Caro Dottor De Simone,non ho il piacere di conoscerLa personalmente, ma sento il dovere, prima ancora che il desiderio, di scriverLe.Non per aggiungere una voce al coro delle dichiarazioni di solidarietà, spesso tanto solenni quanto rapidamente dimenticate. Ma perché ci sono momenti nei quali tacere significa lasciare che siano gli altri, quelli che urlano, insultano e odiano, ad avere l’ultima parola.Ho visto la fotografia del Suo volto insanguinato durante gli scontri in piazza Duomo. Ho letto che, nonostante la ferita provocata da un sampietrino, Lei è rimasto al Suo posto, continuando a svolgere il proprio servizio.Non so se sia stato coraggio, senso del dovere o semplicemente quella disciplina interiore che appartiene a chi ha scelto di servire lo Stato. Probabilmente tutte e tre le cose.So però che in quell’immagine c’era qualcosa che oggi sembra diventato terribilmente raro: un uomo che non arretra davanti alle proprie responsabilità.Poi ho letto della lettera che Le è stata recapitata.Una lettera scritta con calma, imbustata, affrancata e spedita. Non un insulto gridato nella confusione di una piazza, non una frase pronunciata in un momento di rabbia. Ma parole pensate, ordinate e affidate alla posta, nelle quali qualcuno si rammaricava che quella pietra non Le avesse spaccato la testa, riducendoLa in coma con lesioni permanenti.Confesso che ho provato vergogna.Non per Lei, naturalmente. Ma per chi è arrivato a concepire un simile pensiero. E, più in generale, per una società nella quale qualcuno può scambiare il desiderio della sofferenza altrui per una manifestazione di libertà.Caro Dottor De Simone, chi Le ha scritto quella lettera probabilmente credeva di offenderLa, di umiliarLa, forse persino di intimidirLa.A mio giudizio ha ottenuto il risultato opposto.Perché quella lettera non racconta nulla della Sua dignità. Racconta soltanto la miseria morale di chi l’ha scritta.Lei era in piazza, esposto alla violenza, a garantire l’ordine pubblico. Chi Le ha augurato la morte era al riparo, intento a trasformare il proprio rancore in parole.È facile essere feroci quando a sanguinare sono gli altri.Vorrei dirLe una cosa che forse, nella quotidianità del Suo lavoro, non Le viene ripetuta abbastanza.La divisa che indossa non La rende infallibile, né La colloca al di sopra delle critiche. In democrazia nessuno è sottratto al giudizio, tantomeno chi esercita una funzione pubblica.Ma quella divisa rappresenta un principio senza il quale nessuna libertà potrebbe sopravvivere: la legge deve essere più forte della violenza.E quando un poliziotto viene colpito mentre svolge il proprio servizio, non viene ferito soltanto un uomo. Viene messo alla prova il rispetto che una comunità nutre per le proprie istituzioni.Questo non significa confondere lo Stato con chi lo rappresenta. Significa ricordare che uno Stato democratico esiste proprio perché nessuno possa sostituire le proprie ragioni alla forza della legge.Mi domando che cosa abbia provato leggendo quelle righe.Forse amarezza. Forse incredulità. Forse soltanto la stanchezza di chi, dopo aver rischiato la propria incolumità, scopre che qualcuno avrebbe preferito vederlo morire.Non posso saperlo.Ma vorrei che sapesse che quella lettera non rappresenta Milano. Non rappresenta l’Italia. E certamente non rappresenta tutti coloro che, pur senza indossare una divisa, credono ancora nel rispetto, nella responsabilità e nella dignità umana.Esiste un’Italia silenziosa che non lancia pietre, non incendia piazze, non cerca visibilità attraverso l’odio. Un’Italia che lavora, cresce i propri figli, rispetta le regole e vorrebbe poter attraversare una piazza senza temere di trovarsi nel mezzo di una guerriglia urbana.È un’Italia che troppo spesso non fa notizia, perché la normalità non produce immagini spettacolari.Eppure esiste. Ed è a nome di quella sensibilità civile, prima ancora che a titolo personale, che desidero rivolgerLe queste parole.Non voglio chiamarLa eroe. Gli eroi, nel nostro Paese, vengono celebrati per qualche giorno e poi dimenticati. Preferisco chiamarLa con un’espressione forse meno suggestiva, ma infinitamente più importante: un uomo dello Stato che ha fatto il proprio dovere.In una stagione nella quale il senso del dovere sembra spesso subordinato alla convenienza personale, non mi pare poco.C’è poi un pensiero che vorrei condividere con Lei.Chi ha scritto quella lettera ha probabilmente dimenticato che sotto una divisa c’è una persona. Un uomo che prova dolore, che può avere paura, che torna a casa dopo il servizio e che ha diritto, come chiunque altro, alla propria serenità.È proprio questo il meccanismo più inquietante dell’odio: cancellare l’umanità dell’altro per rendere accettabile qualsiasi crudeltà.Abbiamo già visto, nella storia del nostro Paese, dove possa condurre questa strada.E sarebbe imperdonabile dimenticarlo.Caro Angelo, mi permetta di abbandonare per un istante le formalità.Non lasci che quelle parole Le rubino qualcosa. Non permetta che il rancore di uno sconosciuto pesi più della riconoscenza di tanti cittadini.La pietra che L’ha colpita appartiene a chi l’ha lanciata. L’odio contenuto in quella lettera appartiene a chi l’ha scritta.Nessuno dei due deve diventare un peso che Lei si porta dentro.La Sua risposta, in fondo, l’ha già data quel giorno in piazza Duomo: è rimasto in piedi.E forse è proprio questo che qualcuno non riesce a sopportare.Vorrei concludere con una riflessione semplice.Un Paese civile non si riconosce dall’assenza di persone capaci di odiare. Quelle, purtroppo, sono sempre esistite. Si riconosce dalla capacità di non abituarsi all’odio, di non cercargli continuamente una giustificazione, di non considerarlo una conseguenza inevitabile del dissenso.Per questo Le scrivo.Perché non voglio abituarmi a leggere che un uomo viene colpito alla testa mentre lavora.E soprattutto non voglio abituarmi all’idea che qualcuno possa augurarsi che quel colpo sia stato mortale.Caro Angelo, quella pietra Le ha ferito la testa. Quella lettera ha ferito la coscienza di chi conserva ancora il senso della civiltà.Ma c’è una differenza.La Sua ferita, fortunatamente, può guarire.La ferita morale di una società che smettesse di indignarsi davanti a simili parole sarebbe molto più difficile da rimarginare.Per questo, oggi, non Le scrivo soltanto per esprimerLe solidarietà.Le scrivo per dirLe grazie.E per ricordarLe che, dietro ogni divisa che continua a fare il proprio dovere, ci sono molti più cittadini riconoscenti di quanti siano disposti a farsi sentire.Con rispetto e sincera gratitudine.Alessandro L'articolo Caro Angelo De Simone, quella pietra ha ferito Lei. Quella lettera ha ferito tutti noi proviene da Nicolaporro.it.