L’emergenza abitativa non si combatte contro gli affitti brevi. L’opinione di Pedrizzi

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Continua l’offensiva delle Regioni rosse contro la proprietà edilizia, soprattutto contro piccoli proprietari di case. Infatti il Consiglio regionale della Puglia, guidato dal democratico Antonio Decaro ha varato una legge, che recepisce tutte le limitazioni indicate dalla Commissione europea sui cosiddetti affitti brevi. La regione Puglia, quindi è la terza regione, dopo la Toscana e l’Emilia Romagna, a dotarsi di una tale normativa. Guarda caso sono tutte regioni amministrate dalla sinistra. È però la prima a seguire, pedissequamente e senza fiatare, integralmente le imposizioni di Bruxelles.In questi tre territori saranno le amministrazioni comunali dei comuni a più alta intensità turistica insieme ai capoluoghi di provincia, ad indicare con proprio regolamento “zone o aree in cui definire criteri e limiti specifici per lo svolgimento delle attività di locazione turistica esercitate anche in forma imprenditoriale”. Queste severe limitazioni alla proprietà privata e queste veri e propri condizionamenti alla libera attività imprenditoriale, consistono “nella limitazione, per determinate zone omogenee, dell’attività di locazione turistica; “nell’individuazione di uno specifico rapporto che deve sussistere tra superficie dell’immobile e numero di ospiti ammessi; “nella definizione di requisiti e standard di qualità che gli immobili adibiti a locazione turistica devono possedere con riferimento, in particolare, all’accessibilità degli spazi, agli standard igenico sanitari, al decoro degli ambienti, nonché alla presenza di servizi di connettività”.Ci saranno in queste tre regioni, (guidate rispettivamente da Antonio Decaro del Partito democratico in Puglia, da Eugenio Giani del Partito democratico in Toscana e da Michele de Pascale anche lui del Partito Democratico in Emilia Romagna) praticamente divieti e tetti limitativi agli affitti brevi come e persino più vincolanti di quelli proposti dalla Commissione europea. Ma se si tiene conto della situazione reale dell’intero patrimonio immobiliare italiano e si studiano i dati recenti che ci ha fornito il Ministero dell’Economia e l’Osservatorio del Mercato Immobiliare delle Entrate (Omi) si vedrà che ben altri sarebbero gli interventi che bisognerebbe mettere in campo per risolvere la cosiddetta emergenza abitativa.Infatti bisogna partire dal quadro d’insieme nazionale dal quale di evidenzia che il 75,9% delle famiglie residenti vive in immobili di proprietà, la quota si abbassa al 70,4% nei Comuni ad alta tensione abitativa e scende ancora di più nelle tre città maggiori: 68% a Roma, 58,9% a Milano e 58,1% a Napoli. Nei Comuni minori, invece, la percentuale di proprietari sfiora l’83%. Per quanto riguarda le case sfitte in Italia queste sono circa sei milioni, un terzo di queste si trova nei Comuni “ad alta densità abitativa”, gli appartamenti “liberi” sono l’11,5% del totale di quelli posseduti da persone fisiche, nei centri minori risultano sfitti il 21,4% degli alloggi. Le abitazioni affittate sono meno numerose di quelle tenute a disposizione dei proprietari: 3,79 milioni nell’ultimo anno censito, contro 5,85 milioni. Nei Comuni ad alta tensione abitativa, gli appartamenti locati sono 2,42 milioni e rappresentano il 13,6% del totale , mentre quelli sfitti sono 2,05 milioni e pesano l’11,5%. Sono maggiori nelle città di Roma, Milano e Napoli.Se a questi dati si aggiungono quelli di Eurostat contenuti nel rapporto “Abitare l’Italia di domani”, promosso da Assonime, Confindustria Assoimmobiliare e Centro Einaudi, secondo il quale tra il 2015 e il 2025 il rapporto tra prezzi delle case e redditi è diminuito del 12,9% in Italia, mentre nella media Ue è aumentato del 6,4%, emerge chiaramente che la crisi abitativa è causata dalla fortissima scarsità di case accessibili proprio dove si concentra attualmente la domanda: nelle città che attraggono lavoratori e studenti. Eppure gli alloggi vuoti o abitati da non residenti sono 9,5 milioni. Si calcola che per comprare 80 metri quadri di casa nella provincia di Milano servono 10,7 anni di un reddito medio netto. Nella provincia di Roma servono 9,3 anni, mentre nel resto della provincia italiana solo 5. In pratica la scarsità di immobili li rende sempre più cari.Secondo un calcolo degli autori del rapporto, per soddisfare il fabbisogno abitativo bisognerebbe aggiungere circa 150 mila abitazioni all’anno, oltre a quelle che si liberano. Invece secondo l’Istat nel 2025 i permessi di costruire sono diminuiti con il passare degli anni (il 6,1% in meno del 2024).Una domanda crescente, ostacolata da redditi bassi e perdita di potere d’acquisto, incontra un’offerta scarsa. E’ evidente perciò, che la causa principale dei problemi abitativi sta proprio nel deficit di strumenti e risorse capaci di colmare il divario tra i costi delle case e i redditi delle famiglie, per cui occorrerebbe innanzitutto ampliare tutto il settore di edilizia residenziale pubblica che secondo l’Ocse e Housing Europe, in Italia è pari al 4% delle abitazioni, contro il 30% dell’Olanda, il 24 dell’Austria, il 20 della Danimarca, il 18 della Francia e il 16 della Gran Bretagna.A questi interventi pubblici andrebbero aggiunte regole chiare, certezze dei tempi e dei costi, incentivi urbanistici, fiscali e finanziari.Il paradosso è che sono gli stessi “gnomi” della Ue a riconoscere che le restrizioni alle locazioni brevi “non sono sufficienti a rispondere alle cause strutturali della scarsità di immobili nel lungo termine”. Dunque ci sarebbe bisogno, se il problema è davvero la carenza di offerta: innanzitutto di allentare i vincoli alle nuove costruzioni-ristrutturazioni, affrontando così il problema alla radice. Senza dimenticare che un miglioramento dei tempi della giustizia civile potrebbe spingere tanti proprietari ad ampliare l’offerta sul mercato degli affitti. La ricetta l’abbiamo più volte presentata come Federproprietà ed è quella di affrontare il grave problema delle cosiddette “case dormienti”, cioè di quegli immobili che perdono valore e rimangono disabitati, generando anche costi per i proprietari, spesso perché lontani dai mercati del lavoro.