Sudan, la guerra distrugge l’agricoltura: crollano i raccolti e aumentano i prezzi dei cereali

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La guerra in Sudan sta compromettendo non soltanto l’accesso al cibo per milioni di persone, ma anche la capacità del Paese di produrlo. I combattimenti iniziati nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi e le Rapid Support Forces hanno provocato una crisi agricola che si aggiunge all’emergenza umanitaria, aggravando le difficoltà di approvvigionamento alimentare e mettendo a rischio la sopravvivenza di intere comunità.Il conflitto non distrugge necessariamente i raccolti attraverso bombardamenti o operazioni militari dirette contro i terreni agricoli. È sufficiente impedire agli agricoltori di raggiungere i campi, interrompere le vie di comunicazione, rendere indisponibile il carburante o privare i produttori del credito necessario per acquistare sementi e fertilizzanti. In Sudan questi fattori agiscono contemporaneamente, compromettendo un sistema produttivo dal quale dipende una parte considerevole della popolazione.Secondo le valutazioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), nel 2025 la produzione cerealicola sudanese si è attestata intorno a 5,2 milioni di tonnellate, comprendendo sorgo, miglio e grano. Il dato rappresenta una diminuzione del 22 per cento rispetto al 2024 e del 19 per cento rispetto alla media dei cinque anni precedenti.La stima è stata elaborata attraverso una missione di valutazione della produzione agricola e dell’offerta alimentare. I risultati mostrano quanto la guerra abbia inciso sulle attività rurali, ostacolate dall’insicurezza, dalle difficoltà di approvvigionamento e dall’aumento dei costi di produzione.Le prospettive per il raccolto del 2026, previsto a partire da novembre, presentano ulteriori elementi di incertezza. La FAO segnala infatti condizioni meteorologiche sfavorevoli in alcune delle principali regioni agricole del Paese. Negli Stati di Sennar e Gedaref, che insieme contribuiscono mediamente a circa un quarto della produzione nazionale di sorgo, le precipitazioni stagionali sono risultate inferiori alla media rispettivamente del 20 e del 30 per cento.La riduzione delle piogge si aggiunge così alle conseguenze del conflitto, aumentando il rischio di un ulteriore deterioramento della produzione. Gli agricoltori devono affrontare contemporaneamente l’insicurezza dei territori, la scarsità dei mezzi necessari alla coltivazione e condizioni climatiche che possono ridurre le rese anche dove è ancora possibile lavorare la terra.La diminuzione dei raccolti rappresenta però soltanto una parte del problema. La guerra ha compromesso anche il funzionamento dei mercati agricoli e delle reti commerciali attraverso le quali il cibo raggiunge la popolazione.Il trasporto dei prodotti è diventato più costoso e rischioso a causa dell’insicurezza delle strade, della carenza di carburante e dell’interruzione dei collegamenti tra diverse regioni. Le difficoltà logistiche incidono sulla disponibilità dei cereali nei mercati locali e contribuiscono all’aumento dei prezzi, aggravando le condizioni delle famiglie che dipendono dagli acquisti per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare.Secondo la FAO, tra gennaio e agosto 2026 il prezzo del sorgo è più che raddoppiato, in media, in numerosi mercati monitorati. Nello stesso periodo il miglio ha registrato un incremento medio del 77 per cento. Si tratta di due alimenti fondamentali nella dieta di una parte importante della popolazione sudanese, il cui rincaro incide direttamente sulla capacità delle famiglie di procurarsi cibo.L’aumento dei prezzi assume conseguenze ancora più gravi in un’economia nella quale milioni di persone hanno perso il lavoro, i terreni agricoli, il bestiame o le altre fonti di reddito a causa della guerra. Anche quando i cereali continuano a essere disponibili nei mercati, il loro costo può renderli inaccessibili a chi non dispone di risorse economiche sufficienti.La crisi alimentare non dipende quindi esclusivamente dalla quantità di cibo presente nel Paese, ma anche dalla possibilità concreta di acquistarlo e distribuirlo. Un mercato può continuare a funzionare senza essere realmente accessibile a una parte della popolazione.La contrazione della produzione interna sta inoltre aumentando la necessità di ricorrere alle importazioni. Per il 2026 la FAO prevede un fabbisogno di circa 2,8 milioni di tonnellate di cereali provenienti dall’estero, principalmente grano.Assicurarsi questi quantitativi richiede tuttavia disponibilità di valuta, collegamenti logistici affidabili e un sistema commerciale in grado di operare nonostante il conflitto. La stessa organizzazione internazionale ha espresso preoccupazione per la capacità del Sudan di ottenere i volumi necessari.Si determina così un meccanismo particolarmente difficile da interrompere. La guerra riduce la produzione nazionale e aumenta il bisogno di acquistare alimenti all’estero, proprio mentre la distruzione delle infrastrutture, l’indebolimento dell’economia e le difficoltà nei trasporti rendono più complesso finanziare e distribuire le importazioni.La conseguenza è una crescente dipendenza dagli aiuti umanitari e dalle forniture esterne, che possono attenuare gli effetti immediati della crisi ma non sostituire stabilmente la produzione agricola nazionale.Le dimensioni dell’emergenza emergono anche dalle valutazioni sulla sicurezza alimentare. Secondo le proiezioni della classificazione integrata della sicurezza alimentare (IPC) richiamate dalla FAO, tra febbraio e maggio 2026 circa 19,5 milioni di persone erano esposte a livelli di insicurezza alimentare acuta classificati come Crisi o peggiori.La cifra si riferisce a quel preciso periodo e non può essere automaticamente considerata valida per novembre, anche perché le informazioni disponibili sui mesi successivi presentano lacune. La FAO segnala inoltre, per quattordici aree del Darfur e del Kordofan, un rischio di carestia nello scenario peggiore.Il quadro evidenzia una situazione nella quale la disponibilità di alimenti, il potere d’acquisto delle famiglie e la possibilità di raggiungere le comunità più isolate sono diventati elementi strettamente collegati. L’emergenza non riguarda soltanto la produzione di cereali, ma l’intero sistema attraverso il quale il cibo viene coltivato, trasportato, commercializzato e consumato.Un ruolo determinante è svolto dagli sfollamenti. Alla fine di luglio 2026, secondo le stime riportate dalla FAO, circa 8,6 milioni di persone risultavano sfollate all’interno del Sudan.L’abbandono forzato delle abitazioni e dei villaggi può interrompere le attività agricole, privare le famiglie del bestiame e impedire la preparazione dei terreni o la semina. Per molte comunità rurali, perdere una stagione agricola significa perdere non soltanto il raccolto immediato, ma anche le risorse necessarie per sostenere la produzione dell’anno successivo.Gli effetti economici dello sfollamento possono proseguire anche dopo l’allontanamento dei combattimenti. I terreni devono essere nuovamente preparati, i sistemi di irrigazione riparati e le famiglie devono recuperare attrezzi, sementi, animali e capitale. Senza sicurezza e senza risorse finanziarie, il ritorno alle attività produttive può richiedere tempi molto lunghi.La guerra rischia quindi di produrre conseguenze strutturali sull’agricoltura sudanese. La perdita delle competenze produttive, l’interruzione dei circuiti commerciali e il deterioramento delle infrastrutture possono ridurre la capacità del Paese di tornare rapidamente ai livelli precedenti al conflitto.La FAO identifica nella guerra il principale fattore della crisi alimentare, ma questo non significa che ogni perdita agricola possa essere attribuita a un’azione militare deliberata. La siccità, le difficoltà di approvvigionamento del carburante, l’interruzione del credito e il malfunzionamento dei mercati concorrono a determinare il risultato complessivo.Anche le responsabilità delle singole parti devono essere distinte. Attribuire alle Forze armate sudanesi o alle Rapid Support Forces specifici attacchi, blocchi commerciali o requisizioni richiede elementi verificabili relativi ai singoli episodi. La valutazione delle conseguenze economiche del conflitto non equivale automaticamente all’accertamento delle responsabilità per ogni danno subito dalla popolazione civile.La distinzione è importante perché consente di comprendere la portata della crisi senza trasformare l’analisi agricola ed economica in una ricostruzione basata su attribuzioni non dimostrate.Il deterioramento della produzione alimentare pone inoltre interrogativi sulle prospettive di ricostruzione del Sudan. Anche un’eventuale cessazione delle ostilità non sarebbe sufficiente, da sola, a restituire immediatamente al Paese la capacità agricola perduta.Sarebbe necessario ripristinare la sicurezza delle campagne, ricostruire i collegamenti commerciali, garantire l’accesso al credito rurale, riparare le infrastrutture e permettere agli sfollati di tornare nelle proprie comunità. Occorrerebbe inoltre assicurare la disponibilità di sementi, fertilizzanti, carburante e strumenti di lavoro, senza i quali la ripresa delle coltivazioni rimarrebbe limitata.Gli aiuti umanitari possono impedire che le famiglie più vulnerabili rimangano prive di alimenti, ma non possono sostituire indefinitamente un sistema produttivo nazionale. La sicurezza alimentare dipende anche dalla capacità delle comunità di produrre reddito, coltivare la terra e partecipare a mercati funzionanti.Il caso sudanese dimostra come una guerra prolungata possa compromettere la sopravvivenza economica di un Paese anche al di fuori delle aree direttamente interessate dai combattimenti. La distruzione delle infrastrutture, l’insicurezza e la perdita di risorse produttive si combinano con le difficoltà climatiche, generando effetti che possono durare ben oltre la fine delle operazioni militari.Nel 2025 il Sudan ha prodotto quasi un quinto di cereali in meno rispetto alla media dei cinque anni precedenti. È un dato che misura la contrazione della produzione, ma non descrive interamente il danno subito dal settore agricolo.La conseguenza più profonda della guerra potrebbe infatti emergere quando i combattimenti saranno terminati. Senza investimenti, sicurezza e ricostruzione delle attività rurali, milioni di persone potrebbero continuare a dipendere dalle importazioni e dagli aiuti anche in assenza di ostilità.Il problema non è soltanto il raccolto perduto durante la guerra, ma la possibilità che, quando le armi taceranno, manchino ancora le condizioni per tornare a seminare.