglie e si è avviato un primo momento di distacco dalle famiglie con alcuni di loro, organizzando fine settimana che includono attività anche al di fuori della struttura. Un percorso fondamentale, che vuole mettere radici su quelle che sono le specificità di ogni individuo, perché ogni persona e ogni vita umana hanno il diritto di essere.Ma che cos’è esattamente il dopo di Noi? Il “Dopo di noi” è un insieme di misure, tutele e interventi legislativi  pensati per garantire l’assistenza, l’autonomia e l’inclusione sociale delle persone con disabilità grave quando i familiari (in particolare i genitori) non sono più in grado di occuparsene o vengono a mancare.Questo è la nuova mission del Melograno e di tante associazioni, che devono iniziare a lavorare oggi per un domani che, si spera, sia il più in là possibile, ma al quale è fondamentale arrivare preparati.Per maggiori informazioni sul centro e sul progetto: www.ilmelogranonet.it