Convivenze forzate. Ai Paesi del Golfo pare sia arrivato un avvertimento piuttosto singolare: prepararsi a una nuova offensiva americana contro l’Iran «breve e intensa», dopo le elezioni di Midterm di martedì. Anche la guerra, evidentemente, deve seguire il calendario elettorale. Il messaggio sarebbe transitato attraverso canali diplomatici e militari proprio mentre una batteria di Patriot è in viaggio dal Texas verso la regione. Da Teheran, Mojtaba Khamenei avrebbe ordinato, in caso di attacco, una risposta «immediata ed efficace, senza limitazioni geografiche». Washington può immaginare una guerra breve; Teheran si riserva di allungarla.Se il passaggio alle urne americane è certo, i bombardieri no. Eppure, sono un’opzione abbastanza concreta, tanto da suggerire ai membri del GCC–Gulf Cooperation Council – di controllare le difese. È anche dentro questa cornice che va letta la partita interna israeliana. Nello stallo creatosi dopo le elezioni, il problema di Benjamin Netanyahu è trasformare la propria sopravvivenza politica in una formula di governo; quello dei suoi avversari è impedire che sia ancora lui a dettare le condizioni. Il presidente Isaac Herzog avrebbe il compito di cercare una soluzione di unità nazionale, ma dovrebbe convincere uomini che hanno costruito la propria fortuna politica sulla reciproca incompatibilità a riconoscersi improvvisamente indispensabili.Anche il voto arabo per il partito di Mansour Abbas si porta dietro una coda destinata a pesare sui rapporti politici. Lo Shin Bet, il servizio segreto israeliano, indaga su presunti finanziamenti esteri, con una pista qatariota e turca che la destra di Itamar Ben Gvir collega ad ambienti vicini ai Fratelli Musulmani. Distinta l’inchiesta sulla presunta compravendita di voti per Ra’am, che respinge ogni addebito, mentre mancherebbero prove contro gli attivisti fermati. Sarebbe però ingenuo immaginare che un Netanyahu impegnato a tenere insieme equilibri parlamentari difficili diventi necessariamente più prudente sul piano militare.È incarica come caretaker, ma conserva i poteri di guerra. Un nuovo confronto con Teheran costringerebbe i suoi avversari a misurarsi con il nemico comune, riporterebbe la sicurezza al centro della scena e gli offrirebbe l’occasione di presentarsi, ancora una volta, come l’uomo di cui non si può fare a meno. Le ricostruzioni sulle resistenze del capo di Stato maggiore Eyal Zamir a un’azione militare prima del voto, della quale non avrebbe ravvisato l’urgenza operativa, aggiungono un elemento non secondario. Netanyahu ha smentito lo scontro, ma il calendario della sicurezza nazionale e quello della sopravvivenza di un governo non sempre segnano la stessa ora. Né l’eventuale uscita di Bibi garantirebbe un’improvvisa pace: il rivale Gadi Eisenkot – leader del partito Yashar! – proviene dai vertici dell’esercito e potrebbe cambiare il calcolo dei rischi e il rapporto con Washington, non necessariamente cancellare il confronto con l’Iran.Ed è proprio Washington a guardare con favore un’intesa fra Netanyahu ed Eisenkot che lasci fuori Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i soci più ingombranti anche sulla strada verso l’Arabia Saudita. Trump potrebbe così salvare Bibi liberandolo da chi finora gli ha consentito di sopravvivere. Si evoca persino un incontro fra i due rivali sotto l’egida del presidente americano, magari nella cornice informale di Mar-a-Lago: per ora solo un’ipotesi, ma significativa per le ambizioni di Trump nel ridisegnare gli equilibri israeliani. Sull’altra sponda, invece, la Casa Bianca tentale due parti in commedia, la minaccia e la trattativa. Mentre Trump sfida, i mediatori cercano di riaprire il negoziato. Anche perché il prezzo della benzina arriva alle urne assai prima dei comunicati diplomatici. Ai tempi di Giulio Andreotti si parlava della politica dei due forni. Qui il forno è uno solo, ma sono raddoppiati i panettieri.In questo intreccio si misura anche la tenuta degli Accordi di Abramo, nati nel 2020 sotto la prima presidenza Trump per normalizzare le relazioni fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, a cui si è aggiunto il Marocco. L’intesa ha prodotto diplomazia, affari e cooperazione, ma non la pace con i palestinesi né una soluzione della questione iraniana. La casella decisiva resta l’Arabia Saudita. Mohammed bin Salman deve conciliare l’ambizione di trasformare il Regno in una potenza economica e tecnologica con il costo politico di un riconoscimento di Israele senza una prospettiva credibile per i palestinesi. Sul tavolo ci sono garanzie militari, tecnologia, investimenti e cooperazione nucleare civile, che Trump ha legato all’ingresso di Riad negli Accordi di Abramo. Gli americani cercano una firma storica, i sauditi vogliono sapere chi garantirà la sicurezza quando saranno spenti i riflettori.Per Israele, il rischio sarebbe vedere Riad privilegiare la distensione con Teheran rispetto alla normalizzazione con Gerusalemme. Ed è qui che emerge la contraddizione americana: Washington vorrebbe convincerei sauditi che l’intesa offre stabilità e opportunità attraverso l’accordo con Israele mentre li invita a prepararsi a una nuova guerra contro l’Iran. Per chi deve proteggere porti, aeroporti e infrastrutture energetiche, una guerra annunciata come breve resta una minaccia agli investimenti di lungo periodo. La nuova ricchezza della regione sarebbe ancora più esposta: data center, reti digitali e cavi sottomarini potrebbero essere un altro bersaglio, mettendo così a rischio, insieme al petrolio, il futuro tecnologico dell’area. Bibi offre al proprio elettorato la promessa opposta a quella richiesta da Riad: finché resterà lui, niente Stato palestinese. Una chiusura che può consolidarne il consenso interno e rendere più difficile proprio il successo regionale che Trump vorrebbe intestarsi.Donald e Bibi restano così legati da una convivenza obbligata, nella quale ciascuno ha bisogno dell’altro, senza necessariamente condividerne tutte le convenienze. Il primo vuole essere ricordato come l’unico capace di imporre un accordo, il secondo come l’unico capace di garantire la sicurezza. Il punto da sorvegliare è dove queste convenienze potrebbero convergere e creare una nuova prova di forza contro Teheran, presentata da entrambi come necessaria e risolutiva, il cui conto arriverebbe però ai Paesi del Golfo, alle economie esposte alle rotte energetiche e soprattutto alle popolazioni della regione. L’Europa, as usual, si rifugerebbe nella sua specialità diplomatica: negoziare gli aggettivi di un comunicato mentre altri decidono i fatti.Il contraccolpo potrebbe raggiungere soprattutto l’Italia, dove la prospettiva negata di uno Stato palestinese e una nuova stagione di bombardamenti rischierebbero di riaccendere le mobilitazioni pro-Pal, offrendo alle frange violente occasioni per provocare disordini con le elezioni all’orizzonte. Il Medio Oriente, del resto, è già entrato nella campagna elettorale italiana attraverso il conto dell’energia e le tensioni nelle piazze. È qui che si misurerebbe il valore del rapporto ricucito a ottobre fra Giorgia Meloni e Donald Trump, dopo mesi di attriti e il no all’uso delle nostre basi militari per i raid: nella capacità di far sentire una voce italiana prima dei bombardamenti, anche attraverso quelle capitali del Golfo che la premier frequenta con assiduità. Altrimenti saremmo abbastanza vicini agli alleati da pagarne le conseguenze e troppo lontani per condizionarne le mosse. Per chi decide, la pace può attendere. Per chi paga, ancora una volta, molto meno.Luigi Bisignani, 1° novembre 2026L'articolo Trump-Netanyahu, cosa c’è davvero in gioco adesso proviene da Nicolaporro.it.