Usa, Trump prepara da aprile il piano per governare per decreto se perde il Congresso: voto anticipato record

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WASHINGTON — Donald Trump ha passato la domenica sui palchi dell’Iowa e del Kansas a chiedere agli elettori di difendere la maggioranza repubblicana al Congresso. A Washington i suoi collaboratori più stretti lavorano da aprile a un piano per fare a meno di quella maggioranza. Lo riferisce Reuters, citando un funzionario della Casa Bianca e due persone a conoscenza del dossier: se martedì i democratici conquisteranno Camera o Senato, il presidente è pronto a governare per decreto. La campagna chiede un Congresso che il palazzo ha già imparato a considerare superfluo.Il voto è martedì 3 novembre: si rinnovano tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 del Senato. I repubblicani controllano la Camera 218 a 214 e il Senato 53 a 47; ai democratici bastano quattro seggi netti in ciascuna camera per ribaltare gli equilibri. I sondaggi li danno favoriti alla Camera, mentre il Senato è troppo incerto per una previsione.Il piano ha due registi: il vice capo di gabinetto Stephen Miller, l’uomo della linea dura sull’immigrazione, e Russell Vought, direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio, la ragioneria della Casa Bianca. Con loro il consigliere giuridico Will Scharf, incaricato di stabilire «che cosa Trump può legalmente fare da solo, dove potrebbe spingere i limiti della sua autorità e come difendere quelle decisioni in tribunale». Alla domanda su quanto il presidente sarebbe disposto a governare così con un Congresso ostile, una delle fonti ha risposto: «Molto a suo agio».Sul tavolo ci sono nuovi dazi sui minerali critici e sulle turbine eoliche, una stretta sui visti per studenti stranieri e lavoratori temporanei, interventi sul costo delle case e nuove regole sui finanziamenti federali, per dare ai nominati politici più voce nella scelta dei programmi da pagare. Vought sta passando in rassegna i fondi già stanziati dal Congresso per capire quali priorità si possano finanziare senza chiedere un dollaro in più.C’è anche la difesa. La Casa Bianca ha chiesto al Dipartimento di Giustizia una serie di pareri legali, tra cui uno che permetterebbe a Trump di invocare il privilegio esecutivo, lo scudo che protegge le comunicazioni tra il presidente e i suoi consiglieri, per sottrarle alle indagini parlamentari. Ai funzionari è stato raccomandato di stare attenti a che cosa mettono per iscritto.La Casa Bianca non smentisce né conferma. «Questa amministrazione e i repubblicani di buon senso continueranno a mettere in sicurezza i confini, a ripristinare la legge e l’ordine e a rimettere più soldi nelle tasche degli americani che lavorano duro», ha detto la portavoce Lauren Bis. I vertici democratici non hanno commentato.Un metodo iniziato nel 2025Il ricorso al decreto non è una novità. Dal gennaio 2025 Trump ha governato quasi solo con ordini esecutivi ed emergenze nazionali: dazi, immigrazione, tagli al pubblico impiego, fino alla guerra contro l’Iran. L’unica grande legge del mandato è il pacchetto fiscale firmato nel luglio 2025 con un Congresso a maggioranza repubblicana. Il Parlamento può votare la fine di un’emergenza, ma per superare il veto presidenziale servono i due terzi in entrambe le Camere. Sabato Trump ha avvertito che, se perderà il Congresso, potrebbe diventare «mister Veto».I limiti restano. I tribunali possono annullare gli atti che eccedono l’autorità presidenziale; un Senato democratico bloccherebbe le nomine dei giudici e dei vertici dell’amministrazione, compresa un’eventuale scelta per la Corte Suprema; e nessun decreto ferma le indagini parlamentari. Deputati democratici di lungo corso e collaboratori delle commissioni hanno già discusso di audizioni, mandati di comparizione e richieste di documenti per verificare se il presidente abbia usato i suoi poteri a vantaggio proprio, di alleati o di finanziatori.Intanto gli americani votano già. Alle 22 di sabato (le 3 di domenica in Italia) le schede anticipate erano 52,8 milioni, secondo l’Election Lab dell’Università della Florida: il record precedente, 45,9 milioni, risale al 2022. Nei 27 Stati che registrano l’appartenenza politica degli elettori, il 43,1% delle schede arriva da democratici e il 31,7% da repubblicani. In South Carolina, dove si sceglie il successore del senatore repubblicano Lindsey Graham, scomparso, l’affluenza anticipata è cresciuta dell’83% rispetto a quattro anni fa, secondo l’Associated Press.Michael McDonald, il politologo che dirige l’Election Lab, ha avvertito che questi numeri non predicono il risultato: dicono soltanto, quando sono coerenti per più giorni e in più Stati, quanta mobilitazione arriverà alle urne martedì.